CAMBIARE IL CALCIO ITALIANO

Cambiare il calcio italiano: chiediamoci il come.

Ormai sembra che ci scivoli tutto addosso. Almeno personalmente, ma penso anche molti di voi, ci siamo assuefatti all’ idea che ogni anno il calcio italiano debba avere il suo scandalo. Da dieci anni ogni estate esce qualcosa di nuovo: calciopoli, tre filoni di inchieste sul calcio scommesse, il caso Tavecchio e le intercettazioni telefoniche (lecite o meno) del presidente della Lazio Claudio Lotito. Ovviamente tutte queste vicende non possono essere messe sullo stesso piano, per diversità di contesti e procedure penali, ma hanno un denominatore comune: l’invocazione al cambiamento.

Istituzioni, stampa, televisioni, società calcistiche e tutti quelli che hanno un interesse più o meno alto nel calcio, concordano sulla necessità di rinnovamento del sistema, per garantire un prodotto migliore per tifosi, calciatori, arbitri, dirigenti e proprietari. Ma proprio qui sta il punto, non tanto nel dire “bisogna cambiare” ma nell’interrogarsi sul cosa vogliamo che sia il calcio in Italia e sul dare soluzioni concrete.

Posto che la rinascita del nostro pallone debba palesemente passare dalla costruzione di nuovi impianti e dalla riqualifica di quelli messi un attimo meglio, vogliamo, che il nostro campionato sia più legato alla componente di business e di spettacolo, o alla componente emozionale e passionale? Non che l’una escluda necessariamente l’altra, ma nelle loro sfumature inevitabilmente non sempre coincidono. A questo proposito in molti hanno guardato al modello statunitense. Ma è davvero applicabile?

Negli Stati Uniti ogni evento sportivo è vissuto come uno spettacolo: dato che i prezzi dei biglietti sono alti, hai fatto in media venti chilometri di auto per andare allo stadio/palazzo, mangi in loco, e spendi venti dollari di parcheggio, l’investimento è di centinaia di dollari, quindi in quelle tre ore ogni momento morto deve essere riempito. Ecco allora le chearleaders, le mascotte che lanciano magliette e i concorsi a fine primo tempo.

Ora, più che questi aspetti superficiale, sarebbe più interessante importare altri concetti del mondo a stelle e strisce, per esempio quelli etici. Nell’Aprile del 2014, il proprietario della franchigia Nba dei Los Angeles Clippers, Donald Sterling, dopo alcune intercettazioni telefoniche private nelle quali esprima dispiacere per la presenza in tribuna di alcune persone di pelle nera, è stato caldamente invitato dagli altri proprietari a cedere la squadra; considerando il nulla di fatto in seguito all’inchiesta sulle dichiarazioni, quanto meno indelicate, del presidente Tavecchio, la differenza di reazione risulta umoristica.

Inoltre, in base al loro codice etico, la maggior parte dei proprietari delle squadre calcistiche italiane, non potrebbero essere tali, in quanto inquisiti penalmente. La gestione “federale” dello sport, a livello locale, è difficilmente applicabile. L’idea sarebbe quella di affidare gli interessi dei club a un commissario esterno, stipendiato dai presidenti stessi, in grado di ridistribuire in maniera equa i fondi che il sistema stesso genera, e di far applicare un tetto salariale alle società.

In pratica, si parte tutti con gli stessi soldi da investire sulla campagna acquisti, e chi supera la quota massima salariale, paga una tassa che vada ad arricchire i club più virtuosi. Di fatto, chi lavora meglio vince. Ciò però può essere un’arma a doppio taglio, in quanto l’introduzione di una spesa definita sul mercato, non permetterebbe di competere con i grandi investimenti delle maggiori compagini europee; cosa che, specie in questo periodo, allargherebbe il divario in termini di ranking Uefa.

Nel mondo sudamericano per esempio la prospettiva è completamente ribaltata. La visione di sport, e del calcio in particolare, è ancora molto legata, al fattore popolare, alla gente che va allo stadio. Vero, i fenomeni corruttivi sono molto più accentuati rispetto all’Italia, la gestione autoritaria dei presidenti federali farebbe invidia alla corte del Re Sole, il problema delle curve violente se lo portano dietro da anni, ma la gente riempie gli stadi perché i costi sono accessibili e mancano le pay tv.

I modelli europei a cui guardare, appaiono molto diversi tra loro: se la Premier League è cosciente di avere i migliori impianti, la miglior cultura sportiva, le migliori sponsorizzazioni, i migliori giocatori, e quindi fa rivendica la forza del prodotto anche in termini economici, Francia e Spagna appaiono troppo connesse alle fortune di Real Madrid, Barcellona e Psg, che però non rappresentano la forza dei loro movimenti calcistici. Interessanti i casi di alcuni club tedeschi di media fascia, come Eintracht e Borussia Mönchengladbach,che oltre a rimodernare i loro stadi, creando strutture accoglienti e polivalenti, hanno anche diminuito la spesa per vedere la partita. Quest’ultima potrebbe essere la soluzione ideale, come al solito un giusto equilibrio potrebbe essere il giusto volano per rilanciare il pallone di casa nostra.

Articolo a cura di : Fabio Simonelli

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