YOU’LL NEVER WALK ALONE, DA BROADWAY ALLA PREMIER

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«Do you remember that sampler you gave me? Do you remember what it says?»  con un inconfondibile accento del sud degli Stati Uniti.

A dirlo, o meglio, recitarlo Christine Johnson Smith alias Nettie in Carousel, un musical uscito a Broadway, al Majestic Theatre,  nell’ Aprile del 1945.«Ti ricordi quel campionatore? Ti ricordi cosa dice?». Queste le ultime parole prima del coro, uno dei più famosi nel mondo del teatro musicale e non solo.

Musica di Richard Rodgers, le parole di Oscar Hammerstein II, You’ll never walk alone è passato dalle porte di velluto rosse dei teatri newyorchesi a quelle bianche con tre pali degli stadi di tutto il mondo. Quello che doveva essere solo un incoraggiamento per Julie, rimasta vedova, è diventato simbolo di identificazione, in maniera diversa.

Merito di uno sbarbatello di Liverpool, Gerry Marsden che con i suoi The Pacemakers, già all’inizio del 1963, ha firmato un contratto con Brian Epstein manager della più importante casa discografica sulla scena beat, la Columbia, che negli studi di Abbey Road a Londra faceva registrare un altro quartetto della Mersey piuttosto famoso.

Gerry conosceva e amava Carousel fin da piccolo, decide di fare una cover e di  inserirla nella raccolta How do you like it? del dicembre dello stesso anno. Il pezzo inizia a girare e a scalare le classifiche, e viene mandato dagli auto parlanti di Anfiel Road, la casa de Liverpool. In quegli anni negli stadi inglesi si usava intonare dagli spalti le canzoni più in voga del momento e il brano, proprio per la sua coralità e il suo testo, prende subito piega.

Non camminerai mai solo” un motto, un’invocazione, che piace moltissimo ai tifosi dei Reds. Lo adottano ufficialmente nella finale di F.A Cup del 1965 contro il Leeds, quando raggiungono le due torri di Wembley  in corteo intonando proprio il tema di Gerry. Il «nuovo biglietto da visita del Liverpool» lo definisce Kenneth Wostelnhome, celebre telecronista dell’epoca.

Da quei pochi passi lungo Royal Route cambia tutto, nasce un mito, una leggenda. Così importante da essere scritto sopra le scale che collegano il tunnel di Anfield al campo. Perché You’ll never walk alone racchiude lo spirito del club e della propria gente, un invito ad andare avanti sempre e comunque, nella buona e nella cattiva sorte, come in un matrimonio.

E allora ci sono diversi You’ll never walk alone, con diversi significati. Quello della finale di coppa d’Inghilterra del 1989 contro i cugini dell’Everton, a pochi giorni dal crollo della gradinata dell Hillsborough Stadium di Shaffield, è forse uno dei più commoventi: novantamila persone, sciarpe rosse e blu insieme, due lati del Merseyside, nonostante la rivalità, unite a cantare insieme a Gerry per i 96 che non ce l’avevano fatta.

Un mito, per definizione, si diffonde di generazione in generazione e travalica anche i confini territoriali. E allora anche altre tifoserie iniziano a far propria la canzone, in Gran Bretagna e fuori. Non solo i bianco verdi scozzesi del Celtic, con cui c’è una diatriba su chi prima l’abbia portato alla ribalta (ma, come detto, sembrano esserci pochi dubbi) ma anche il Borussia Dortmund, il Genoa, la squadra più “britannica” del calcio italiano, e il St Pauli, club di Amburgo, che addirittura ne ha fatta un cover in chiave punk, perché lì se non hai su anfibi e giacca di pelle ti guardano storto.

Non si sa se Rodgers e Hammerstein siano stati più contenti che  il loro coro, nonostante le versioni di grandissimi interpreti come Sinatra, Cash, Elvis o Doris Day, sia così conosciuto per ragioni che sfiorano appena la musica e il teatro, ma poco importa, quando si crea «un pianto di guerra, un inno di trionfo, una sofferenza occasionale». Parole di uomo della Kop, di uno di quei tanti che non vogliono smettere di credere alla forza di questa “canzone”.

Articolo a cura di: Fabio Simonelli

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