EDUARD STREL’COV, DALLA GIOIA DI UN GOL AL DOLORE DI UN GULAG

Il Pelè russo, così veniva chiamato quel biondo ragazzo nato a Mosca nel 1937, Eduard Strel’cov. Un talento immenso e cristallino spazzato via dall’orrore di un regime duro che fece della violenza contro gli oppositori una delle sue principali armi. Ma facciamo un passo indietro, partiamo dall’inizio per parlare di questa leggenda.

Eduard Strel’cov, fin dall’inizio della sua carriera, professò amore per una sola maglia: quella bianconera della Torpedo Mosca. Mai visto uno con la sua grazia e i suoi colpi su un campo da calcio Sovietico, affermavano gli esperti di calcio del tempo. Strel’cov diventò molto presto una leggenda: esordì nel calcio professionistico nel 1954 e a soli 16 anni diventò il più giovane marcatore di sempre nella storia del campionato russo. Arrivò molto presto anche la maglia della nazionale: esordio assoluto contro la Svezia e tripletta, altro da aggiungere?
1956: si disputavano i giochi olimpici di Melbourne. Strel’cov trascinò la sua nazionale fino all’atto conclusivo contro la Bulgaria ma inspiegabilmente il CT della Russia, Gavriil Kachalin, lo escluse dalla formazione titolare ed il ragazzo, più deluso che triste, venne relegato in tribuna. Nonostante la panchina a sorpresa contro la Bulgaria, al ritorno in patria, Strel’cov ricevette un numero spropositato di offerte: CSKA, Dinamo Mosca, tutti i top club russi volevano accaparrarsi le sue prestazioni. Nulla da fare: “Resto a casa mia, resto alla Torpedo”.
La prima scelta sbagliata, dato il legame tra il governo e la Dinamo Mosca, squadra interessata alle sue prestazioni.
Strel’cov, oltre al calcio, aveva altre grandi passioni non proprio esemplari: fumo, alcool e belle donne. Durante una festa al Cremlino alzò troppo il gomito e, in condizioni pessime, prima proferì parole ingiuriose contro una ragazza di nome Svetlana, 16enne figlia di Yekaterina Furtseva, componente del partito comunista sovietico, apostrofandola come scimmia. Infine, finì a letto con una giovane ragazza chiamata Marina. La mattina seguente venne arrestato, con un vero e proprio complotto, (apparentemente organizzato dalla Furtseva, come vendetta per la figlia) con l’accusa di stupro. I principali componenti del KGB gli proposero un accordo: ammettere come vere le accuse di stupro nei confronti della giovane Marina ed, in uno “scambio equo“, partire per il Mondiale in Svezia. Eduard accettò senza pensarci due volte, la Coppa del Mondo era un evento troppo importante.
Seconda scelta sbagliata…

Strel’cov non partirà mai per la Svezia, ma per un posto desolato e dimenticato da Dio: un Gulag siberiano, dove rimarrà chiuso fino al 1963.

Nel 1965 poté finalmente tornare in campo con la Torpedo Mosca e diventò campione nazionale, mentre tre anni dopo arrivò anche la vittoria della Coppa Sovietica. Strel’cov sembrò tornare sui livelli della sua prima parte di carriera: fu incoronato calciatore sovietico nel 67′ e nel 68′ e la Nazionale non poteva fare a meno delle sue immense qualità (38 presenze e 24 reti).

Nel 1990, appena 53enne, morì per colpa di un cancro alla gola causato, con tutta probabilità, dalle drastiche condizioni di vita tipiche dei Gulag. Poco prima di spirare riunì intorno a sé i suoi famigliari e tornando sull’argomento Marina disse: “Non è vero nulla di quello che hanno detto, sono innocente“.

La Torpedo Mosca, dopo la sua morte, e ovviamente in segno di riconoscimento, ne ha fatto un monumento ineguagliabile dedicandogli il nome del proprio stadio. Una vita da vera e propria rockstar, uno spirito troppo libero e alquanto insopportabile per un regime oppressivo come quello Sovietico. Ecco chi era Eduard Strel’cov.

 Articolo a cura di : Daniele Pagani

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