L’IMPORTANZA DEL MISTER: MOURINHO E IL PORTO

Josè Mourinho

“Vincere è sempre importante ed è raramente frutto del caso. Puoi essere fortunato una volta, due, ma le vittorie sono sempre il frutto di un lavoro, di un gruppo formato al quale si contribuisce come allenatore”

Quanta saggezza nelle parole di Marcello Lippi, l’uomo che ci regalò la gioia mondiale nel 2006. Parole sagge, sincere e realistiche. Certo, una squadra di calcio può essere piena di grandi giocatori capaci di risolvere le partite più ardue con una grande giocata, quella che sovente contribuisce a creare l’immagine del campione, del fenomeno acclamato a gran voce dal pubblico.

Molto spesso però, ci si dimentica di chi opera nel backstage, di chi si occupa dell’aspetto tattico, tecnico e atletico: insomma, quell’insieme di fattori che contribuisce a creare delle macchine perfette, costruite su misura per il successo. Quel direttore d’orchestra che noi abitualmente chiamiamo mister. E Josè Mourinho, nel 2004, fu il direttore d’orchestra di quel magnifico Porto campione d’europa. Una rosa di giocatori onesti, degli operai del pallone: da Costinha a Paulo Ferreira passando per i vari McCharthy, Alenicev, Maniche, Bosingwa, Nuno Valente, Carlos Alberto.. e quanti altri potrei elencarne!

C’erano solo tre giocatori sopra la media: Deco, maghetto portoghese dal tasso tecnico mostruoso, Ricardo Carvalho e il portiere Vitor Baia, veri e propri leader difensivi e carismatici della squadra. Sulla carta sembrava una rosa buona che tuttavia, tendendo all’esagerazione, poteva aspirare ad arrivare ai quarti di finale come massimo obiettivo.

Agli ottavi ci fu l’incontro immediato con una pretendente per la finale, il Manchester United di Sir Alex Ferguson: all’Estadio do Dragao tuttavia, e sinceramente un po’ a sorpresa, si scatenò il puntero McCharty, che ribaltò il vantaggio iniziale siglato da Fortunè facendo impazzire i tifosi di casa, è 2-1. Al ritorno, lo United andò sull’1-0 grazie a Paul Scholes, quello che Zidane definì il centrocampista più forte del mondo, e dunque, si ritrovò con più di un piede ai quarti per la regola del gol in trasferta. La dea bendata però, decise di cambiare le carte in tavola e Costinha, onesto operaio del centrocampo di Mou, diventò l’eroe di una sera, siglando l’1-1 al ’90. Sembrò utopia, ma era tutto reale: lo United eliminato.

Cominciò da quel doppio match la marcia trionfale del Mago di Setubal e dei suoi Dragoes: la prima vittima fu il Lione, che ai quarti si prese due scoppole al Do Dragao firmate da Deco e Carvalho, e altre due al ritorno, entrambe siglate da Maniche (il ritorno allo stadio Gerland finì 2-2). In semifinale venne piegato un sorprendente Deportivo la Coruna con un rigore di Derlei, in quell’Estadio Riazor dove gli spagnoli, nel turno precedente, matarono il Milan di Ancelotti per 4-0, ribaltando il 4-1 di San Siro.

La finale mise a confronto il Porto di Mourinho e il Monaco di Didier Deschamp, capace di eliminare il Chelsea plurimilionario di Roman Abramovich. Il Monaco poteva fregiarsi di giocatori di altissimo profilo: Ludovic Giuly, Fernando Morientes, Rothen, Dado Prso (uno dei pochi a segnare 4 gol in una partita di UCL) ed Evra.

“Non dimenticheremo mai questo giorno: le emozioni, le sensazioni, le immagini resteranno con noi per il resto della vita. Vivere con brutti ricordi è una tragedia; vivere con dei bei ricordi ci dà la forza per continuare la lotta. Siate voi stessi, non perdete l’identità come squadra, giocate come diavoli e vincete”, le parole ispiratrici di Mourinho ai suoi prima della partita, che per molti si sarebbe rivelata l’apice della carriera”.

José Mourinho prima della finale di UCL tra Porto e Monaco

Sembrava un match aperto a qualunque scenario, equilibrato. Sembrava, appunto… Il Porto massacrò sotto ogni aspetto i monegaschi: 3-0 firmato Carlos Alberto, Deco e Alenicev. Porto campione d’europa per la seconda volta. E Josè Mourinho, direttore d’orchestra di quell’incredibile impresa, fece capire all’intero mondo calcistico l’importanza del mister, un leader senza divisa da gioco.

Articolo a cura di : Daniele Pagani

 

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