CARLOS TEVEZ & ALLEN EZAIL IVERSON, ANTIEROI E PADRONI DEL DESTINO

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Photo by Rosario Ferretti

<< No matter what happened in your past. You are not your past. You are the resources and the capabilities you glean from it. And that’s the basis for all changes >>

Jordan Ross Belfort

8215, 85 chilometri: la distanza che in linea d’aria separa Hampton, città indipendente della Virginia, da Ciudadela, barrio del Partido di Tres de Febrero, Buenos Aires. Storie di ragazzi difficili, cresciuti in ambienti pericolosi. Loro sanno bene cosa vuol dire la strada, Carlos Tévez e Allen Iverson: l’hanno vissuta e sperimentata sulla propria pelle, in tutte le sue forme. Luoghi del genere sono come una finestra sulla realtà dell’arcobaleno di caos cézanniano, tante sfumature di disordine: prevale sempre la legge del più forte e prendere la strada sbagliata, tra armi da fuoco, regolamenti di conti e droghe di vario genere, può portare chiunque a perdere sé stesso o i propri cari. E tornando alla citazione di Jordan Belfort, il lupo di Wall Street, l’unico modo per tirare avanti e sconfiggere il passato è ripartire da sé stessi, credendo nelle proprie capacità. Molto probabilmente è proprio questo il punto d’incontro tra l’Apache Carlos Tevéz e Allen Iverson, anche noto come The Answer. Così lontani, sportivamente e culturalmente. Così vicini, per l’incredibile grinta e la voglia di emergere che li ha sempre contraddistinti.

CAPITOLO I – Le radici dei self-made heroes:

Allen Ezail Iverson nasce il 7 Giugno del 1975, a Hampton. La famiglia vive nel ghetto della città, dove il traffico di droga è ampio e le sparatorie sono all’ordine del giorno. Piccola precisazione: definire “famiglia” quella del Bubbachuk è un’iperbole bella e buona. Il suo nome deriva dal padre, lo stesso uomo che abbandonò sua madre Ann, ai tempi della gravidanza appena 15enne, poco tempo prima del parto. Nonostante la mancanza di un genitore e le gravissime difficoltà economiche, al bambino non mancano delle figure di riferimento, se così vogliamo chiamarle: c’è Tony Clarck, ragazzo del quartiere poco più grande di lui con cui istaurerà un rapporto fraterno, e infine Michael Freeman.

Quest’ultimo, nuovo compagno di Ann, fa del suo meglio per dare stabilita economica alla famiglia Iverson e per legare il più possibile con il piccolo Allen, che intanto inizia ad approcciarsi al football americano giocando da quarterback,  con il sogno di indossare la divisa dei Dallas Cowboys, la sua squadra del cuore. Nel tempo libero invece, pallacanestro con gli amici. Come da copione del più classico american dream sportivo però, Ann vede suo figlio giocare a basket e lo iscrive alla squadra locale. E Allen, che considerava il parquet come un palcoscenico per “femminucce”, non la prende bene. Alla fine però, grazie agli incoraggiamenti di Michael e la presenza in squadra di tanti amici con cui condivideva anche la palla ovale, decide di provare questa nuova esperienza.

<<Da piccolo ho dovuto scegliere se fare il delinquente o il calciatore>>

Carlos Tévez

Migrando verso Sud, mentre l’Iverson bambino inizia a fare amicizia con la palla a spicchi, una certa Fabiana Martìnez, residente a Buenos Aires, dà alla luce il figlio Carlos, il 5 Febbraio del 1984. Anche in questo caso però, meglio mettere da parte il concetto di “nido famigliare”: il padre biologico del bambino fugge senza lasciare traccia di sé. La madre invece, entra in un profondo oblio di depressione e abbandona il figlio quando ha solo 3 mesi.

Fine di questa serie di sfortunati eventi? Non proprio. A soli 10 mesi, Carlos viene ricoverato in terapia intensiva in seguito ad un grave incidente domestico con un bollitore, che rovesciandosi gli sfigura parte del viso, del collo e del petto. Infine, dopo 2 mesi in una stanza d’ospedale, viene affidato agli zii materni dai quali erediterà il cognome con cui tutti lo conosciamo oggi. Adriana Martínez e Segundo Tévez diventano un punto di riferimento per Carlitos, che si trasferisce al primo piano della Torre 1 del barrio Ejército de los Andes, anche noto come Fuerte Apache, luogo in cui la polizia non osa mettere piede, se non pesantemente armata.

<< La mia infanzia in Argentina è stata difficile. Sono cresciuto in un luogo dove la droga e gli omicidi erano all’ordine del giorno. Ho fatto esperienze dure e sono cresciuto in fretta, ma per fortuna la vita mi ha permesso di fare una scelta. Non so se crescere in un luogo del genere mi abbia reso più battagliero. Ho sempre giocato a modo mio, ma è possibile >>

Carlos Tévez

CAPITOLO II – L’emergere del talento:

In quel di Hampton intanto, Allen Iverson diventa la star in miniatura di tutti i playground: stile di gioco rabbioso accompagnato da una buona dose di predisposizione innata per mettere la palla nel cesto, un mix mostruosamente perfetto. Nonostante la solite grane finanziarie, la vita sembra scorrere (quasi) serena per il ragazzo, che intanto frequenta la Bethel High School e gioca nella squadra di basket come playmaker, e in quella di football, ovviamente come quarterback. Sull’altra sponda, mentre il cognome Iverson si fa strada tra i campetti di cemento, Carlos inizia ad invaghirsi del fùtbol, e fin da bambino sembra ballare un meraviglioso tango con quel pallone di cuoio sgualcito tra i piedi, con il Club Santa Clara.

Eppure, la dura realtà dei quartieri malfamati torna a farsi sentire più forte di prima, come un pugno in faccia da Mike Tyson in persona. Iverson perde in un solo colpo l’amico di sempre Tony Clarck, ucciso dalla fidanzata e ritrovato senza vita nel proprio appartamento, e Michael Freeman, che viene arrestato con l’accusa di omicidio. Poco tempo dopo invece, ripercorrendo la rotta verso Fuerte Apache, una telefonata nel cuore della notte sveglia Segundo Tévez: il padre biologico di Carlos è morto in uno scontro a fuoco, martoriato da 23 colpi di pistola.

Ad ogni modo, all’inizio degli anni ’90 arriva una piccola svolta per entrambi: Allen diventa MVP di un basket camp tenutosi a Indianapolis, dove finisce sotto la lente d’ingradimento di diversi scout, mentre l’anno successivo indossa i panni del condottiero e trascina la squadra di basket e quella di football alla vittoria del Titolo Statale. Tévez invece, 9 anni più giovane, viene acquistato dall’All Boys nel 1992 e mette in piedi uno show di talento puro insieme a Dario Coronel, l’altro craque del quartiere, che per molti era anche più forte dello stesso Carlitos.

CAPITOLO III – Risorgere dalle ceneri:

<< Il mondo è un’eterna altalena fra certezze e amarezze: delle certezze che noi maturiamo ogni giorno e amare scoperte che queste certezze sono diventate illusorie >>

Gianluca Nicoletti

E ci risiamo, oserei dire. Due episodi cercano nuovamente di abbattere i nostri campioni in quella continua altalena della vita, che può darti quella sensazione di volare e allo stesso tempo può sbatterti a terra: dopo la doppia vittoria del Titolo di Stato, Allen decide di andare a fare baldoria con gli amici in un bowling di Hampton. Una semplice partita amichevole diventa un far west in piena regola quando due coetanei bianchi iniziano a provocare pesantemente Iverson&co. In un attimo è l’inferno, con la polizia che interviene prontamente per sedare la rissa. Morale della favola? Vengono arrestati gli unici 4 ragazzi di colore presenti sul posto, Iverson viene accusato di aver tirato una sediata ad una ragazza e viene condannato a 5 anni di reclusione da un giudice mosso da uno spassionato pregiudizio razziale. Per Carlos nulla a che fare con la legge, ma il “No, non ci interessa” ricevuto a 11 anni dai dirigenti delle juvenil del Velez ha il peso di una palla demolitrice. E indovinate invece, chi supererà il provino con el fortin? Quel Dario Coronel, quello più forte di lui.

La vita prova a buttarli giù. Loro reagiscono correndo verso la luce, fioca ma ugualmente visibile, sia da una cella che dalla cameretta di un bambino. Tévez torna all’All Boys più determinato di prima, deciso a migliorarsi e con il sogno del fùtbol profesional, quello dei grandi campioni. La pena di Iverson invece, viene ridotta a 4 mesi e il ragazzo viene invitato al Prep-Star della Nike, terreno di caccia per i vari college. L’esperimento riesce, perchè dopo il match inizia un corteggiamento spietato da parte di Kentucky, guidata da Rick Pitino, che alla fine rinuncierà al giocatore perchè poco convinto dalla sua disciplina, e Georgetown, gli Hoyas di coach John Thompson, che conoscendo la vita del ghetto decide di prendere Iverson con sé, per guidarlo verso il successo.

Look in my eyes, what do you see?
The cult of personality
I know your anger, I know your dreams
I’ve been everything you want to be
I’m the cult of personality […]

Living Colour – Cult of Personality (1998)

Per creare una canzone da “100 Greatest Hard Rock Songs” in un solo giorno di registrazioni devi avere un talento fuori dal comune. Il brano parla di Culto della Personalità in ambito politico. Parlasse di Basket, al posto di Kennedy andrebbe citato Iverson. E in effetti, la prima stagione di The Answer con la divisa degli Hoyas, team sempre dedito al gioco di squadra, è una sorta di “Cult of Personality”: media di 20.4 punti, 4.5 assist e 3.3 rimbalzi a partita, infine i premi di “Big East Rookie of the Year” e miglior difensore dell’anno, trofeo che vincerà anche la stagione successiva, oltre alla meritata inclusione nel primo quintetto All America. Infine, nell’estate del 1995 arriva la vittoria degli USA nelle Universiadi, contro il Giappone: é qui che lo “Yin Iverson” incontra il suo “Yang“, quello che faceva Allen di cognome, Ray. E sarà proprio quest’ultimo a soffiargli il titolo di Conference e di “Giocatore dell’anno della Big East“. Nel 1996, in virtù dell’amara sconfitta e della pessima situazione finanziaria della famiglia, coach Thompson consiglia ad Iverson di rendersi eleggibile per il draft NBA. Nello stesso anno un certo Ramòn Maddaloni, osservatore del Boca Juniors, inizia a seguire sempre più spesso le partite delle giovanili dell’All Boys: c’era un 13enne dal grande talento, un altro “Cult of Personality”, che lo aveva conquistato…

CAPITOLO IV – “Farcela”:

When your, standing in the hall of fame
And the world’s gonna know your name
‘Cause you burn with the brightest flame
And the world’s gonna know your name
And you’ll be on the walls of the hall of fame

Be a champion, be a champion, be a champion, be a champion

The Script e Will.I.Am – Hall of Fame

Carlitos è entrato nella cantera del Boca Juniors nel 1997, lo stesso anno in cui Iverson, dopo essere stato reclutato come prima scelta assoluta di un Draft stellare (davanti a Ray Allen, Kobe Bryant e Steve Nash nel ’96), si è fatto apprezzare come playmaker con la media di 23.5 punti, 7.5 assist e 4.1 rimbalzi. Inoltre, tanto per far le cose in grande, Allen fu il primo rookie a segnare 40 punti in cinque gare consecutive, il secondo giocatore piu’ giovane della storia a toccare quota 50 e venne nominato “Rookie Of The Year“. Buona la prima insomma. E per l’amor del cielo, non chiedetegli di portare rispetto: Michael Jordan, alias il più grande della storia, ne sa qualcosa. L’unica nota stonata, trash talking a parte, fu l’accusa per detenzione illegale di armi da fuoco, che portò ad una condanna di libertà vigilata della durata di 3 anni.

Fu in quel periodo che Pat Croce, the boss of 76ers, prese la decisione di assumere un coach pragmatico, dalle “Huevos Cuadrados” (le palle quadrate), capace di tenere testa al troppo vivace Iverson: Larry Brown, che costruirà un costante Odi et Amo con The Answer. Un rapporto che giungerà all’apice nella stagione 2000-2001, con Philadelphia che arriverà in finale Play-off e si arrenderà solo allo strapotere dei Lakers di Shaq e Kobe. Il coach e Allen si consoleranno con i titoli di “Manager of the Year” e “MVP” dell’All Star Game e della Regular Season. Probabilmente quella minaccia estiva di trade ai Clippers, che per un cestista equivaleva alla storia dell’uomo nero per un bambino, sortì gli effetti sperati.

Mentre Iverson continua ad essere l’essenza dei 76ers, Tévez esordisce con la maglia del Boca nell’Ottobre del 2002, contro il Talleres. Dalla stagione 2003/2004, la carriera dei nostri campioni è un paradigma dell’opposto: Allen, dopo la semifinale di Conference del 2002/2003, inizia ad avere problemi al ginocchio e non potendo dare il 100% diventa lo spettatore non pagante dell’esclusione di Philly dalle finali, mentre un Carlitos appena 19enne si porta a casa il torneo d’Apertura, la Copa Libertadores, l’Intercontinentale, la Copa Sudamericana 2004 e il Balòn De Oro sudamericano. Insomma, giusto un paio di trofei. Inoltre, alle Olimpiadi di Atene, l’Apache si porterà a casa l’oro olimpico con l’Albiceleste, mentre per Iverson e i compagni arriverà solo una deludente medaglia di bronzo.

CAPITOLO V – “Scale e Serpenti” tra saudade e resilienza:

L’anno dopo l’Apache firmò con il Corinthians grazie alla mediazione del suo superagente Kia Joorabchian, che voleva contribuire a rendere il Timao un “Real Madrid sudamericano” e, nonostante le veementi proteste dei tifosi, venne eletto capitano della squadra, con cui vincerà il Brasilerao e un altro Balon de Oro sudamericano. Nell’Agosto del 2006 invece, arrivò l’attesissimo trasferimento in Europa, al West Ham United. E mentre Tévez saliva, Iverson scendeva, come se stessero giocando a “Scale e Serpenti” a chilometri di distanza. Nello stesso anno, il rapporto d’amore tra The Answer e Philadelphia era ormai agli sgoccioli: tra ritardi ingiustificati a partite o allenamenti, episodi non andati giù ai tifosi e serate fin troppo “brave” (e assai dispendiose) negli strip club della zona, Maurice Cheek (successore di Larry Brown) non lo convocò per il match contro gli Wizards e, poco tempo dopo, Allen venne ceduto a Denver.

Eppure, bisogna toccare il fondo se si vuole più slancio per ripartire, e in Colorado Iverson trovò un’accoglienza caldissima, complici anche le lunghe squalifiche di Carmelo Anthony e J.R. Smith, i due top player dei Nuggets, dopo una rissa nel match coi New York Knicks. Alla fine della Regular Season, nonostante le difficoltà iniziali di coach George Karl nel far coesistere Melo e Allen, Denver riuscì ad arrivare ugualmente ai Play-off, dove tuttavia venne eliminata al primo turno dagli Spurs. Sembrava l’inizio perfetto di una nuova vita: Iverson iniziò finalmente a prendere qualche scala e riuscì a mettere da parte le sue scorribande notturne e i suoi vizietti. Addirittura, che ci crediate o meno, arrivava ad ogni allenamento perfettamente in orario e ascoltava ogni singola indicazione del coach.

Tévez invece, nello stesso anno firmò con il suo primo top club: il Manchester United di Sir Alex Ferguson. Ed è qui che torniamo al precedente paradigma: L’Apache, in tinta Red Devils, si porterà a casa 2 Premier League, 1 FA Cup, 1 Community Shield, 1 Champions League ed 1 Mondiale per Club in appena 2 stagioni. Per Iverson invece, non ci fu nulla da fare: di nuovo Play-off, stavolta contro i Lakers, ma stesso risultato dell’anno precedente. Denver out e “l’anello, anche quest’anno, lo vinco l’anno prossimo”. Prima della nuova stagione NBA, Iverson venne tradato ai Detroit Pistons.

Da quel momento in poi, le carriere dei nostri campioni saranno diametricalmente opposte (a distanza di 3/4 anni): Tévez tradirà lo United per gli odiati rivali del City, con cui vincerà 1 Campionato, 1 Community Shield, 1 Coppa d’Inghilterra, oltre a stabilire il “record” di giocatore più odiato dalle parti di Old Trafford. Iverson, in quel di Detroit, fece quella che lui stesso definì “la scelta peggiore della carriera”, passando più tempo nei casinò che in campo. Il tutto perchè ovviamente inconsapevole che nel 2009, con i Memphis Grizzlies, sarebbe andata ancora peggio e sarebbe finita dopo appena 3 partite giocate. Al contrario, Tévez arriverà in Italia, alla Juventus, si prenderà la “10” di Del Piero e vincerà in scioltezza 2 Campionati, 1 Coppa Italia ed 1 Supercoppa Italiana, senza tuttavia dimenticare la Champions League sfiorata in quel di Berlino, nel 2015, contro un Barcellona fin troppo marziano.

Alla fine però, ci ha pensato la sindrome del figliol prodigo a riaccomunare i due, con Iverson che nella stagione 2009-2010 tornerà a Philadelphia, mentre Tévez farà ritorno alla sua Bombonera nel 2015, acclamato a gran voce dai tifosi degli Xeneizes. Entrambi però, ripartiranno per un’avventura completamente nuova: The Answer si trasferirà al Besiktas, in Eurocup, e lì concluderà la sua carriera, mentre la “Carlitos Way” ha fatto rotta verso la Cina, più precisamente a Shangai.

Così lontani, così vicini. Così diversi, così simili. Due atleti, e ancor prima uomini, che armati della sola resilienza sono sopravvissuti in contesti che hanno inghiottito tante altre persone, che si sono abbandonate a sé stesse e ad un destino già preannunciato. Loro no, perchè sono voluti essere padroni del proprio destino. Antieroi con orgoglio, perché per far innamorare le grandi platee non sempre bisogna indossare il mantello di Superman, ma basta dare tutti sé stessi senza mai dimenticare le proprie radici, senza perdere il fuoco negli occhi.

Articolo a cura di Daniele Pagani

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