MANE’ GARRINCHA, L’ESSENZA DELLO STILE GINGA – 2° PARTE

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Il proseguimento della storia di Garrincha, dal capitolo 6 al 10. Dall’apice della carriera fino al declino.

CAPITOLO 6

GLI INIZI COL BOTAFOGO

Semplicemente incontenibile. Puoi mettergli davanti anche Dio in persona. Lo salterebbe lo stesso, con il suo marchio di fabbrica: muove il bacino finchè non sbilancia l’avversario, si porta la palla sull’esterno e corre. Il risultato è uno: nessuno sa come fermarlo.

Il più grande giocatore amatoriale che il calcio professionistico abbia mai creato

Così lo definisce Raul Castro, il fratello di Fidel. Garrincha è un calciatore che ha preso ogni sua debolezza e l’ha resa oro colato. Perfetto in ogni sfumatura della sua imperfezione. Nel film “Nos Que Qui Estamos por Vos Esperamos“, datato 1999, il regista Fred Astaire definisce i dribbling di Mané come una forma artistica. Garrincha danza col pallone tra i piedi: il fisico ed il talento, se relazionati, non dovrebbero portare a risultati così straordinari. Garrincha quindi, è una delle contraddizioni più belle della storia del ‘900.

CAPITOLO 7

I MONDIALI DEL 1958

E’ il 1958: ci sono i mondiali in Svezia. Il Brasile è reduce da una sconfitta in finale (2-1) nel 1950, per mano dell’Uruguay di Alcides Ghiggia, ed un’eliminazione nel ’54 per mano della sorprendente Ungheria di Puskas. Il Maracanazo, a distanza di 8 anni, fa ancora male.

Manè abbraccia la Seleçao nel 1955, quando Julinho, fenomenale attaccante del Portuguesa, decide di abbandonare la sua terra per l’Italia, firmando con la Fiorentina. In quegli anni è Garrincha l’esterno più forte in circolazione, nonostante i noti problemi extracalcistici, e il docet di convocare solo giocatori appartenenti al calcio brasiliano lo aiuta parecchio.

Garrincha però, come molti altri, non è visto bene: i Mondiali del 1950 portano ad un netto razzismo nei confronti dei giocatori di colore e contro lo stile ginga, che viene visto come la causa primaria della sconfitta del Brasile. Il Brasile è una nazionale dal potenziale enorme, ma non ha coscienza di sè, non ha un carattere ed il CT Feola, vuole europeizzare la propria squadra. NIENTE DI PIU’ SBAGLIATO.

L’anarchia di Garrincha non è ben vista, al pari di quella di un 17enne attaccante, chiamato Pelé. Inoltre, dopo diversi test mentali e d’intelligenza, uscì che Garrincha “Ha la psiche di un bambino di 4 anni, non ha l’intelligenza di fare l’autista di omnibus”. Oltre ad essere stupido è nero e beve Cachaça dalla mattina alla sera, bottiglia dopo bottiglia.

Eh già… e Pelè invece “E’ un infantile a cui manca lo spirito di lotta, è troppo giovane per reagire con l’adeguata aggressività e non ha senso di responsabilità necessario allo spirito di squadra“…

Andate a chiedere informazioni sull’amichevole tra Brasile e Fiorentina al Nervi prima dei Mondiali. Chiedete a Magnini, Cervato, al portiere Sarti e pure a Robotti. Sul 3-0 Garrincha scarta tutti, salta il portiere e si ferma sulla linea di porta, aspetta  proprio Robotti, che nel tentativo di falciarlo si stampa contro il palo della porta.

Dopo aver segnato, vede i propri compagni arrivargli in contro. Ma non ci sono abbracci o complimenti. Ad aspettarlo c’è un bel cazzotto di Nilton Santos, che gli dice “Cretino, certe cose non le devi fare. Così facendo, prima o poi qualcuno ti spezzerà la gamba“. Paulo Amaral, il suo primo allenatore al Botafogo, ai tempi vice di Feola, lo giustifica con un “Mané non fa così per disprezzo o superficialità, è il suo modo di vivere il calcio. Con allegria“.

Chissene frega della buona prestazione. Garrincha viene comunque visto, a causa del suo stile, come un pericolo per i suoi compagni. Lo stile ginga va rimosso, ripudiato e gettato nel cestino. Eppure, come si possono rimuovere certi aspetti, così radicati e profondi? La sensazione è che neanche l’Inquisizione sarebbe riuscita a fare qualcosa per cancellare lo stile ginga da uno come Garrincha.

Nella fase a gironi del Mondiale arrivano un successo con l’Austria ed un pareggio contro gli inglesi. L’ultima partita è quella decisiva per passare alle fasi finali, contro l’URSS di Lev Yashin. Gli assistenti di Feola convincono il CT a far giocare Garrincha e Pelé: mai fu vista scelta più azzeccata. Il Brasile, almeno in parte, torna alle origini ginga e domina la partita, distruggendo il muro aissato dai sovietici.

Ai quarti c’è il Galles. Il Brasile vince 1-0, grazie a Pelé. Il malcapitato terzino gallese dirà di lui: “Credo che fosse più pericoloso di Pelé a quel tempo. Era un vero fenomeno, capace di pura magia. Era difficile capire in quale direzione stesse andando per via delle sue gambe e pure perché era a suo agio col piede sinistro come con il destro, quindi era in grado di tagliare verso l’interno o andare verso il fondo e, inoltre, possedeva un tiro tremendo”.

In semifinale c’è lo scoglio francese. Uno scoglio enorme: Raymond Kopa e Just Fontaine. Ma in quel match, a far la differenza, è l’altro figlio della ginga: Pelé, che realizza 3 reti. In finale c’è la Svezia, favoritissima per la vittoria finale. La partita, dopo un inizio difficile, finisce 5-2 per la nazionale verdeoro. Pelé si prende, ovviamente, la copertina.

A fine partita, Mané si rivolge incredulo a capitan Bellini e chiede “Che cos’è successo?” “Ma come cos’è successo? Siamo campioni del mondo” rispose il capitano. “Ed il ritorno quand’è che si gioca?

Garrincha era poco intelligente, Feola non gli spiegava gli schemi tanto non li avrebbe capiti. Ma in campo gli veniva tutto naturale, quel mondiale l’ha vinto lui. Pelé ha contribuito al titolo, Didì era il leader, ma Garrincha ha risolto i problemi

[Josè Altafini, il brasiliano più europeizzato di quella Seleçao]

CAPITOLO 8

IL RITORNO IN BRASILE ED I SUCCESSI COL BOTAFOGO

Il Brasile viene accolto trionfalmente, tanto che il governatore di Rio de Janeiro promette una villa a tutti i giocatori della Nazionale. Tutti applaudono, tutti sghignazzano. Ma non Mané. Il governatore chiede “Che succede ragazzo?” “Nulla… ma rinuncio volentieri alla mia nuova villa, se vuole farmi il favore di liberare quell’uccellino in gabbia“, disse indicando con il dito un passerotto.

Nel Botafogo le cose vanno alla grande, ma le tragiche vicende extracalcistiche continuano ad accompagnare Garrincha. Dopo 10 figli avuti tra la prima moglie e l’amante Iraci, mette incinta anche una 17enne cameriera svedese, in una trasferta successiva al Mondiale (’59).

La vita di Garrincha va avanti: il Botafogo lo paga sempre il minimo sindacabile, lui spende tutto tra sigari e Cachaça e intreccia un numero pressochè infinito di relazioni amorose. In effetti però, nonostante tutto, è il giocatore più forte in circolazione, anche con alcuni chili di troppo. Il Botafogo vince due campionati carioca consecutivi e O Globo celebra Garrincha con la seguente copertina “Come vincere? Semplice, avere 11 Garrincha

Nel 1961 viene premiato come “giocatore più popolare di Rio de Janeiro” da Elza Soares, colei che diventerà la madrina del Brasile nella spedizione Mondiale del ’62. Garrincha amava la cantante alla follia ed intraprenderà una relazione con lei. Avranno anche un figlio, Manu Garrincha Dos Santos Junior, detto Garrincinha, che morì a 9 anni in un tragico incidente stradale.

Sul campo invece, le cose vanno benissimo. Addirittura, nella coppa Rio-San Paolo contro il club America, l’arbitro Ferreira minaccia di espellerlo per i troppi dribbling eseguiti sul malcapitato terzino Ivan.

Arrivano i Mondiali del ’62, è il momento della coppia Pelé-Garrincha. Il primo però, si fa male dopo un paio di match. A rasserenare la trasferta di Mané c’è Elza Soares, vale a dire la madrina del Brasile. Garrincha si prende cura di lei, le da molte attenzioni e vuole che ci sia sempre qualcuno dello staff pronto per farle passare un soggiorno felice.

Durante Spagna-Brasile, la guarderà negli occhi e dirà “Andrò a vincere questo Mondiale, e lo vincerò per te“. Archiavata la Spagna, Mané mantiene la promessa fatta ad Elza: doppietta contro l’Inghilterra (3-1), doppietta e assist contro il Chile nella semifinale. Ma non finisce qui: contro i padroni di casa viene espulso. Come giocare la finale senza l’uomo simbolo di questa spedizione?

Interviene addirittura il ministro Neves, che fa ricorso contro la squalifica. L’arbitro reo di averlo espulso finisce al centro di un pubblico linciaggio. Comunque, la squalifica è tolta è Garrincha può disputare la finale.

Il Brasile è bicampeao! Ma non è il Mondiale di Pelè, il ’62 è l’anno d’oro di Garrincha.

In Brasile, un noto poeta di nome Vinicius de Morais gli dedica una poesia, “L’angelo dalle gambe storte“: Garrincha raggiunge livelli di popolarità mai visti prima. Fa scalpore però, l’abbandono della moglie e delle figlie in favore del secondo matrimonio, quello con Elza Soares.

L’avvocato della prima moglie (Nair Marques) lo screditerà pesantemente agli occhi della sua patria, al punto da prosciugare ogni sua finanza. Garrincha si ritrova sul lastrico, è un alcolizzato e anche il suo fisico inizia ad accusare problemi di vario genere, in particolare alle ginocchia.

Nel 1963 Inter, Milan e Juve cercano di acquistarlo insieme, con l’accordo di farlo giocare un anno coi bianconeri ed i seguenti due con le milanesi. Nulla da fare, Garrincha non ne vuole sapere di lasciare la sua patria. Il Botafogo, scaltro e irriconoscente, lo paga in base alle presenze, quindi Garrincha nonostante i problemi fisici, deve giocare per risolvere le proprie grane economiche. Nel ’65 si fa asportare i menischi, ma chiunque nota che “La Gioia del Popolo” non è più tanto gioiosa: Mané non sa più suscitare la felicità nei tifosi.

CAPITOLO 9

L’INIZIO DELLA FINE

“Pelè era un atleta, Garrincha un artista. Metteteli insieme e avrete una combinazione perfetta, impossibile da fermare.”

Nel 66′ Garrincha lascia il Botafogo e firma con il Corinthians. Tutti notano che Mané non è più lo stesso, tranne il presidente della federcalcio brasiliana Havelange, che considera lui e Pelé due patrimoni nazionali, insostituibili con la maglia verdeoro. Nel primo match del Mondiale ’66 in effetti, l’impressione è questa (i due campioni segnano entrambi). Il secondo match, condito dall’infortunio di O’Rey, porta ad un secco 3-1 per l’Ungheria.

Alla fine il Portogallo di Eusebio, la Perla Nera, fa fuori la Seleçao. Garrincha non giocherà quel match, che segnerà anche la fine della sua carriera in nazionale. Il Brasile, con Pelé e Mané in campo insieme, non ha mai perso. Ma quell’era sembra ormai al termine.

Torna a casa, cosciente di dover giocare per pagare gli alimenti alle figlie. Dopo l’addio al Timao, firma per il Vasco Da Gama, che però cestina il suo contratto dopo aver ammirato la copia sbiadita di Garrincha durante un’amichevole. Allora, il brasiliano prova a lasciare la patria e firma con l’Atletico Junior, disputa un buon match, ma decide di rescindere subito.

Il Flamengo lo tessera e gli fa disputare parecchie amichevoli, ma nulla. Nel 1969 un altro fatto distrugge sempre più la psiche di Mané: durante il viaggio verso casa, a Pau Grande, per visitare i figli avuti da Nair, la macchina si scontra con un tir e si ribalta. Mané si salva, destino diverso per la suocera, madre della seconda moglie, Elza Soares. Il senso di colpa lo distrugge lo fa sprofondare in alcolismo e depressione.

Garrincha continua a vivere le sue giornate tra sigari, bottiglie di Cachaça e pianti. Non ha la forza per alzare la testa e ripartire. Sperpera tutti i suoi soldi in cose futili. L’amore della moglie Elza è l’unica cosa che lo manda avanti. E’ proprio la moglie che, per proteggere il marito, decide di cambiare aria: la coppia lascia il Brasile e si trasferisce in Italia. Elza trova un impiego presso il Teatro Sistina, Mané si allena con la Lazio per provare a rimettersi in gioco. Niente da fare, in Italia lo vedono più come uno spettacolo da circo per riempire le pagine de giornali.

Il Governo gli trova un lavoro, poco retribuito ma tanto vale: Garrincha diventa l’ufficiale ambasciatore del caffè brasiliano in Italia. Mille dollari al mese. Ma nemmeno quel lavoro va bene per lui (“Il caffè brasiliano? Mai bevuto, ma la Cachaça…“). Una cosa fa riflettere: nel ’70 Garrincha che sponsorizza caffè, Pelé solleva la sua terza Coppa del Mondo allo stadio Atzeca.

Mané vorrebbe riprendere a giocare: cerca un accordo coi francesi del Red Star, niente da fare. Neanche la moglie Elza ottiene successo. La coppia decide di tornare in patria. Mané firma con l’Olaria, che lo paga 5000 cruizeros al mese. Disputò due partite: una contro il Flamengo, l’ultima… contro il suo Botafogo, il club a cui ha dato tutto senza ricevere nulla in cambio, se non il minimo sindacabile.

CAPITOLO 10

GLI ANNI PIU’ NERI E LA MORTE

“Mané Garrincha visse i suoi ultimi venti anni totalmente avulso dalla società. Affondò nell’alcolismo, rimase incapace di rapportarsi con ognuno dei quattordici figli che lasciò sparsi per il mondo. Bistrattato dalle compagne, sveniva per le porte delle osterie, dormiva per i marciapiedi, era accolto da omosessuali e sopravviveva solo grazie ai favori e alla filantropia dello Stato”.

Nel 1973 ben 150mila tifosi vanno a vedere la partita d’addio di Mané. Brasile contro Resto del Mondo. Garrincha riceve applausi scroscianti, ma è l’evidente ombra di sè stesso. Una trasposizione pubblica del suo declino imminente. Nair Marques, la prima moglie, muore nel ’75, quindi Manoel deve occuparsi di ben 5 figli. Inoltre, come spiegato qualche capitolo prima, nasce Garrincinha, figlio maschio tanto agognato e avuto da Elza Soares. Ma tutto deve evidentemente finire male, il destino sembra aver riservato il peggio a Garrincha: il figlio muore a 9 anni in un incidente stradale, come la suocera. Inoltre spuntano dettagli su un’altra relazione dalla quale Garrincha ebbe un figlio mai riconosciuto. Il tutto porta al divorzio da Elza Soares e ad un terzo matrimonio.

Stavo guardando la tv e quando l’ho visto volevo piangere. Stava seduto sul carro senza la minima idea di cosa gli stesse succedendo intorno. La sua faccia sembrava consumata, come se non ci fosse rimasta più vita. È stata una delle cose più tristi che ho mai visto” (Pelé)

Garrincha viene recuperato, sempre più spesso, in stato d’incoscienza fuori dalle osterie. E’ finito. La federcalcio brasiliana paga le sue cure, ma smette all’ennesimo conto faraonico (venne scoperto a comprare le sigarette per tutti i ricoverati del suo reparto).

Nell’1983 invece, viene portato all’ospedale in coma etilico. Irriconoscibile.

Due medici, Ana Helenio Bastos e Maria Beatriz Carneiro da Cunha, il 20 Gennaio portano il morente Garrincha nel reparto alcolizzati, cercando di recuperare una causa ormai persa.
Alle 6:00 del mattino del giorno seguente, Garrincha spirerà. Furono l’infermiere Amoiré e la dottoressa Fatima a costatarne il decesso. La salma viene portata al Maracanà, tutto pare un ritorno al passato.
Poi arrivò un camion dei pompieri, lo stesso che trasportò il Brasile campione del mondo nel 1958, in trionfo. Stavolta però, nessun festeggiamento, solo n’immensa tristezza. Infine, il lungo peregrinaggio verso Pau Grande, la città di Garrincha, dove venne seppellito. Quello stesso percorso, al contrario, fatto da Manoel tre decenni prima.
Strade completamente bloccate, migliaia di brasiliani ammassati per dare l’ultimo saluto ad una delle loro stelle più luminose. “L’uomo che ha fatto ridere il mondo, quel giorno lo ha fatto piangere...”.
Articolo a cura di: Daniele Pagani

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