RAYMOND KOPA: TRA CALCIO CHAMPAGNE, DITA E GOL

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Raymond Kopa – Photo by Alessio Giannone (ispirata a Fabrizio Pupazzaro art concept)

Per la Francia ha lasciato due dita della mano in miniera e due sillabe nel cognome. Raymond Kopaszewski, detto Kopa, è stato uno di quei giocatori che hanno segnato l’immaginario calcistico di una nazione intera.

Se chiedete a un francese di associare d’istinto dei volti al calcio, non ci impiega un nano per rispondervi Platini, Zidane e Kopa. I primi due ci sono ancora, il terzo se n’è andato giovedì scorso, portato via da una lunga malattia. Quella però che non gli aveva impedito il 7 gennaio di regalare, a 85 anni suonati, un inchino a Cristiano Ronaldo, in occasione della consegna del pallone d’oro. Kopa era così, un uomo capace di sorprenderti sempre, come quando ha definito «lusinghiero»per l’Argentina. Un uomo capace di reinventarsi più volte, uno di quelli che ha vissuto sette delle nostre vite.

A 14 anni il lavoro in miniera, da buon figlio di immigrati polacchi, di giorno. La sera a tirare calci al pallone lungo le vie scoscese di Noeux Les Mines, nel nord della Francia. Lì ha perso le due dita, durante una “gita” nei loculi della montagna. Quello stesso pallone lo ha portato dalla miniera, e lo ha spedito ad Angers, sua prima squadra professionistica. Il presidente lo aveva soprannominato Kopa, un po’ perché faceva figo, un po’ perché faceva una tremenda fatica a pronunciare il cognome. Con lo Stade de Reims ha cominciato a scrivere la sua leggenda. Nel primo dopo guerra il club è il più vincente della nazione, e la maggior parte dei giocatori andranno a prendersi il terzo posto ai mondiali di Svezia ’58. Lo ha descritto magnificamente Gabriel Hanot, giornalista de L’Équipe. «È immarcabile, se si può dire, insaziabile. A volte sembra estraniarsi, star lontano, per poi scegliere lui quando entrare in azione». Piccolo particolare, Hanot era l’ex commissario tecnico della nazionale.

Al Reims trova Albert Batteux, che gli chiede di fare una sola cosa: «dribla, dribla e dribla ancora». Nel club come nella Francia, l’umanesimo e la visione di gioco e i discorsi magnifici di Batteux segneranno gli anni più belli del calcio transalpino. In questi anni Kopa diventa un’icona, che travalica i confini dello sport. Per uscire dall’onta del collaborazionismo e riprendere l’amata grandeur i francesi si aggrappano a lui e a Bridgitte Bardot. Due miti delle copertine e della neonata televisione. E proprio fuori dai negozi di tv i francesi si radunavano, sognando che Kopa, Fontaine e compagni li portassero fino alla finale. E invece proprio ad un passo da Stoccolma è passato l’uragano Pelè. 5-2 dal Brasile e tanti cari saluti. Ma Kopa è stato eletto come miglior giocatore. Segna che il “Napoleone del calcio” (così lo aveva epitetato un commentatore inglese dopo una doppietta a Chamartín contro lo Spagna)  si era messo la corona. Resta un ricordo di una Francia straordinaria, una macchina da gol (23 in 6 partite) e di una difesa molto più solida di quanto le 16 reti incassate facciano sembrare.

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Raymond Kopa in trionfo dopo la vittoria con la Spagna a Chamartin davanti a 125mila spettatori

Sugli anni del Real Madrid bastano i numeri, che per certi versi lo offendono pure. Tre Coppe dei Campioni e due ligas. E poi bastano le parole del presidente Bernabeu, che lo aveva acquistato nel ’56 dopo che col Reims lo aveva incantato proprio in finale di Coppa dei Campioni, pur avendo perso. «Torno col migliore al mondo» aveva sentenziato trionfante. Commenti usuali per uno come Kopa.

kopa instagram

Molto meno usuale che nel 1959 abbia deciso di andar via dalla Spagna per tornare in patria per affari personali. Quali, una marca d’abbigliamento. Scarpette, soda e persino prête-à-porter. E poi il commentatore, ma in una veste diversa. Risponderà infatti per L’Équipe alle domande dei lettori durante le grandi competizioni. Proprio un’intervista dell’agosto ’63 gli ha chiuso le porte dei galletti. «Oggi, in pieno ventesimo secolo, il calciatore professionista è l’unica persona che può essere venduto e acquistato senza che nessuno chieda il suo parere» si era lasciato andare. Apriti cielo. L’allora selezionatore Verriest non lo ha più chiamato, dando il colpo da k.o al suo morale già fiaccato  dalla morte del figlio avvenuta nel febbraio dello stesso anno. Un ulteriore esempio di uno di quegli uomini poco allineati, che li puoi trovare solo nel mondo di ieri.

Articolo a cura di Fabio Simonelli

 

 

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