VOLEVO SOLO GIOCARE A PALLONE

Quante volte ho detto, dico e dirò questa semplice frase.

Ho iniziato a giocare a 5 anni, nella squadra del mio paese, insieme a tutti i miei amici. Ovviamente, quando iniziai, avevo solo un sogno in testa, quello di diventare un calciatore professionista come il mio idolo, il ‘Chino’ Recoba.

Sognavo ad occhi aperti…

Ricordo con piacere ogni sabato pomeriggio, dopo la partita, quando andavo a casa dei miei amici e iniziavamo ancora a giocare a pallone, come se non ne avessimo mai abbastanza, come se fosse una droga.

Fin da piccolo sono stato abituato a tenere la testa sulle spalle, in primis grazie ai miei genitori, non ho mai cercato la gloria personale e non tendevo a voler essere esaltato come il fenomeno di turno come molti altri. Per me la cosa importante era stare bene con la squadra, divertirmi, e per farlo, ovviamente, mi serviva solo una palla di cuoio.

Ogni gol, per me, è sempre stato un momento particolare, un momento in cui perdevo il fiato, trattenevo il respiro e sorridevo perchè sapevo che in pochi secondi sarei stato sommerso dagli abbracci dei miei compagni.

Per me il calcio era vita, era tutto…e continuavo a sognare.

Man mano che si cresce, però, ci si può fregiare di una nuova qualità: la consapevolezza. Sapevo che non sarei mai diventato un campione, ma chi poteva vietarmi di praticare lo sport che amo di più? Il calcio mi ha dato tanto: mi ha permesso di conoscere quelli che oggi sono i miei migliori amici, mi ha insegnato cos’è il rispetto per gli avversari e per gli allenatori, mi ha insegnato cosa vuol dire essere un gruppo.

Se dovessi elencare una qualità e un mio difetto saprei già dove andare a parare…

In campo, nonostante diversi ‘colpi di testa’, ho sempre avuto un forte senso etico nei confronti di tutti: per me stringere mani, chiedere scusa dopo un fallo e aiutare gli avversari a rialzarsi veniva prima di tutto. Un mio difetto, nonostante il fisico piazzato, è sempre stato ed è ancora oggi, la fragilità fisica.

E sono proprio questi due aspetti che mi hanno distrutto…

Ora ho 19 anni e gioco in terza categoria, da punta sono passato a fare il terzino… Ma non mi lamento, perchè almeno la compagnia è ottima.

Anzi, giocavo… perchè purtroppo non puoi chiedere etica in terza categoria.

La verità è che il Sabato prima della partita, parlando con uno dei miei migliori amici (già citati), gli avevo già spiegato che sarebbe stato il mio ultimo anno ‘a 11’ e che avrei voluto giocare di nuovo con lui nella stagione successiva, a 5 (nella sua squadra) però. Sembrava così bello quel progetto, giocare di nuovo con mio fratello.

Sarebbe stato bello…

La Domenica arrivai al campo, consapevole che sarei partito dalla panchina, perchè a causa degli orari universitari non ero riuscito ad allenarmi.

Al 40′ del primo tempo però, la sorpresa: giocavamo male e la capolista ci stava asfaltando. Il mio sguardo incrocia quello del mister, ovviamente incazzato nero, e sento la frase: “Se entri ora ce la fai?“, risposi di sì, “E’ la mia grande ocassione per far vedere al mister che ci sono e una rivincita personale contro i continui infortuni”, pensai tra me e me.

Pensavo male…perchè purtroppo in terza categoria non devi pensare, devi agire…

La capolista ormai aveva vinto, ci aveva massacrato ed ecco che, ovviamente, il loro allenatore butta dentro la classica punta di riserva un pò appesantita, macchinosa nei movimenti e che vive le partite come una valvola di sfogo della sua triste vita, perchè mettere in campo uno così? Per provare a dargli un pò di gioia personale, tanto il match era concluso. Lo presi io in marcatura.

Vedo un pallone senza destinatario passare la nostra metà campo, mi ci avvento in anticipo! CRACK…

E’ un attimo, mi trovo per terra, spaesato. Mi viene solo da urlare, non sento più il ginocchio e qualche lacrima scende sulla guancia, più per frustrazione che altro, più per paura che, essendo il terzo infortunio al ginocchio, sia tutto finito, senza alcuna possibilità di ricominciare.

Ho pianto quella sera al pronto soccorso, non mi vergogno di ammetterlo.

Con piccoli flashback pensavo al sorriso beffardo e soddisfatto del mio avversario che mi guardava mentre mi contorcevo a terra dal dolore, impotente. Mi chiedevo il perchè di tutto questo, mi chiedevo se me l’ero meritato, Io che l’unica volta che ho fatto male a qualcuno (involontariamente tra l’altro) sono andato nello spogliatoio avversario a scusarmi.

La risonanza qualche giorno dopo sentenziò: crociato andato a farsi fottere, come l’etica in terza categoria del resto (un piccolo spiraglio per ricominciare ci sarebbe, ma dovrei stare ugualmente fermo un anno e mezzo).

Lui non si è scusato. Io però, stavolta, non avrò mai il coraggio di scusarlo per il suo intervento da codice penale, il perchè? Perchè io volevo solo giocare a pallone, non chiedevo altro… e lui potrebbe avermi portato via per sempre la mia passione più grande.

Articolo a cura di: Daniele Pagani

Grazie a: La mia famiglia, che mi è stata sempre vicina e miei migliori amici, Massimo e Andrea, che saranno sempre dei fratelli per me. Un grande ringraziamento anche al gruppo del Rancio Calcio, per la solidarietà, l’aiuto e per la sua compattezza, una società di persone semplici e fantastiche.

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