EDITORIALE: IN BUNDESLIGA SI APRE IL “CASO RB LIPSIA”

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Un progetto calcistico a lungo termine volto a cercare tutti i migliori talenti di Germania ed una grandissima difficoltà nell’essere accettati dall’elité del calcio tedesco.

Prima di iniziare qualunque tipo di discorso però, facciamo un breve rewind: il RD Lipsia (in lingua originale Leipzig) è la quarta squadra fondata dal colosso degli energy drink, dopo il Red Bulls Salisburgo, New York Red Bulls e Red Bull Brasil do Campinas. Tecnicamente, RD sta per RasenBallsport (“sport di palla su prato”), sigla che coincide proprio con le famose iniziali della Red Bull: si tratta di una furbata commerciale, dato che usare un marchio (fatta eccezione per il Bayer Leverkusen, che assunse questo nome prima che la regola entrasse effettivamente in vigore)  nel nome di una squadra, proprio in Germania, è assolutamente vietato.

Inizialmente, l’obiettivo era concentrarsi sul trovare una zona della Germania dove iniziar ad espandere il proprio business: a ovest, la presenza dei top club avrebbe impedito quella rapida diffusione che i dirigenti RedBull speravano. Risultato? Si optò per la Germania-est ed, in particolare, per la Dynamo Dresda, che venne poi scartata per tanti fattori (tifoseria estremista e pericolosa, scarsi risultati e “not so good for business“!).

Così, la Red Bull decise di spostare i propri interessi: la Sassonia non poteva garantire nulla e le attenzioni vennero dirottate verso la città di Lipsia, anche sede del Zentralstadion (“lo stadio centrale”, ora RedBull Arena). Le antenne dei dirigenti RB si posero su Sachsen 1990 (seconda squadra per importanza, dietro la Lokomotive Lipsia) e il Markranstadt, militante ai tempi in quinta divisione. Nel caso dei primi la transazione non andò a buon fine, a causa delle vivaci proteste dei tifosi.

Con il Makranstadt ci furono veementi proteste da parte della tifoseria, tant’è che si sfociò in atti di vandalismo puro quali lettere minatorie, distruzioni di cartelli Red Bull e anche lo spargimento di diserbante sul terreno di gioco. Poco dopo, per volere della federcalcio della regione Sassone, vennero acquistate le giovanili del Sachsen in cambio di una pre-stabilita somma di denaro (Soldi che permisero al Sachsen, un anno dopo il fallimento, di riiniziare dalla sesta divisione).

L’inizio fu dei migliori: Regionalliga conquistata subito, poi la 3.Liga (2° posto, promozione e due coppe di Sassonia consecutive) ed infine, la Zweite Bundesliga. Al primo tentativo ci fu un buon 5° posto, l’anno scorso è arrivata la promozione in Bundes: una cavalcata vera e propria, pressochè inarrestabile. “Compreremo tutti i migliori giovani del calcio tedesco, poi li renderemo coesi per creare un team perfetto, destinato a vincere il Meisterschale”, parole firmate dal patron Mateschitz, ambiziose ma dette con toni sicuri, anche perché è dal ’94 che non si vedeva una squadra dell’ex DDR in massima serie.

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Attualmente, la rosa ha un valore superiore ai 70 milioni, ha una media di età di 23 anni su 26 giocatori ed è 7° in campionato, a -1 dalla Zona-Europa, chi ben comincia… ma sorge la domanda, più spontanea che mai: perchè il Lipsia è tanto osteggiato dalle tifoserie dei club tedeschi? La risposta è abbastanza scontata: la tradizione. Esatto, il Moenchengladbach, il Borussia Dortmund, il Bayern Monaco, l’Amburgo, lo Schalke ed il Werder sono le squadre che, più di tutte, si sono guadagnate una reputazione, hanno il rispetto di un paese intero.

In effetti, una di queste big della Bundes (è grande chi ha la storia, non chi ha i soldi) non è stata citata: lo Stoccarda, retrocesso in Zweite Bundesliga nella scorsa stagione. E’ qui che capitalismo e tradizione si sono incontrate. Il primo reato, secondo i tifosi dei club nobili, è di aver calpestato la tradizione, il secondo è aver voluto intraprendere un business di forte accento capitalistico tramite il calcio (il mezzo di diffusione prescelto) in una parte di Stato ancora povera, dove si guadagna circa il 30%/35% in meno rispetto all’Ovest, dove il popolo è molto più impoverito e, in alcuni casi, ancora attaccato ai vecchi ideali polito-economici.

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C’è chi protesta, chi lancia slogan (“Non giochiamo contro la squadra in lattina“) e chi diserta lo stadio. Di tutto e di più. Esatto, perchè i tifosi della Dynamo Dresda, durante un turno di Coppa di Germania ad Agosto, hanno lanciato una testa di toro mozzata (il toro è il simbolo della RedBull) sul rettangolo verde (vi ho detto che erano estremisti, ora lo sapete). Un filo più pacata la reazione dei tifosi del Colonia, che hanno ritardato l’ingresso del pullman allo stadio, sedendosi o straiandosi in mezzo alla strada.

La tifoseria più calda di Germania, il muro giallo del BvB, ha disertato la trasferta di Lipsia: “Il calcio si gioca per suscitare emozioni, per regalare gioie alle persone. Loro giocano solo per farsi pubblicità. Questa è la commercializzazione del calcio che vogliamo combattere”. Eppure, mister Mateschitz, presidente di questa realtà dell’attuale Bundesliga, non sembra curarsi troppo di queste proteste dall’accento anticapitalistico e denigratorio.

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Già con il Salisburgo decise di cambiare i colori sociali e lo stemma (da divisa viola a bianca e rossa e stemma con marchio Red Bull, in Austria è legale). I tifosi raccolsero 8 milioni di firme perchè ciò non si verificasse, Mateschitz rispose alla partita successiva, regalando un paio di occhiali con le lenti viola a tutti i tifosi (“in modo che potessero rivedere la loro squadra giocare con i tanto amati coloro sociali“).

La notizia fece anche il giro della Germania… ed è proprio lì che ora si annida l’odio per la Red Bull. Quindi, i club tedeschi tradizionalisti si armino di odio e pregiudizio o qualunque altra cosa, tanto vale… fermare l’ascesa del Lipsia non sarà impresa facile.

Articolo a cura di: Daniele Pagani

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