LUCIO BATTISTI, IL LAZIALE RISERVATO

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Se andate all’Olimpico a vedere la Lazio, vi capiterà a fine partita di sentire I giardini di marzo sparati dagli auto parlanti. La Curva Nord piano piano si unirà, tutti alzeranno le loro sciarpe e sentirete un unico grido. «Questo è il tempo di vincere con te».

L’anno cambiata così i tifosi biancocelesti, mentre il testo autobiografico di Mogol parlava di «vivere» con una donna che non amava. Il brano cantato da Lucio Battisti è uno degli inni della Lazio, forse il più sentito, perché corale e passionale, ma anche tremendamente intimistico. Come l’amore di Lucio nei confronti della Lazio. Battisti ha sempre vissuto la sua fede laziale con riservatezza. «Mio figlio era un grande tifoso della Lazio, amava andare allo stadio senza farsi riconoscere» aveva dichiarato il padre due anni fa, in occasione della commemorazione dedicata all’artista, cui aveva partecipato anche Mogol. E proprio con quest’ultimo il cantante faceva trasparire le sue preferenze calcistiche. Tutto resto, musica a parte, rimaneva nel silenzio della vita privata.

Tanto si è scritto e detto intorno al Battisti uomo, cosa che gli ha fatto decidere a un certo punto di chiudere completamente i ponti con i fan e la stampa, e sprofondare in un mutismo malinconico. E anche la Lazio c’entra qualcosa. Sebbene «Lucio non parlasse mai di politica» come ricorda proprio l’amico autore, la passione per la Lazio gli è valsa l’accusa di essere fascista. Erano gli anni 70 e se non scendevi in piazza con gli operai o gli studenti, automaticamente stavi dall’altra parte, a maggior ragione se parteggiavi per i biancoazzurri, la cui tifoseria è stata storicamente legata agli ambienti di destra.

Tutte falsità, per cui il cantante di Poggio Bustone ha molto sofferto nella vita. E allora la decisione di abbandonare tutto e cambiare strada. Sia nella musica, lasciando Mogol e avvicinandosi alle sperimentazione del paroliere Pannella e nella vita, ritirandosi a vita privata. E l’Olimpico sempre più di rado, anche prima della malattia che se lo è portato via nel 1998. Ma i laziali non lo hanno smesso di amare, perché quell’amore profondo, anzi immenso, nei confronti della vita cantato da Battisti, è la stesso viscerale attaccamento che hanno loro verso le aquile.

Articolo a cura di  Fabio Simonelli

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