QUATTRO RIVINCITE

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Alle spalle le noie e i molti dispiaceri
che gravano col loro peso sulla grigia esistenza
felice chi può con un colpo d’ala vigoroso
slanciarsi verso campi luminosi e sereni;
colui i cui pensieri, come allodole,
verso i cieli al mattino spiccano un volo
– che plana sulla vita.

Così Baudelaire ne “Les fleurs du mal”.

Oggi voglio raccontarvi quattro storie diverse con quattro colori diversi. Quattro rivincite. Che la rivincita, diranno, non è il punto più alto per uno sportivo.

Mah, dirò io, che di sport non se ne intendono, allora.

ROSSO

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Sono le 17:30. Liverpool. L’ennesimo Sabato ferrigno, cade anche qualche goccia. Ma ad Anfield c’è spazio solo per gli audaci, e i 50.000 sono la solita formalità.

Il minimo, tu penserai, per i reds.

Il Sabato è il giorno del match, quindi dritti allo stadio. Ma prima si prende una pinta al pub, magari due, così si urla più forte “you’ll never walk alone”. Che poi c’è il Tottenham poco importa, ad Anfield è sempre festa e battaglia. Tu sei un puntino su quel muro rosso, ti affacci a fatica oltre il tetto di sciarpe e vedi lui: mister Jürgen è immobile in panchina, lo sguardo di sempre, quello da folle che ha capito tutto.

Eppure, tu pensi, dovrebbe essere preoccupato. I tuoi eroi sono naufraghi, non si vince da 5 partite, l’ultima risale al 18 Gennaio, praticamente un mese fa, con uno striminzito e sofferto 0-1 sul campo del Plymouth, quarta serie inglese (god bless FA Cup). Per l’ultima in Premier bisogna tornare addirittura a San Silvestro, quando bastava Georginio Wijnaldum per affossare i Citiziens. Era un altro anno, era un altro Liverpool.

Ma ad Anfield c’è un modo incantato di intendere il calcio, ad Anfield si è pazienti e forti, insofferenti ma generosi. Credo che si possa riassumere il tutto con una parola: ad Anfield si è innamorati.

Sono le 17:46. Liverpool. È sempre Georginio Wijnaldum (perché nulla avviene per caso e tutto è romantico) che vede un corridoio geniale: tu neanche te ne accorgi e sei in piedi che gridi con gli altri 50mila SADIO MANEEEEE!!!! Neanche il tempo di riprendere fiato che ADAM LALLANA! FIRMINO! … SADIOOOOOO MANEEEEEE!!!! E sono 2, al Tottenham.

Il folle in panchina ride, lo sapeva. Per il resto è tutto un tripudio di cori e di un amore che non hai mai avuto la forza di lasciar scemare. Perché il Liverpool o si ama, o si ama.

BIANCO

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Restiamo in Inghilterra, che il football inglese mi entusiasma. Questa volta sei negli spogliatoi, il mister dà le ultime spiegazioni, una pacca sulla spalla e l’urlo prima di andare sotto al tunnel. Un rito comune, internazionale, e scevro dai vincoli di categoria. Tu forse hai capito solo quello, che sei arrivato da poco e l’inglese non lo parli bene, ma poi pensi che la lingua del calcio la conosci, te la ricordi bene, e allora sicuro di te entri in campo, a Sunderland City, lo Stadium of Light ti dicono. La cosa ti diverte, perché bastano 45 minuti a far capire a tutti che qui la luce la fai tu, con le tue giocate. THREE IN TWO! THREE IN TWO! gridano impazziti i tifosi.

Bianche e candide pennellate, rigorosamente di sinistro.

E pensare che fino a pochi mesi fa erano più i kitammuort, che gli applausi. Una bella rivincita penserete. E i Saints volano, forse pure a Napoli.

VIOLA

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Livide, olivastre. Parliamo delle tue guance. Non nasconderti: c’eri anche tu a Roma Martedì. Le hai prese anche tu quelle sberle, ti fanno ancora male. Mettici l’atteggiamento, pessimo, alla mercé del nemico. Una Caporetto.

Firenze squadra è come Firenze città, equivoca: fascino antico e sacro, piegato troppo spesso da mostri, disastri, alluvioni. Ma ciò che importa a noi, qui, è come ci si rialza, e Firenze ci ha sempre abituato ad un rialzarsi, ad una rivincita, elegante e signorile.

Che il mostro bosniaco col numero 9 e l’onda giallorossa si fottano, i fiorentini si rialzano con stile.

Sugli scudi, il protagonista perfetto per questa storia, una poesia malinconica (uno strazio saperlo dimenticato dalla nazionale) del nostro calcio: Borja Valero Iglesias. Negli alti e bassi di questa stagione viola, è spesso finito sul banco degli imputati. Come Martedì a Roma, dove era sembrato uno dei primi a mollare nel momento di difficoltà. Contro l’Udinese torna al gol e soprattutto a scrivere endecasillabi con i piedi.

Bentornato, “quiet man”.

AZZURRO

O celeste, all’argentina.

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Hai appena trascorso una settimana infernale. Ti sono state date lezioni di stile sulla cultura degli alibi e l’accettazione della sconfitta. Di più, sei stato offeso, perché altri (meno giudiziosamente) ti hanno attribuito una certa abitudine alla sconfitta. Di più, ti hanno accusato di essere una società che si “vittimeggia”. Forse la tua vera colpa è quella di essere rimasta passiva, manipolata e strumentalizzata da quanti hanno preso mansione di ufficio stampa in questi giorni.

“Ognuno ha la propria storia, noi abbiamo la nostra e ne siamo orgogliosi”, hai detto, con stile, ma non è servito a disinnescare il terremoto di polemiche che scuoteva il tuo ambiente.

E allora torniamo a parlare di calcio giocato, archiviando lo strascico di liti e provocazioni che, forse anche per fortuna, è tornato ad alimentare Juventus-Inter. Io me la godo, che se il derby d’Italia è tornato a spaccare un paese, ovviamente in maniera civile, è qualcosa di lirico e sentimentale. Custodisco gelosamente i ricordi da bambino quando col mio papà si andava a vedere La partita nelle case, e si litigava ad ogni rimessa laterale.

Calcio giocato, dicevamo. Settimana difficile, anche. Metti 27 gol su 37 costretti a guardare la partita da assenti, senza viverla (Dio solo sa che strazio sia stato per Icardi e compagni). Metti le polemiche e i fari della stampa puntati addosso. Metti un pubblico vicino ma esigente, che non ci mette molto a prenderti di mira o a dimenticarsi di te quando non gira. Metti una partita tutt’altro che scontata, contro una squadra rodata.

Serviva una prova d’orgoglio, te la chiedevano tutti, il mister, i tifosi, i compagni che stavi sostituendo: è arrivata. Critiche e polemiche sembrano così lontane quando al minuto ’14 Don Rodrigo corre verso un cross sporcato destinato ad essere tutto fuorché pericoloso e la spizza sul secondo palo verso il petto di Eder. E si diradano le nubi. Torna il sereno ad Appiano, il cielo è più azzurro, o celeste.

E provatemi a dire che la rivincita non è il punto più alto per uno sportivo, adesso.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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