JORGE VALDIVIA, IL MAGO CHE APPARE QUANDO IL CILE HA BISOGNO

 

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Jorge Valdivia, El Mago – Photo by Alessio Giannone

«Jorge non mi importa delle tue ginocchia, ho bisogno solo dei tuoi occhi». Se di professione fa il calciatore e sei appena tornato da un infortunio, parole così sono incoraggianti. Se a rivolgertele è un altro Jorge, Sampaoli, il commissario tecnico della tua nazionale, allora valgono di più.

La vita di Jorge Luis Valdivia è un continuo di contraddizioni e alti e bassi. Quasi tutti volontari, simili a un budging jumping. Nasce a Maracay, città montuosa del Venezuela, là dove le scogliere boscose si gettano sul mare. Sceglie però la nazionalità dei suoi genitori, quella cilena. In realtà in Venezuela ci ha vissuto poco, due anni solamente, quelli durante i quali il padre ha lavorato all’aereoporto di Maracaibo per conto della compagnia Lan Chile. Il primo amore è il baseball, ma dal ritorno in Cile è subito calcio. Ed è subito Colo Colo, club che ha segnato tutta la sua carriera. Inizia nelle giovanili, o nelle inferiores, come dicono da quelle parti. Peccato che il mr hide con cui dovrà sempre convivere inizia a bussare alla porta. Fa rissa con un compagno, così lo spediscono al Deportivo Universitad de Conceptión. Lì passa per la squadra riserve e debutta in prima divisione. È uno dei principali protagonisti del campionato 2003. Schierato come enganche, come trequartista, è uno di quelli che scompare dal campo, per poi riapparire e mandare in rete il compagno. Da qui il soprannome “el mago”, perché in Sud America senza un epiteto non sei nessuno.

I giornalisti si sono sempre divertiti molto con lui. Una volta uno ha detto «quando tocca la palla, le provoca orgasmi». Una visiona di gioco fuori dal comune. Non solo la capacità di prevedere dove finirà il pallone, ma anche i movimenti della linea difensiva degli avversari in base ai suoi passaggi. I suoi occhi sono molti simili a quelli dei popoli andini, bassi sull’orizzonte. Ti scrutano e ti inquadrano in un nanosecondo. Dopo aver portato il Deportivo Universitad a una storica qualificazione in Libertadores, il Colo Colo se lo riprende. Risultato, vittoria del torneo Apertura e Clausura del 2006 in coppia col “pelusa” Mati Fernández. In panchina c’è “el guaton” “il pancione” Claudio Borghi, che l’anno dopo diventa anche l’allenatore de “La Roja” la nazionale cilena.

Borghi lo chiama per la Coppa America del 2007, anche perché le prestazioni parlano chiaro. L’estate prima era passato al Palmeiras, diventando subito “o magiñho”. Dopo aver passato il girone, pensa bene di organizzare una festa nell’albergo di Puerto Ordaz, città venezuelana scelta come ritiro durante la manifestazione. Il tasso alcolico è “importante” ed escono alcune foto che ritraggono Valdivia con in testa fette di prosciutto e varie bottiglie. Mettersi qualcosa in testa già è lontano dalla nostra idea di divertimento e il successivo 6-1 preso dal Brasile non aiuta. Lo «scandalo di Puerto Ordaz» gli vale 20 giornate di squalifica inflitte dalla Federazione e Borghi gli chiude le porte de la Roja.

I numeri dell’esperienza brasiliana per certi versi lo offendono. Al primo giro, dal 2006 al 2008 63 presenze e 13 gol. Al secondo, dal 2010 al 2015, 110 partite e 15 reti. Ma è il ricordo che lascia nei cuori dei brasiliani la sua vera eredità. Non così scontato per un cileno in Brasile.  In Spagna poche apparizioni sia col Rayo Vallecano che col Servette. La componente tecnica non basta, troppo lento per il calcio europeo. Forse meglio i contratti degli sceicchi arabi. Due esperienze negli Emirati, una dal 2008 al 2010, nell’Al-Ain, e una attualmente in corso, nell’Al-Whada.

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Valdivia, seminudo e ubriaco, al battesimo della figlia

Ma è con la Roja che Valdivia è davvero sé stesso. Il ct Bielsa, subentrato a Borghi, decide che senza il mago non si può stare. Giusto in tempo per mandare il Cile al mondiale sudafricano. Il 10 Ottobre 2009 è un suo gol alla Colombia che sancisce ufficialmente la qualificazione. Una mattina dell’anno dopo però, poco prima di un allenamento della nazionale, volano scarpe dall’auto con a bordo lui e Beausejour, a quanto pare non del tutto sobri. Lì per lì Borghi (che è tornato per sostituire Bielsa) decide di sciacquare i panni in casa ma un mese dopo, il battesimo della figlia del Mago diventa un’occasione per prolungare i festeggiamenti. L’asado va per le lunghe e Valdivia arriva in ritardo e ubriaco al ritiro della nazionale (è il cosiddetto Bautizazo).  Stavolta il pancione lo caccia, insieme a Vidal, Jara, Carmona e Beausejour. Dopo un anno e mezzo dall’incidente, nel marzo 2013 torna, voluto dal suo grande ammiratore Sampaoli.

Il grande obiettivo è il mondiale brasiliano. Il debutto con l’Australia è da favola. Un gol e un assist a Sanchez. Ma i sogni di Jorge, come quelli di tutti i cileni, si stampano sulla traversa di Pinilla al 120′ dei quarti con la Seleçao. La delusione è enorme, tanto da indurlo ad annunciare il ritiro. A fargli cambiare idea ancora il mentore Sampaoli, che lo mette al centro del progetto Coppa America 2015 da giocare in casa. Il resto è storia recente, con il mago tra i migliori della manifestazione e la Copa a Santiago per la prima volta nella storia. Annuncia un ‘altra volta l’addio alla nazionale, e questa sembra la volta buona.

L’esilio arabo di Valdivia però potrebbe avere un seguito. Pochi giorni fa Pizzi, neo campione della Copa del Centenario negli Stati Uniti l’anno scorso, lo ha messo in pre allarme per le partite di qualificazioni ai mondiali russi del 2018 contro Argentina e Venezuela. Il Cile è messo male, e ha bisogno di due vittorie per sperare ancora di agguantare quantomeno lo spareggio con la quinta del girone asiatico. Il Cile è in difficoltà? Allora ci vuole “el Mago”.

Articolo a cura di Fabio Simonelli

 

 

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