INTER, CRONACHE DI TRINCEA IN UNA SERA DI PRIMAVERA

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Stagione 2009-2010, un’annata davvero indimenticabile per i tifosi interisti. Un insieme di emozioni indescrivibili che possono essere riassunte con la parola triplete, un termine fino a quel momento sconosciuto al calcio italiano, un qualcosa di cui pochi club possono fregiarsi.

Intorno alla metà di Aprile ci si iniziò a chiedere se potesse davvero essere l’anno dell’Inter, la volta buona. Insomma, l’eliminazione del Chelsea di Carlo Ancelotti non poteva essere un caso, ed il CSKA era comunque una squadra ostica e con dei buoni giocatori.

Per rispondere a questa domanda, si passò, nel silenzio generale, allo step successivo. Il risultato era qualcosa di sinistro, pareva quasi pensato apposta, con un pizzico di sadismo, e aveva il sapore di un esame finale, come se fosse giunta l’ora della consacrazione: il Barcellona marziano di Pep Guardiola. Una semifinale, ma col sapore di finalissima anticipata, che poneva contro la squadra da battere e la squadra baciata dalla Dea bendata, arrivata fino a quel punto con grinta, tanto spirito di sacrificio e anche un po’ di culo.

Il Barcellona arriva a San Siro, stranamente non a bordo di navicelle spaziali. Dopo un buon inizio dei nerazzurri, l’ex di turno Maxwell, che la maggior parte dei tifosi dimentica perché impegnata ad insultare il vero traditore, il mercenario Zlatan Ibrahimovic, andato in Catalogna per vincere finalmente la tanto agognata Champions, affonda sulla fascia e serve Pedro: 0-1. “Sono cazzi amari”, ho pensato. Invece no: Sneijder riapre la partita, Maicon la spacca, Milito la chiude. I marziani escono da Milano a testa bassa (Maicon senza un paio di denti).

In Catalogna non ci stanno: i tifosi veri, i  cosiddetti Barcelonistas, si sentono feriti nell’orgoglio e invocano a gran voce la Remuntada. Per tutta la settimana successiva al match del Meazza, in Catalogna, l’unica frase conosciuta è “Ens Hi deixarem la pell”, “venderemo cara la pelle”, rigorosamente in catalano.

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Arriva il giorno, il 28 Aprile. E’ una calda serata primaverile, ma il clima sembra rovente. Arbitra il belga De Bleeckere, ci sono più di 96mila tifosi sugli spalti e, ognuno di loro, sembra volere il sangue degli avversari. L’entrata dal tunnel del Camp Nou inizia ad assomigliare all’ingresso dell’Inferno dantesco, “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, i cori sono così forti da far tremare le fondamenta dello stadio, la coreografia è davvero meravigliosa, da far scuola.

Sembra esserci davvero tutto, anche gli attori sono magnifici, davvero perfetti per quel palcoscenico: Puyol, Messi, Iniesta, Xavi, Ibra e… Sergio Busquets, il più bravo di tutti, un interprete dalle capacità recitative così grandi tanto da far buttare fuori Thiago Motta al primo tentativo di simulazione. Il centrocampista dell’Inter esce sconsolato, il mediano della cantera catalana fa un bell’inchino e la partita riprende con l’Inter in dieci uomini.

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Risultato? Dal conflitto face to face si passa alla guerra di trincea. L’Inter si chiude nella propria metà di campo per un’ora: Sneijder fa il mediano con Zanetti e Cambiasso, Eto’o scopre di essere nato per fare il terzino, Julio Cesar, Lucio e Samuel blindano la porta con doppia, tripla, mandata. Proprio come in una guerra però, questi catalani sembrano arrivare dappertutto, da ogni zona del campo, è un vero e proprio assedio. All’84esimo però, cala il gelo: Pique prende palla in area, finta di calciare eludendo le marcature di Samuel e Julio Cesar, si gira ed insacca il vantaggio del Barça.

Mancano ancora cinque minuti più eventuale (ma ovvio) recupero: è ora che può davvero succedere di tutto. I Catalani le tentano tutte e mandano al fronte blaugrana anche i ragazzini, Bojan Krkic e Jeffren. Ed è proprio Bojan Krkic che per qualche secondo mi ha strappato precocemente all’affetto dei miei cari, un principio d’infarto a soli 14 anni, con quel gol annullato per fallo di mano di Yaya Tourè, autore dell’assist.

Arriva il 93esimo e ultimo minuto di partita. Cross nell’area di rigore nerazzurra, Lucio delizia i tifosi con una di quelle scoordinatissime torsioni che solo lui sa fare e spazza il pallone lontano, così lontano che uno stremato Puyol non arriva a prenderlo. Triplice fischio finale: l’Inter di Mourinho, in dieci uomini per più di un’ora, va a giocarsi la finale di Madrid.

Il finale sembra un vero e proprio melodramma: da una parte ci si può godere il faccione di Ibra il mercenario, andato al Barça per vincere, un incontenibile Massimo Moratti che in tribuna d’onore si alza ad esultare come un matto per poi girarsi verso l’amico Joan Laporte, per rincuorarlo, per poi riprendere ad esultare come se nulla fosse, Mourinho che esulta con Lele Oriali e l’inutile, ma nemmeno troppo simpatico, Sulley Muntari. Il tutto dopo aver animatamente discusso col portiere Victor Valdes, il meno extra terrestre dei blaugrana.

Poi lasciamo spazio alle vere emozioni, quelle più sincere: il pianto di chi, come Francesco Toldo, Deki Stankovic, il cuchu Cambiasso, Ivan Cordoba, Walter Samuel, capitan Javier Zanetti o Marco Materazzi, l’ FC Internazionale l’ha vissuta veramente, non solo in quella leggendaria serata, ma anche nei momenti più bui, dove c’era spazio solo per tristezza e commiserazione per risultati che stentavano ad arrivare. Le consapevolezza di altri, come El Principe Diego Milito, Wesley Sneijder, Samuel Eto’o, Julio Cesar, Christian Chivu o Maicon, che quella del 2009/2010 sarebbe potuta diventare la più bella stagione della loro carriera.

Ogni dubbio era diventato obsoleto, superfluo. Era l’anno dell’Inter, e quella partita di trincea ne fu la più chiara dimostrazione. Non sempre basta il solo talento col pallone tra i piedi, ci vogliono molte più cose, tanti altri elementi, per arrivare a certi obiettivi: la grinta, il sacrificio, la capacità di non mollare, il desiderio di emergere, bisogna avere fame. E l’Inter di Josè Mourinho, il mago di Setubal, quella sera al Camp Nou, era davvero affamata.

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Per me, tifoso interista cresciuto nel mito del chino Recoba, i nerazzurri vinsero la tanto agognata Champions League in quella calda serata primaverile, quel 28 Aprile,non il 22 Maggio. Con tutto il rispetto che ho per il Bayern Monaco, quella finale, più che una partita, fu solo una cerimonia ufficiosa un po’ più lunga.

Articolo a cura di: Daniele Pagani

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