QUANDO SI GIOCA PER LA VITA: LO ZAIRE DEL ’74

zaire

Un piccolo aneddoto sulla Coppa del Mondo del 1974, con lo Zaire protagonista.

Un sorriso beffardo sotto due folti baffi spaccati in mezzo. Rivelino, ala della nazionale brasiliana, è incredulo. Ha appena assistito a una delle azioni più singolari viste su un campo di calcio. Sta per battere una punizione a cinque minuti dalla fine della terza partita del girone contro lo Zaire, in vantaggio 3 a 0, quando il terzino africano Mwepu Ilunga si stacca dalla barriera e a gioco fermo calcia la palla lontanissimo. «Ma è possibile che questo non sappia manco le regole?» pensa tra sé. Gli scappa anche da ridere. Come agli altri 70mila del Parkstadion di Gelsenkirchen di quel 22 Giugno 1974. Si avvicina Mwepu che in un perfetto portoghese gli chiede: «Ma tu esattamente, cosa ridi?» Già, cosa ridi. Sembra un gesto assurdo, se non si conoscono gli antefatti.

Dopo decenni di dominio coloniale belga, nel 1960 il re Baldovino  consegna il Congo a Lumumba, leader della corrente indipendentista. Lumumba diviene il primo ministro e pensa di trasformare il paese in uno stato federale. Non ci riesce, e la situazione politico-amministrativa si complica. Le due grandi superpotenze mondiali, Usa e Urss provano a inserirsi nel mercato di diamanti e tramite gli investimenti delle proprie multinazionali inseriscono la nazione africana nel gioco della guerra fredda. Il premier all’inizio si schiera con i russi ma presto è costretto a ritirarsi in favore del colonnello Joseph-Desiré Mobutu, sponsorizzato dagli americani. Nel 1965 Lumumba viene ucciso e l’amministrazione Jhonson, non potendo permettersi un intervento militare nella regione (era in pieno svolgimento la guerra in Vietnam) si affida al colonnello. Mobutu così diventa il sovrano incontrastato, e inizia un processo di radicalizzazione dello stato. Cambia tutti i nomi. Il Congo diventa Zaire, la capitale si chiamerà Kinshasa e non più Leopoldville e lui stesso si  mette il soprannome di Sese Seko Koko Ngbendu Wa Zabanga, che significa “ guerriero che va di vittoria in vittoria senza che alcuno possa fermarlo”. Tutti gli zairioti inoltre sono costretti ad abbandonare i costumi occidentali per adottare quelli tradizionali.

Anche il calcio subisce gli effetti della rivoluzione culturale. Il presidente a suon di dollari richiama i migliori giocatori sparsi in Europa per alzare il livello del campionato locale. Arrivano allenatori dall’estero per insegnare tecnica e tattica, come Blagoje Vidinic, nuovo tecnico della nazionale. Il modello funziona. A livello di club tre vittorie della  Coppa dei Campioni africana, due il TP Englebert (l’odierno Mazembe) e una il Vita Club. La nazionale, che nel 1968 e nel 1974 vinse la Coppa d’Africa. La vera vetrina per mostrarsi al mondo sarà il mondiale tedesco. Prima di partire Mobutu chiama tutti i calciatori e lo staff a Kinshasa. Per loro sono pronti auto, buste piene di biglietti verdi e case. Devono solo fare una buona figura in Germania. In caso contrario, le soluzioni saranno “diverse”.

La prima partita per certi versi non va manco malissimo. Contro la Scozia, lo squalo Joe Jordan, poi retrocesso al meno nobile nasello dai tifosi del Milan, ne infila due di testa. Troppo netta la superiorità fisica degli scozzesi, e poi la regola del fuorigioco non è molto chiara per gli africani. Sul secondo gol erano la difesa era a quaranta metri dal portiere Kazadi. Nonostante il risultato dignitoso, il leader non è contento e dalla capitale parte la telefonata. «I premi, ve li potete scordare, e vedete di non disonorare la nazione». Il secondo con la Jugoslavia si gioca il 18 Giugno. Gli slavi quando sono in giornata possono battere tutti, quando non lo sono possono perdere con tutti. Quella volta purtroppo per i ragazzi di Vidinic, lo sono. È un massacro. 9 a 0 con tutto il pubblico che scandisce «Plavi, Plavi» che è come si autodefiniscono i balcanici. La gara è a tratti imbarazzanti, certe defaillance degli africani sembrano davvero amatoriali. La Jugo non si ferma, perché comunque vuole onorare l’avversario. Questa volta la chiamata arriva al terzo gol (dopo mezz’ora) e intima di sostituire il capitano Kasadi, colpevole di due banali errori nelle prime due reti. Entra Tubilandu, che a vederlo sembra il portiere degli allievi, fa quasi tenerezza. Si limita a raccoglierne altre sei prima della fine. Al quarto gol, si alzano gli aerei da Kinshasa. I militari raggiungono i giocatori in ritiro e il messaggio è chiarissimo. Il Brasile alla prossima ha bisogno di vincere almeno 3 a 0 per qualificarsi. «Prendete il quarto, e  voi non fate più ritorno a casa, e le vostre famiglie, seguiranno la stessa sorte». Ecco spiegato il gesto di Mwepu, a cinque minuti dalla fine della partita col Brasile, e sotto di tre gol.

Molti hanno provato a spiegarlo come una forma di protesta non violenta. Un voler dar un calcio, metaforico e non, alla dittatura. Magari era solo paura o uno sfogo di tensione. Nel 2002 il terzino congolese ha dato la sua versione dei fatti in un’intervista alla Bbc. « Abbiamo creduto che saremmo tornati a casa diventando milionari. Guardatemi ora, vivo come un vagabondo. Quando tornammo in Zaire i nostri contratti vennero stracciati e nessuna promessa mantenuta. Mobutu sosteneva che avessimo riportato indietro di venti anni la percezione del calcio in Africa. No, no, tornassi indietro lavorerei sodo per diventare un contadino e nulla di più» .

Articolo a cura di: Fabio Simonelli

 

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