PREDRAG PASIC, IL CALCIATORE DEL POPOLO

Predrag Pasic

Molto spesso ci sono dei racconti che ci colpiscono dritti al cuore e rimangono impressi per sempre nella nostra memoria.

La storia di cui sto per parlarvi è quella di un quieto anticonformista, un calciatore che ha deciso di dire la sua contro i principi del nazionalismo. Predrag Pasic è un ex calciatore Jugoslavo, nato a Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina, nell’Ottobre del 1958. Il bosniaco è stato un centrocampista dalle grandi qualità tecniche e ha diviso la sua carriera tra l’FK Sarajevo e la Germania e ha fatto parte, peraltro, della selezione nazionale Jugoslava dal 1981 al 1985.

Nonostante fosse un talento indiscutibile nel contesto calcistico, Pasic non ha fatto la differenza solo sul rettangolo verde ma anche a livello umano, ma per parlare di lui dobbiamo tornare indietro, più precisamente nella prima metà degli anni ’80, a Sarajevo, città unica nel suo genere per una caratteristica in particolare: la sua multietnicità.

La città era caratterizzata da un clima di tolleranza e convivenza pacifica, a nessuno interessava chi fosse croato, bosniaco o serbo, ma purtroppo, i principi e le idee nazionaliste cominciarono a rifarsi vive dopo la Seconda guerra Mondiale e i dissidi tra i vari stati Jugoslavi sembravano accentuarsi, ogni giorno sempre di più.

“In Bosnia ed Erzegovina viene condotta una guerra mondiale nascosta,
poiché vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali
e sulla Bosnia ed Erzegovina si spezzano tutte le essenziali contraddizioni di questo e del terzo millennio.”
[Kofi Annan, assistente del Segretario Generale NATO]

Gli attacchi delle forze serbo-bosniache sulla città iniziarono nel 1992: molte persone fuggirono, ci furono più di quindicimila morti e cinquantamila feriti, non si poteva neanche uscire di casa per paura dei cecchini appostati sulle montagne che circondano la città, tutti erano in pericolo, chiunque poteva morire in questo periodo di terrore. A rimetterci furono soprattutto i bambini, troppo innocenti per comprendere una situazione così grave e pericolosa, tristi e sconsolati nel non poter compiere gesti semplici e quotidiani come andare a scuola o nei parchi giochi.

Allo scoppio dei conflitti in Bosnia, Pasic era a fine carriera ma piuttosto che strappare un ultimo (e ricco) contratto a qualche squadra estera decise coraggiosamente di restare nella sua terra ed è proprio fuori dal campo che Predrag è diventato leggenda aprendo, tramite un annuncio radiofonico, una scuola calcio chiamata Klub Bubamara, aperta a tutti i bambini di ogni etnia o religione.

Sembrava tutto una pazzia: aprire una scuola calcio durante un assedio armato, chi sarebbe stato così scellerato da rischiare la vita per un semplice sport?

Ecco però la sorpresa, al primo giorno di allenamento arrivano più di 300 bambini, di diversa etnia e religione, emblema del sogno di Pasic, che auspicava a tornare al clima di tolleranza tipico della città qualche anno indietro. Inoltre, vi era un ponte, ogni giorno messo sotto tiro, che i bambini dovevano attraversare obbligatoriamente. Questi piccoli calciatori, incosciamente, si prendevano gioco della morte attraverso la loro innocenza, correndo con un pallone in mano verso la palestra, spinti da una semplice passione per uno sport.

“All’esterno della palestra si sentivano esplosioni, spari, caos, e molti dei genitori dei bambini della scuola combattevano tra di loro, mentre all’interno i loro figli semplicemente giocavano a pallone senza capire tutto quell’insensato odio che aveva portato gli adulti a macellarsi tra di loro. I bambini non capivano perché adesso ci fossero tutte queste differenze. Loro si sentivano uguali, a prescindere dal loro cognome o dalla loro religione. Noi abbiamo tentato di rinforzare queste idee attraverso lo sport, attraverso la filosofia unificatrice del gioco del calcio“.

Pasic incontrò non pochi problemi anche con figure politiche ed in particolare con Radovan Karadzik, ex psicologo dell’FK Sarajevo, successivamente leader dei ‘serbi di Bosnia’ di cui l’ex calciatore bosniaco dirà: “Radovan Karadzic, prima di entrare in politica e diventare il leader dei serbo-bosniaci, era lo psicologo della mia squadra di sempre, l’FK Sarajevo. Il suo cambiamento era davvero scioccante per me. Prima della guerra conoscevo una persona totalmente diversa, che aiutava ventiquattro giocatori di etnie e religioni differenti a giocare assieme come un team, che ci insegnava che solo giocando come una cosa sola avremmo potuto avere successo. Poi entrò in politica e vidi una persona completamente differente, che parlava solo di una religione e di una etnia. Era incredibile vedere serbi che uccidevano persone solo per non essere serbe, e vedere Karazdic sotto quella orribile luce nuova fu un autentico shock per me“.

A volte la guerra porta a veri e propri lavaggi del cervello e Pasic restava costernato nel vedere opere di ‘pulizia etnica’ contro tutti coloro ch’erano non considerati consoni ai canoni nazionalisti della Serbia.

La scuola calcio Bubamara esiste ancora oggi, accoglie, come sempre, bambini di qualunque etnia o religione, in una Sarajevo che, dopo aver attraversato un periodo terrificante, cerca di tornare ad un clima di convivenza e tolleranza proprio come alla fine degli anni ’70. Pasic è riuscito ad ottenere anche la collaborazione dell’Inter, con il progetto Intercampus, diffuso in tutto il mondo e ancora oggi infatti, i bambini del Bubamara indossano le maglie a tinte nerazzurre in segno di riconoscimento.

Dal punto di vista antropologico credo sia impossibile non stimare un uomo come Predrag Pasic: un uomo definito folle per non essere fuggito di fronte all’orrore della guerra, un uomo che è riuscito a rimanere tale in un clima dove chiunque sarebbe potuto impazzire e che aspirava, ideologicamente parlando, ad una società tollerante e pacifica, nonostante le diverse etnie e culture, capace di dare a dei bambini dei valori autentici e la possibilità di divertirsi anche durante un periodo atroce, fatto di dolore e sofferenza impossibili da dimenticare.

Articolo a cura di : Daniele Pagani

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