MICHAEL OWEN, PARABOLA DI UN GOLDEN BOY

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Michael Owen, The Golden Boy – Photo by Alessio Giannone

Was a sunny day in a Munich stadium
All the beer in Munich cant console them
As Oliver hit the turf
It was English footballs birth
It was there biggest loss since 1931

England 5 germany 1
Michael Owen is number 1

Beckenbauer and Voller thought they d seen it all
Steven Michael Emile and golden balls
Running rings round you there was nothing
You could do England’s glory
We changed the story
Now where pulling

England 5 Germany 1
Michael Owen is number 1

We got a Sweden called Sven Gor Eriksson
Bobby Moor is now David Beckham
So Germany rip where the golden age to be our time has come
There on the run its time for victory

Cantavano i The Business dopo la schiacciante vittoria dei Leoni Inglesi sulla Germania nella gara valevole per le qualificazioni mondiali.

Storie di parabole. Ovviamente discendenti. Quante ve ne abbiamo raccontate? Probabilmente troppe, ma sono quelle che sicuramente emozionano di più, in particolare grazie a quel sottile simbolismo romantico e una velata malinconia. Perdonatemi, ma quando parlo di calcio divento nostalgico.

Oggi però, parleremo della parabola discendente per antonomasia. Quella di Michael James Owen, il calciatore che venne definito nuovo messia del calcio inglese all’inizio di questo millennio, che dalle parti di Anfiel Road venne soprannominato The Golden Boy dai tifosi. Storia triste, perchè per raggiungere il successo ci vuole tanto. Anzi, mi devo correggere: ci vuole tanto, ma non se sei un predestinato. Insomma, non se ti chiami Michael Owen…

Chester. 1972. La squadra della città, l’omonima Chester City sta vivendo un campionato di quelli incredibili, guidata in attacco da un certo Terry Owens, che a suon di gol sta portando il suo club in Third Division. I tifosi, manco a dirvelo, innamorati pazzi di lui. Nel 1979, mentre il Deva Stadium impazzisce per un nuovo idolo, un certo Ian Rush, nasce il quinto figlio di Terry, Michael. Eppure, quelli che giocavano a calcio nella famiglia Owen erano Andrew e Terry Junior. Michael si è avvicinato al mondo dello sport a 7 anni, ma non con un pallone tra i piedi, bensì con dei guantoni alle mani.

Il padre Terry lo iscrive alla Hawarden Boxing Club, dove tra un gancio ed un montante, e tra le botte prese e quelle date, Michael impara a non arrendersi mai. Ben presto però fu proprio Terry, giocando in giardino col figlio, a capire che Michael avrebbe potuto intraprendere il suo stesso percorso. Anzi, avrebbe potuto fare di meglio. Molto meglio.

Michael inizia a 8 anni, dalla categoria under-11 della Deeside Area Primary School. Era così minuto e magrolino che sua madre Janette era obbligata prima di ogni partita a firmare varie scartoffie che ne confermassero l’età, come attestato di garanzia. Il fisico però, non era poi un problema così grande. Perché? Per esempio i suoi 92 gol nel 1988, un record da urlo, che ironia della sorte apparteneva proprio a Ian Rush, che nel frattempo era divenuto una vera e propria leggenda del Liverpool.

Diversi top club di Premier, all’età di 12 anni, iniziano a proporre alla famiglia di Michael degli interessanti Schoolboy Contract, spesso utilizzati nel calcio anglosassone per favorire una crescita completa e unilaterale dal punto di vista calcistico, studentesco e umano. Il sogno di Owen era il vecchio club di suo padre, quell’Everton dove ai tempi giocava un certo Gary Lineker, il suo idolo d’infanzia.

Eppure i Toffees non dimostrano un interesse concreto per il ragazzo. E così la spunta il Liverpool, più lesto di altri club nell’approfittare della situazione. Michael Owen ai Reds di Ian Rush, tornato all’ombra di Anfield Road dopo una parentesi sfortunata alla Juventus. E wow! che giocate! che talento! che… recordman! Esatto, perchè a livello giovanile Michael inizia ad abbattere ogni record di precocità possibile. Tutti record di un certo Robbie “The God” Fowler, come lo soprannominava la Kop. Con le giovanili dell’Inghilterra invece, in un paio di anni Michael mette insieme addirittura 28 gol in 20 partite. Numeri mostruosi.

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Nel ’96, dopo alcune prestazioni incredibili a livello giovanile, tra cui spicca la finalissima di FA Youth Cup contro il West Ham del trio Lampard, Terry, Rio Ferdinand (vinta 2-1 con Owen man of the match), chiunque in casa Liverpool reputa Michael pronto per l’esordio coi grandi. Detto, fatto: Owen esordisce nell’amara sconfitta contro lo Wimbledon (2-1), con un gol, diventando il più giovane marcatore di sempre della storia del club.

Sempre più predestinato, con il Mondiale di Francia ’98 alle porte. Non convocarlo sarebbe da pazzi. E Glenn Hoddle, di fatto, dimostra di essere una persona con del raziocinio: Owen is on for the World Cup! I tifosi inglesi sono in estasi per il loro nuovo wonderkid. Un po’ meno dopo il match con la Romania di Hagi e Popescu. Ma tanto vale: la nazionale dei tre leoni supera agilmente il girone di qualificazione eliminando Tunisia e Colombia.

Agli ottavi, ironia della sorte, l’Argentina, o meglio, “Quelli che ormai dodici anni fa ci hanno scippato la qualificazione con un gol di mano“, la famosa mano de Dios di Maradona (oltre all’altro golazo del Pibe de Oro, che saltò praticamente tutta la squadra inglese). Sull’1-1 con Gabriel Batistuta e Shearer in rete, Michael stoppa la palla e si beve i centrali Chamot e Ayala, infine incrocia sul secondo palo e brucia Roa in controtempo. Alla fine però, ai calci di rigore vincerà l’Albiceleste. L’Inghilterra torna a casa, così bella e incompiuta, ma con una certezza in più: Michael James Owen, il ragazzo prodigio, colui che riporterà la Coppa del Mondo negli UK. .

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La tesi dei tifosi inglesi sembra essere confermata, anno dopo anno: in Premier League, nella stagione successiva ai Mondiali, Owen segna ben 18 gol e nonostante un grave infortunio, una volta rientrato torna a finalizzare a ritmi disumani. Tuttavia, con l’Inghilterra arriva l’ennesima delusione: gli inglesi escono alla fase ai gironi dell’Europeo belga per mano di Portogallo e Romania. Delusioni e critiche piovono sulla testa della squadra.

Nel 2000/2001 Owen si consacra definitivamente come stella del calcio mondiale: sotto la gestione tecnica del francese Gerard Houllier il Liverpool vince ben 5 trofei. Da ricordare la finale di FA Cup contro l’Arsenal, addirittura ribattezzata la Owen’s final, e soprattutto quella contro il Bayern Monaco in Supercoppa UEFA, dove Michael segna il gol decisivo.

Alla sua età non ho mai visto nessuno fare cose simili! Meglio del primo Ronaldo

La sentenza di un certo Pelé. Infatti a Dicembre arriva il Pallone d’Oro, uno dei più contestati della storia, ma tanto vale: Michael ha il mondo del calcio ai suoi piedi, è lui il migliore, l’uomo del momento.

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Arriva EURO 2004, lo storico Europeo della Grecia di Charistheas. L’Inghilterra si presenta alla competizione con una rosa mostruosa: Owen, Gerrard, Scholes, Lampard, Beckham e per concludere un 18enne di belle speranze, quel Wayne Rooney che stupì l’intero Regno Unito dopo l’esordio in Premier con la maglia dell’Everton. Nulla da fare per gli inglesi, eliminati dal Portogallo, la finalista perdente.

Nelle tre stagioni successive, dal 2002 al 2005, Owen realizza addirittura 75 gol: dei numeri eccezionali che iniziano ad attirare le attenzioni dei top club europei. Il Real Madrid, che ci ha sempre abituato a spese folli, non può non farci un pensierino. Un Golden Boy come lui è destinato a giocare nei Galacticos! E allora, sia fatta la volontà di Florentino: 17 milioni nelle casse dei Reds e Owen lascia la patria in favore della Liga spagnola.

Una volta arrivato a Madrid, sorge una domanda: come far convivere Raul, Owen, Luis Figo, Zidane e Ronaldo? Sono troppi. Ecco i lati negativi di una programmazione societaria che si basa sul merchandising e non sul calcio giocato. Owen ne fa 16 ma non sembra lo stesso di Liverpool. La sentenza definitiva sul suo futuro arriva da Vanderlei Luxemburg, terzo head coach della stagione madridista, che invita il Golden Boy a cercare una nuova destinazione. Intanto d’Oltremanica, mentre Owen fatica a trovare spazio con la camiseta madridista, il Liverpool di Gerrard e di Rafa Benitez vince la Champions League in quel di Instabul dopo la rimonta probabilmente più assurda e insperata di tutta la storia del calcio: da 0-3 a 3-3 contro il Milan di Carlo Ancelotti. Inoltre, con la maglia della Nazionale Inglese, Wayne Rooney sembra avergli scippato il ruolo di wonderkid.

Michael si ritrova a soli 25 anni in balia della sua stessa fama. Calcisticamente anziano a causa della sua precocità. Il Real Madrid lo mette in vendita, freneticamente desideroso di liberarsene, ed il Liverpool offre ben 12 milioni per provare a riportarlo ad Anfield Road. Alla fine la spunta il Newcastle, che avanza un’offerta di 18 milioni e porta Michael all’ombra di St. James Park. Il suo primo approccio coi Magpies è da ricordare: ben 25mila tifosi accorrono allo stadio per accogliere Michael, che farà coppia con Alan Shearer, ormai sul viale del ritiro e deciso a regalargli la sua divisa numero 9, quasi a voler esprimere un passaggio di consegne simbolico.

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L’inizio di stagione coi Magpies è davvero da sogno: 7 gol all’attivo! Owen sembra essere tornato il giocatore di una volta. Nel 2005 s’infortuna al metarso contro il Tottenham: Nulla di irrisolvibile, anche perchè manca poco ai Mondiali 2006. É lì che inizia la fine, la parabola inarrestabile verso l’inferno: nel terzo match del girone qualificatorio, contro la Svezia, il suo ginocchio fa crack. Gli esiti parlano di una rottura del legamento crociato: Owen dovrà stare fuori circa un anno.

Torna in campo a Marzo, ma sembra l’ombra di sè stesso. Come se non bastasse, oltre alle ginocchia sempre più fragili, Michael inizia ad avere altri guai fisici come parotite, strappi e lesioni muscolari. Nel 2007/08 realizza 13 gol, non pochi se considerati in relazione alle partite giocate, ma Michael non può più dare garanzie fisiche a tecniche al Newcastle, che l’anno dopo retrocede miseramente nel baratro della Championship.

L’estate successiva alla disastrosa stagione dei Magpies Owen si mette alla ricerca di una squadra, anche grazie alla forte pubblicità condotta dal suo entourage, che inizia a inviare veri e propri report alle squadre interessate in termini di potenziale rendimento sul campo e nel merchandising. Tuttavia, anche molti club di bassa fascia evitano di offrirgli un contratto. E poi all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno… chiama Sir Alex Ferguson: “Ciao Michael, ti va di venire allo United? Ti vedrei bene al fianco di Rooney. La maglia numero 7 non ha un padrone“.

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Ma ve lo immaginate? Quella maglia, probabilmente la più importante nella Manchester rossa, la storica numero 7 di di George Best, Eric Cantonà, David Beckham e Cristiano Ronaldo sulle spalle di un calciatore che solo qualche anno prima rappresentava il nemico numero uno, temuto e odiato come pochi altri nella storia del club di Old Trafford. L’accoglienza infatti è terribile: i tifosi dei Red Devils lo definiscono infiltrato oppure (ancora peggio) il figlio ripudiato di Anfield Road (impossibile dimenticare il coro dei tifosi Reds what a waste” durante la sfida tra Liverpool e Newcastle, nel 2005).

Tre anni nel Theather of dream, tra qualche gol e costanti infortuni, fanno di Owen il più classico dei cosiddetti comprimari di lusso: mai davvero costante, ma con qualche asso nella manica, ad esempio nella sfida di Champions League contro il Wolfsburg terminata 1-3 grazie ad una sua tripletta. Tra il 2009 e il 2011 Michael porta a casa un campionato inglese, una Football League One ed una Carling Cup, collezionando 50 presenze e 17 gol. Nel 2012 si svincola e si trasferisce allo Stoke City, che gli propone un contratto di durata annuale.

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Inizia il campionato e i segni dell’età si vedono eccome sul viso di Owen, ormai lontano parente del Golden Boy che tutti conoscevamo. Il  viso è solcato da rughe, evidenti quanto le cicatrici sulle sue fragili ginocchia, consumate dal tempo e dalla sfortuna. Atto finale contro il Southampton nella meravigliosa cornice del Saint Mary Stadium, che applaude Michael dal primo all’ultimo minuto. Alla fine della partita arriva una meritatissima standing ovation generale.

L’atto finale di un giocatore meravigliosamente imperfetto. Colui che “sarebbe potuto essere un fuoriclasse, ma è stato solo un grande campione“.

Articolo a cura di: Daniele Pagani

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