ARGENTINOS JUNIORS, QUELLA FAMIGLIA DOVE SI PIANTANO SEMI E UOMINI

 

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Comodo comodo. Prendo il 146 da Avenida Leandro Alem,  due minuti a piedi da Plaza de Mayo. Sono da solo, trovo posto, non semplice, francamente una goduria. “Señor, para La paternal?” “Si señor, hay una hora” Ha ragione l’autista, manca più o meno un’ora, bisogna attraversare in largo tutta Buenos Aires.

Il viaggio è incantevole, si passa per una Buenos Aires alternativa, fatta di bianche case basse, cartelloni pubblicitari giganti e grandi porte di legno stile saloon. Scendo saltando dal pullman un po’ alla Hazard perché, diciamo così, la pazienza dei conducenti argentini è limitata.

La Paternal è uno delle poche zone della capitale che ancora mantiene la vecchia struttura urbanistica degli anni venti e sembra davvero un barrio: case ingiallite dal maltempo, strade impolverate e tantissimi murales. Domina un solo colore da queste parti, il rosso. In tutte le sue declinazioni, politiche, sociali, ma soprattutto sportive, perché la bandiera che spunta dalle case è quella vermiglia della Asociación Atletica Argentinos Juniors, il club di quartiere più importante del mondo.

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Originiarente la squadra si chiamava Los Martires de Chicago, ricordando l’impiccagione di otto anarchici avvenuta a Chicago nel 1886; sostanzialmente derivano da un circolo socialista, ecco il perché del colore rosso. Sono socialisti, anche nel modo estremante solidale di condividere le strutture sportive. “Tano (italiano, ndr) suona!” “Come suona?” “Eh, suona!” Effettivamente alla porta undici dell’Estadio Diego Armando Maradona c’è un campanello, naturalmente rosso. Suono. Mi aprono, incredibile. Si presenta, José, un signore stempiato e  quasi senza denti che ha la faccia di quello che passa lì per caso. “Aspetta il Gordo (il grasso, ndr)” mi dice “Lui ti spiega tutto”. Non faccio ulteriori domande.

Nel frattempo mi faccio un giro tutt’ intorno allo stadio, che non sembrerebbe manco tale se non fosse per le luci, che spezzano un po’ la monocromia della zona. Mi avvolgono i murales, d’altra parte bisogna giudicare l’Argentina anche e soprattutto dai suoi muri. Ci sono le grandi figuras, come le chiamano qui.

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C’è Ricardo, detto “Tano” Trigili, grande cannoniere degli anni cinquanta, colui che porta la squadra in prima divisione per la prima volta. C’è il pichi ( il piccolino,ndr) Claudio Borghi,  cui hanno dedicato un esquina, l’angolo tra la calle Juan Augustín Garcia e Gavilán.

In una fredda mattinata brianzola il pichi aveva incantato un rampante imprenditore che guardava la finale di Coppa Intercontinentale di Tokyo tra Juventus e Argentinos Juniors, e che in quel periodo stava perfezionando l’acquisto dell’A.C Milan. Il nome? Silvio Berlusconi, che l’anno dopo lo vuole a Milanello. Risultati al Milan, altalenanti. Per questa gente però, rimane sempre il ragazzino con le gambe storte che ha portato una squadra di quartiere a vincere la Libertadores al primo colpo nel 1985.

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Va bene Trigili, va bene Borghi, ma il grande protagonista è lui, Diego. Gli hanno intitolato la stadio, e domandando di lui tra queste strade, trovo sempre qualcuno che risponde col sorriso: le signore che gli preparavano la milanesa (cotoletta col pomodoro sopra, ndr), quelli che gli lucidavano gli scarpini, chi lo accompagnava a casa a Villa Fiorito, non esattamente un posto elegante. Qui forse si è visto il miglior Maradona con quello di Napoli. Sublime quando doveva andare contro i potenti. Nel puro spirito socialista, come sarebbe piaciuto ai fondatori.

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Nel frattempo è arrivato il Gordo, che poi sarebbe Martín, un grassottello signore sulla cinquantina, molto disponibile che mi fa da Cicerone nell’ impianto. Mi spiega che siccome non hanno la forza economica delle grandi del calcio argentino, devono arrivare prima, i campioni se li devono fare in casa. Dal vicino campo delle Malvinas, dove ci sono le giovanili, sono passati in tantissimi: Redondo, Riquelme, Sorín, Batista, Ortigoza, Biglia.

Quando gli chiedo il segreto di tutti questi successi mi risponde due cose: velocità e programmazione. Ha ragione lui, i loro osservatori arrivano sempre prima sui talenti rioplatensi. Non serve avere un bacino immenso da cui pescare, come Boca o l’Independiente, basta Buenos Aires e provincia. Lavorare in modo assiduo e meticoloso su un territorio ristretto dà i suoi frutti. Far andare a scuola i ragazzi tutti insieme, sempre a La Paternal, frequentando le stesse persone per tanti anni, crea legami quasi indissolubili.

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E poi ci sono gli allenatori, che pensano prima alla controllo di palla che alla diagonale, prima allo stop e poi alla salita della difesa. Il più grande di tutti è stato Don Francisco Cornejo, fino all’ora del mate, impiegato al banco dei pegni; dall’ultimo sorso di bombilla, uno dei migliori allenatori d’Argentina ed effigiato anche tra queste mura. Ha sempre detto, “Io non ho scoperto nessuno, Maradona te lo porta Dio, tu devi soltanto stare attento”. Vero uomo de La Paternal, tanto lavoro e poche lodi.

Prima di cacciarmi gentilmente, Martín mi regala un ultimo spunto. “Vedi, tano, qui non ci importa formare solo il giocatore, ma anche l’uomo e la sua dedizione al lavoro, perché tutto questo può finire per un intervento al ginocchio, ma la vita dal giorno dopo riparte da capo”.

Questo è l’Argentinos Juniors. Lo chiamano il “semillero del mundo” la semenza del mondo. Questo è il concetto di piantare semi, di formare persone. Argentinos Juniors, titoli pochi (tre campionati e una Libertadores in più di cent’anni di storia) ma chiedete a ogni singolo campione passato di qui se non si ricorda chi gli preparava il pranzo, di chi lo portava al campo e di chi gestiva le docce. Ve li ripeterà uno per uno, nombre e appelido (nome e cognome,ndr)

Articolo a cura di: Fabio Simonelli

Di seguito il resto della photogallery: ricordiamo che le immagini sono coperte da copyright ed il loro utilizzo illecito non sarà tollerato. Esclusiva della GDF.

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