VENDITTI, LA ROMA DIVENTA POESIA

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Lo stadio Olimpico è la casa di tutti e due. La Roma e Antonello Venditti. Se chiudete gli occhi prima di una partita dei giallorossi, vi sembra di stare a un concerto di Antonello, e viceversa. Perché la dimensione di coralità e di coinvolgimento è la stessa. E la senti proprio a pelle. Venditti può piacere o no, ma arriva subito. E la Roma uguale: sono emozioni e sentimenti che si provano fino al midollo.

Quello che li unisce è anche il luogo di nascita. Il quartiere Trieste. Via Forlì la Roma, via Zara il cantautore. Se nasci tra quei vicoli non puoi che sanguinare in giallorosso. Un amore vissuto in tutti i suoi sintomi. Che si è espresso nella più profonda passione con le parole dell’inno Grazie Roma, scritto all’indomani dello scudetto 83’.  Una lunga serie di immagini per esprimere l’unica frase che gli veniva dal cuore: grazie di esistere. Benché liricamente più ricercato, se chiedete a un romanista quale inno preferisce, non ci mette due secondi a rispondervi Roma Roma. Scritto dallo stesso Venditti insieme con gli autori Giampiero Scalamogna, Sergio Bardotti e Franco Latini, è stato pubblicato per la prima volta nel 1974. Il brano viene presentato alla squadra alla presenza del presidente Gaetano Anzalone e dell’allenatore Nils Liedhom, a cui piace subito e quindi decidono di mandarlo prima delle partite in casa. Debutta in un Roma-Fiorentina del 15 dicembre 1974 (3-1). Ma viene suonata dopo il terzo gol della Roma. E la società prende la multa. Quando nel 1982 cambia la proprietà e subentra Dino Viola alla presidenza, la canzone viene sostituita da “Forza Roma, Forza Lupi” di Lando Fiorini, per via di una frase incriminata. «Gialla come il sole e rossa come il core mio» non piaceva molto al democristiano presidente. Venditti infatti, aveva già dato dimostrazione della sua coscienza politica comunista, suggellata in Giulio Cesare del 1986. «La Roma ha vinto lo scudetto senza le mie canzoni» ha sempre dichiarato, con una nota di amarezza, il cantautore. Da allora Roma,Roma è passata prima della partita, e in chiusura Grazie Roma.

Sono tante le figurine da attaccare all’album giallorosso di Venditti. Ci sono quelle incantevoli del concerto al Circo Massimo dopo il titolo del 2001, da cui è stato tratto addirittura un album live. E poi gli innumerevoli pezzi dedicati a calciatori e allenatori. Correndo,correndo dedicata al difensore Sabino Nela, che aveva subito un infortunio, o La coscienza di Zeman, scritta per l’allenatore boemo. Anche in Roma Capoccia il pensiero, a detta dell’autore, è andato al calcio e persino Ci vorrebbe un amico, che all’apparenza c’entrerebbe poco, è legata alla Roma. È stata eseguita per la prima volta in un concerto in data unica al Circo Massimo. Fin qui nulla di strano, se non il giorno. 30 maggio 1984, giorno della finale di Coppa dei Campioni Roma-Liverpool , all’Olimpico. Il live era già stato programmato prima che la squadra arrivasse fino in fondo, e quindi Antonello aveva deciso di convertirlo in una grande festa popolare in caso di vittoria. Il risultato ce lo ricordiamo tutti. Il balletto di Grobbelar e Graziani che spara in curva l’ultimo rigore. Nella piana del Circo romano cala l’ovvio silenzio, ma lo spettacolo deve continuare, anche col magone. Se domandate ai tifosi presenti, vi dicono che Venditti porta sfiga. E infatti tra i due inni, Grazie Roma, suonato quella sera, è quello meno sentito, meno cantato. Forse perché evoca ricordi più amari.

Sicuramente è quello più amato dal cantautore che l’ha definito «una canzone dalla costruzione perfetta. C’è una grande simbiosi tra città, squadra e linguaggio. La puoi leggere come Roma, nel senso di squadra o città. E poi c’è la parte nazionale, perché la prima parte è in italiano e la seconda è come se la cantassi solo per i romani. Uno dei miei brani che rimarranno per sempre». E invece stava rischiando di scomparire. Almeno dallo stadio Olimpico. Infatti nel 2013 si era diffusa l’idea che lo stesso Venditti  non volesse che fosse più suonato. È il punto più basso della gestione sportiva della società negli ultimi anni. La squadra era reduce dalla finale di Coppa Italia persa contro i cugini della Lazio all’Olimpico. Lo scetticismo regna sovrano e in un’intervista radiofonica il cantante esprime l’idea che la canzone non rappresenti più lo spirito della squadra. I giornali riprendono le dichiarazioni travisandole. La questione si chiude con la smentita del diretto interessato. Per fortuna quello che per lirica, armonia, arrangiamenti, e forza del messaggio, è il brano calcistico più bello del mondo, è rimasto a casa sua. A eterna memoria di un amore. Quello di Venditti per Roma, e per la Roma.

Articolo a cura di Fabio Simonelli

 

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