DE ANDRÈ E IL GENOA: “MALATTIA” TUTTA PRIVATA

De André
Foto di Stefano Stradini

Una scritta in corsivo tra le due bande rossa e blu. Quella comparsa sulle maglie del Genoa lo scorso 6 gennaio nella gara in casa con la Roma. «Al Genoa scriverei una canzone d’amore, ma sono troppo coinvolto»

Parole di Fabrizio De Andrè. L’amore per il grifone è sempre stato parte di lui, vissuto il più possibile nel privato. È venuto fuori nel momento del distacco, come in Giugno 73’, che diventa il mese e l’anno del ritorno in Genoa in A, quando Fabrizio stava lasciando Genova, dopo aver chiuso anche il primo matrimonio. Allora forse «È stato meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati». O come in Hotel Supramonte. Un brano completamento acustico reso poesia da un testo delicato e profondo, di un intimismo commovente nella ricerca di speranza. Racconta il sequestro di De Andrè e della compagna Dori Ghezzi per mano dell’Anonima Sequestri nel 1979. Quattro mesi passati a Pattada, sul monte Lerno, nel pieno della provincia rurale di Sassari. Una prigionia vissuta in un modo particolare, con una forte empatia con i suoi carcerieri che consentivano loro di «rimanere slegati e senza bende». Un rapporto umano fondato sulla comune passione per il calcio. L’unico contatto con il mondo esterno che Fabrizio chiedeva erano i risultati del Genoa, che viveva con profondo slancio. Memorabile-ha raccontato uno dei pastori coinvolti-quella volta che ha fatto tremare i muri dopo una sconfitta dei rossoblu a Terni. Il Zena prima di tutto, in senso letterale. Anche prima del rischio della propria vita.

Una vita che si collega irrimediabilmente al Grifone e alla sua gente. Il cantautore è nato a Pegli il 18 febbraio del 40, l’ultima settimana del Genoa primo da solo in classifica nella sua storia. Poi la guerra si è portata via tutto, campionato e primato compreso. La prima partita a Marassi arriva a sette anni, accompagnato da papà e fratello a vedere il Grande Torino. Loro trasudavano granata da tutti i pori, lui per una «forma di antagonismo precoce» aveva occhi solo per la Gradinata Nord. Quella da cui arrivano cori «che non potevo oscurare con un inno».

Inoltre ci sono le lettere, che Tonio Cagnucci raccoglie in un gioiellino dal titolo Il Grifone fragile – Fabrizio De André, storia di un tifoso del Genoa. Prima di tutto all’ amico Paolo Villaggio, che invece ha il cuore “cerchiato di blu”, doriano fino al midollo. Non si è mai rassegnato al fatto che Faber tifasse per gli altri. De Andrè amava rispondergli che se sei di Genova, tifi il Genoa. E poi ancora  a Pippo Spagnolo,capo storico della Nord,  a Gigi Riva e a Gianfranco Zigoni, uno dei suoi calciatori preferiti . Tra i destinatari anche Gigi Meroni a Pier Paolo Pasolini, che con De André condivideva la stessa idea di calcio e di religione. Tutte scritte e non mandate. L’unica spedita è quella firmata “Bicio”, che da bambino di otto anni, chiedeva a Gesù Bambino la maglia del Genoa per Natale. Una produzione di scritti che comprende anche tabelle salvezze, risultati, calendario, e persino il listino del mercato. La vita dedicata alla musica, alle parole e alla sua «malattia». Durante un concerto si è fermato, ha messo a terra la chitarra e ha detto: «Scusate, vi devo dire una cosa. Ho una malattia». Silenzio tombale. Ha tirato fuori una sciarpa rossoblù. “Il Genoa. La mia malattia si chiama Genoa”. Probabile sia la stessa con cui si è fatto cremare. Come in un vero matrimonio, finché morti non ci separi.

Articolo a cura di Fabio Simonelli

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