DARIO CORONEL, DETTO “EL GUACHO CABAÑAS”: L’ALTRO “APACHE” DELLA MEDAGLIA

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<< Non ci è dato di scegliere la cornice del nostro destino, ma ciò che vi mettiamo dentro è tutto nostro >>

Dag Hammarskjöld

Su questa parete, per mascherare la fatiscenza dei condomini sgangherati del barrio ejercito de los Andes, c’è il viso di Carlos Tévez. Un mural davvero suggestivo, capace di suscitare davvero tante emozioni, con quell’azzurro chiaro che conferisce all’opera un tono a metà tra l’aulico e l’onirico. È lui l’eroe del quartiere, quello che ce l’ha fatta da solo, che si è costruito mattone dopo mattone: semplicemente, meravigliosamente l’Apache potremmo dire, immerso nell’Albiceleste dell’Argentina. Pura poesia, potrei parlarne per ore.

Tuttavia, questa non è la storia di Carlitos: questo articolo è dedicato ad un altro ragazzino talentuoso, quello che fu l’Apache prima di Tévez. Lo stesso che solamente a 10 anni veniva considerato el futuro ocho de la Seleccion: Dario Coronel. Chiunque, nel quartiere di Fuerte Apache, lo conosceva come el Guacho Cabanas per la sua incredibile somiglianza con l’ex attaccante paraguayano Roberto, che vestì la maglia del Boca Juniors nella stagione 92/93. Cronache di chi non ce l’ha fatta, ma che non va dimenticato.

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Dario Coronel Cabañas è nato a Ciudadela nell’ormai lontano 1984, proprio come Tévez, che in pochissimo tempo divenne il suo migliore amico: vivevano nello stesso edificio, la torre 1 del barrio, frequentavano la stessa scuola e ovviamente, condividevano anche la grande passione per il fùtbol. I due giocarono insieme per tanti anni, prima con il Club Santa Clara, poi con l’All Boys. Di anno in anno cambiavano la magliette e il livello del gioco, ma non la sostanza: il più forte tra i due, quello sempre sulla bocca di tutti e con una divisa albiceleste nel futuro, era proprio Dario.

<< Non rompere le palle. Tu mettiti a bere il mate con le mamme che la partita la vinciamo noi da soli >>, dicevano sempre a Didì, loro allenatore ai tempi del Santa Clara. Il magic duo Tévez-Coronel sembrava quasi danzare con la pelota tra i piedi, e faceva ballare tutte le malcapitate difese avversarie. Carlitos indossava la camiseta nueve ed era come un tango: come l’uomo invita la donna al ballo con eleganza e classe, lui seduceva Coronel al gol con degli assist al bacio. Dario, che invece indossava el diez, era come una Milonga: più dinamico e vivace, oltre ad essere spietato come un killer quando arrivava davanti al portiere.

Sul rettangolo verde però, era un costante odi et amo: Coronel era il capitano, il leader a cui si doveva passare la palla nei momenti di difficoltà e si portava sempre a casa i trofei di miglior giocatore e capocannoniere delle manifestazioni a cui prendevano parte i canterani classe ’84 dell’All Boys. Il piccolo Tévez ovviamente, non gradiva la situazione che si era andata creando, continuando ad allenarsi duramente per poter raggiungere il livello di Dario, che invece presentava tutte le caratteristiche di un futuro craque.

<< Erano sempre in competizione per la classifica dei cannonieri e litigavano perché non si passavano la palla, ma si volevano bene >> disse Yair Rodriguez, un vecchio companeros di Tévez e Cabanas ai tempi dei los Albos. Ora Yair gioca tra i dilettanti per 700 dollari al mese, ma ogni volta che sente nominare Coronel, le lacrime solcano il suo volto. In effetti aveva ragione: fuori da quel campetto di sabbia e colmo di pietre, Carlos e Dario erano davvero inseparabili. Litigavano spesso e per qualsiasi cosa, anche azzuffandosi e insultandosi pesantemente, ma cinque minuti dopo era già tutto risolto, amici come prima.

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All’età di 11 anni, Coronel e Tévez vennero portati davanti ai coordinatori giovanili del Velez Sarsfield, all’ombra dell’estadio José Amalfitani, per un provino su un campo a 11: Dario passò il test a pieni voti, peraltro stupendo gli addetti ai lavori, mentre Carlos venne rispedito all’All Boys perchè non considerato all’altezza del compagno. Insomma, la conferma definitiva alla tesi degli abitanti di Fuerte Apache su chi fosse più forte tra i due. Tuttavia, l’anno dopo iniziò l’inesorabile discesa verso il baratro: la madre del ragazzo fuggì in Paraguay con i due figli più grandi, lasciando il Guacho Cabanas in balia di un patrigno violento e con seri problemi di alcoolismo.

<< Cabañas me lo ricordo bene, sarebbe stato il numero 8 della nazionale. Era violento e rissoso, ma si faceva carico di tutti i compagni di squadra. Se uno aveva un problema lui era il primo a proporsi. Aveva tutto per giocare a calcio. Purtroppo allora i ragazzi stavano con noi un paio d’ore e purtroppo sapevamo ben poco di loro >>

Pino Hernandèz – Coordinatore giovanile Velez

Dario iniziò ad essere l’ombra di sè stesso, sia in campo che fuori: arrivava al Fortin ad allenarsi (quando e “se” aveva voglia), con il suo motorino ed il suo immancabile borsello, sempre in ritardo e puzzando di marijuana. Da quella stessa tracolla era solito estrarre belle somme di pesos, con cui spesso pagava un panino o una bibita ai compagni di squadra più poveri, a volte comprandogli anche il biglietto di ritorno per l’autobus.

Era magnanimo con tutti, specialmente nei confronti di chi gli voleva bene, ma la verità è che quei soldi erano sporchi. Dario infatti, aveva iniziato a frequentare delle compagnie non proprio raccomandabili: scarpe e tute sgargianti, ovviamente marchiate adidas o nike, cappellini con la visiera e pistola in tasca, ben nascosta. Li chiamavano i Backstreet Boys di Fuerte Apache, alias una delle bande più pericolose delle 30 che operavano nel quartiere, all’epoca.

Di solito, nel barrio c’è sempre stata una legge non scritta secondo la quale << chi va in giro a drogarsi o armato, deve stare lontano dai bambini >>. Ma Cabanas se ne fregava, anzi gradiva la compagnia di quei ragazzi, che tra una rapina e un regolamento di conti, lo vedevano passare per la Nudo 1 con la borsa, gli scarpini e i parastinchi e lo incoraggiavano a diventare un campione, per fuggire da quel luogo dimenticato da Dio.

Dario divenne in breve tempo la mascotte del gruppo: veniva mandato a comprare birra e sigarette e veniva ricompensato con soldi e dolciumi, ma non prendeva mai parte alle rapine. O meglio, non ancora: quelle erano compito solo degli adulti della banda. Di anno in anno però, i Backstreet Boys de Fuerte Apache sparivano tra le braccia della morte, il più delle volte matati dalla polizia o dai chicos di altre bande. Dei 25 membri della gang, solo 4 sono ancora in vita. E ogni giorno, dal cimitero del quartiere riecheggiava il rumore degli spari: l’ultimo tributo rivolto dai superstiti verso i loro amici caduti, sparando verso il cielo.

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<< In due anni ha fatto sfracelli. Gli è piaciuta la prima rapina e dopo nessuno lo ha potuto fermare. Avrebbe potuto rubare qualunque cosa, ma gli è mancato un compagno che lo guidasse, perché facesse le cose bene e non finisse come è finito, da solo, costretto a uccidersi per non farsi uccidere dalla polizia >>

Marcelo – ex membro dei Fuerte Apache BB

Se qualcuno della gang moriva, c’era sempre un apprendista pronto per subentrare e prendere il suo posto. E naturalmente, Coronel diventò uno dei membri più influenti nella nuova generazione dei Backstreet Boys di Fuerte Apache, tanto da meritarsi la famosa “carta bianca” della polizia: in breve, chi lo vedeva doveva sparargli in mezzo agli occhi, senza esitazione. Il ragazzo girava nel quartiere, pistola in tasca e sacchetto di colla in mano. Una volta, un cane gli bucò la ruota del motorino con un morso, Dario tirò fuori il ferro e lo freddò seduta stante.

L’immagine del bambino incompreso e cresciuto in un ambiente difficile era stata letteralmente inghiottita dall’uomo che Coronel era effettivamente diventato: un malvivente, temuto come pochi altri. Durante un allenamento con il Velez, litigò con un compagno di squadra più grande, che ovviamente gliele suonò di santa ragione. Ebbene, il giorno seguente Dario si presentò al Fortin con una pistola, tanto per chiarire la situazione. Fu quello stesso giorno che i dirigenti del club decisero di escluderlo definitivamente dalla cantera.

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La  tomba di Dario Coronel

Poco tempo dopo, in una tiepida serata estiva, tra i caseggiati di Fuerte Apache, una voce si sparse rapidamente, circondata da un velo di stupore: << Carlos Tévez, proprio lui, è stato convocato per lo stage dell’Argentina under-17 >>. Anche Coronel seppe della notizia, ma sul suo volto nessun sorriso, solo lacrime amare. Ad un certo punto, mentre camminava per il quartiere incontrò Didì, il suo mentore ai tempi del Santa Clara, quello a cui diceva di andare a bere il mate con le mamme, perchè tanto la partita l’avrebbero vinta lui e Carlitos: << Com’è possibile? Spiegami. Non capisco come quello stronzo sia arrivato fin là e io invece sono ricercato dalla polizia. Mi vogliono uccidere, Didí. Io giocavo meglio Didí, tu lo sai come giocavo io. E guarda come sto >>, disse.

Mancava davvero poco tempo all’incontroversibile fato. Il Guacho Cabanas fece un respiro profondo dopo aver inalato del Poxirram (droga usata dai ragazzi del quartiere), afferrò saldamente la sua fedele pistola ed entrò nel bingo di Calle Rivadavia, a Ciudadela. Voleva i soldi rapidamente, per scappare come al solito tra i monoblock di Fuerte Apache, perchè sapeva benissimo che solo lì sarebbe stato al sicuro. Eppure, qualcuno riuscì a chiamare la polizia, che arrivò sul posto in tempi record. Coronel capì la gravità della situazione, e sapeva ancora meglio che non ci sarebbe stata alcuna galera o anni di reclusione per lui, ma solo un proiettile dritto in faccia. Iniziò a correre, anche se i polmoni non erano più quelli di una volta. Sembrava tutto così assurdo: mentre Tévez, quello meno bravo, correva per scappare dai difensori avversari, Dario doveva correre per aver salva la vita.

Mancano pochi metri a casa, per farla franca l’ennesima volta. El Guacho sta per scavalcare l’ultimo muro, l’ultimo ostacolo prima di raggiungere Fuerte Apache. Aiuta un suo compagno a salire, ne aiuta un altro. Troppo tardi. Gli sbirri gli sono addosso e lo circondano in quel vicoletto poco illuminato. Gli ordinano di riporre l’arma, ma in cuor suo Dario sa già benissimo cosa fare, conosce il codice dei malviventi: << Meglio farlo da soli, piuttosto che dare la soddisfazione a quei bastardi in divisa >>. Estrae la pistola. Se la punta alla tempia. Un sorriso beffardo sul volto. Fuoco. Tutto finito.

A Ciudadela, ancora oggi, andando al campo sportivo troverete una vecchia Renault nel parcheggio. Entrando in un piccolo ufficio dalle pareti rosse troverete un uomo molto anziano. Ha un naso gigantesco, pochi capelli bianchi in testa e il viso solcato da profonde rughe. Sua figlia vi servirà del caffè, o del mate. E se gli chiederete: << Lei conosceva Dario Coronel? >>, lui vi risponderà: <<Madre mia! Dario! Era fantastico. Che pezzo di giocatore >>. Norberto “El Tano” Propato non si stancherà mai di raccontarvi aneddoti sul Guacho Cabanas. Era lui l’allenatore dell’All Boys classe ’84, quello che andava a Fuerte Apache con il furgone e portava ad allenamento quei piccoli campioni. L’ultima volta che lo vide, Dario si era messo nei guai e gli aveva chiesto di giocare per lui nei dilettanti del Comunicaciones, un club amatoriale: poteva avere il Boca, il River o il Velez. Nulla da fare, Coronel voleva giocare solo per El Tano, perchè era l’unico che lo capiva.

Settembre 2001, cimitero del Conurbano. Dalla tomba 57 della 10° fila, dei ragazzi con delle tute sgargianti e un cappellino puntano le loro pistole verso il cielo e premono il grilletto a ripetizione: l’ultimo saluto al Guacho Cabanas, è lì che giace. E quando Tévez esulta con le braccia alzate al cielo… è lì che Dario torna nei nostri pensieri, con la camiseta numero “8” dell’Argentina addosso. Sarebbe stato bello.

Articolo a cura di Daniele Pagani

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