ALVARO RECOBA, LA SOSTANZA DI SPINOZA CHE SCENDE IN CAMPO

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Alvaro Recoba – Photo by Alessio Giannone

Sapete? Ho sempre interpretato il calcio secondo una visione fortemente personale. Per il sottoscritto sul tanto amato rettangolo verde esistono solo tre “credo” fondamentali da rispettare, e sono tutti concatenati tra loro secondo un preciso rapporto di causa-effetto. Dunque “lasciate ogne speranza o voi ch’intrate”. La nostalgia mi sta assalendo.

1 – Vincere, perchè è l’unica cosa che conta. Non c’è ricompensa per chi viene sconfitto. E nel proprio incoscio chiunque, anche chi nega, la pensa così.

2 – Tuttavia, per vincere risulta necessario costruire una macchina su misura per il successo. Il fine, manco a dirvelo, è restare impressi nella memoria e raggiungere l’Olimpo calcistico, dove nessuno dimenticherà mai ciò che è stato, che si è compiuto.

3 – Per costruire una macchina vincente però, è necessaria una precisa divisione del lavoro, se vogliamo vederla sotto un profilo Smithiano. Non c’è il singolo, vince il gruppo.

In ambito industriale quel simpaticone di Adam Smith teorizzava la divisione del lavoro come mezzo finalizzato ad aumentare la produttività. E nel contesto calcistico, come nell’industria, questa divisione serve per creare un gruppo dove ognuno ha un compito preciso. E se questo compito viene svolto alla perfezione da ogni singolo, è lì che nasce il successo. In una squadra c’è chi distrugge, chi geometrizza e chi finalizza. Infine esiste un’entità estranea e superiore, quasi metafisica. La sostanza di Baruch Spinoza che scende su un campo da calcio. Il suo pane è l’inventiva, la fantasia. Il suo ferro del mestiere il pallone.

Si fotta de Lavoisier con il suo << Nulla si crea, nulla si distrugge. Tutto si trasforma >>. Questa sostanza si prende gioco dei rigidi e razionalizzati canoni geometrici del calcio: li distrugge costantemente, per creare ancora, e ancora, e ancora. Allo stesso modo non se ne fa nulla del concetto Goffmaniano de “la vita come un teatro”. Lui improvvisa e delizia il pubblico, non ha bisogno di sentirsi un campione. Io l’ho visto a San Siro più di una volta, con la camiseta numero 20 sulle spalle. Mi sono innamorato, calcisticamente parlando. E sì, ho messo in discussione tutti i miei 3 “credo” fondamentali per lui. Romanticamente Alvaro Recoba.

Ha dei tratti somatici tipicamente orientali, tant’è che tutti lo chiamano El Chino. E invece viene da tutt’altro posto: Curva de Maroñas per essere precisi, piccolo barrio nel cuore di Montevideo, capitale dell’Uruguay. Qui esistono solo tre “credo” calcistici: Nacional, Danubio e Penarol. Ma nel quartiere dov’e cresciuto Alvaro, l’unica opzione possibile è proprio l’ultima: o tifi Peñarol, o tifi Peñarol. Lì sono tutti Aurinegros nel profondo del cuore. Se si tifa per una rivale sarebbe meglio non sbandierarlo ai quattro venti. In quei luoghi il futból è un argomento assai delicato, è venerazione allo stato puro.

C’è qualcosa del Chino, un piccolo dettaglio, che testimonia appieno la sua latinità: il piede sinistro. Semplicemente sublime. Un’aulica poesia raccontata in silenzio, con un tiro a giro. “E il destro?” vi chiederete. Un semplice accessorio, probabilmente se lo teneva perchè gli serviva per stare in piedi. É comunque diverso dal tipico calciatore uruguayano per la mancanza di quella tipica garra charrúa, quell’agonismo sfrenato e passionale che ha sempre contraddistinto i giocatori della Celeste. Nel barrio c’era già chi si sfregava le mani vedendolo giocare per quelle strade polverose, convinto che quel ragazzo gracilino e dai lineamenti asiatici sarebbe diventato il nuovo Messia del Campeon del Siglo. Immaginarlo con la maglia aurinegros del Penarol portava irrimediabilmente sulla via dell’onirico.

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Al centro, Alvaro Recoba con la maglia del Danubio

Corre l’anno 1993. A Curva de Maroñas accorrono invece gli osservatori del Danubio. É quello il giorno in cui tutti i sogni dei tifosi del Peñarol sono andati a farsi benedire. La Franja se lo porta via di soppiatto. Basta con le magie sui campetti amatoriali. D’ora in avanti sarà il pubblico del Jardines Del Hipodrómo ad ammirare l’estro del Chino. Estasi e privilegio allo stato puro. Esordio in Primera Division a 16 anni e giocate d’alta scuola, da restare a bocca aperta. Recoba segna e fa segnare inventando giocate senza precedenti, mai viste prima. In tre anni 41 partite e 32 gol.

1996. Sembra tutto fatto. Dopo un lunghissimo corteggiamento e la concorrenza spietata del Nacional Alvaro sembra in procinto di tornare a casa, a quel Peñarol che tanto lo brama. Tuttavia interviene il destino, quella materia oscura e senza logica, che per l’ennesima volta lascia l’amaro in bocca all’ambiente Peñarolenses. La trattativa salta per divergenze contrattuali e Recoba firma per il Nacional, sbarcando all’ombra del Gran Parque Central. Apriti cielo, perchè qui c’è da sognare ad occhi aperti. Avete presente il moto rettilineo uniforme? Bene, non studiatelo. Non serve a un cazzo. Prendetevi 5/10 minuti e guardatevi bene i gol di Recoba. Capirete il perché. Quelle traiettorie escono dalla fisica. Il pubblico dei Bolsos si nutriva silenziosamente di quella sostanza. Non c’erano parole per descriverla. Solo contemplazione. Ah sì, e anche una Clausura ’96 e un Apertura ’97.

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Alvaro Recoba in azione nel match tra Nacional e Penarol

A Milano c’è un uomo seduto nel suo ufficio. Accende la televisione, e molto probabilmente anche una sigaretta. Poi inserisce una videocassetta che gli è stata appena consegnata. Partono delle immagini di poesia in movimento, ma silenziosa. La sigaretta gli sfugge di mano e cade per terra. Colpo di fulmine. Quel signore s’innamora perdutamente di quella sostanza, una droga per gli occhi. Quel signore si chiama Massimo Moratti, figlio del famoso Angelo, che fu l’ultimo a portare una Champions League in quel di Milano. Anche lui aveva un fenomeno, che come Recoba adorava fare il lazzarone. Mariolino Corso, colui che << Jair! Gioca te al sole, io me ne sto all’ombra >>. E Massimo, che dagli occhi di un bambino vedeva suo padre vincere tanti trofei spadroneggiando nel Vecchio Continente, non riuscì a resistere alla tentazione.

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Recoba sbarca in Italia nell’estate del ’97 per 7 miliardi delle vecchie lire. Con lui un ragazzo brasiliano dai capelli rasati. È lì che Alvaro, quel ragazzo senza troppe pretese dalla vita, conobbe Luiz Nazario da Lima, meglio noto come Ronaldo. I tifosi della Pazza avevano grandissime aspettative sul secondo. Il nuova Vate della Scala del calcio, strappato al popolo della Catalogna Barcelonista. San Siro è pronta ad ammirare quella sinfonia di doppi passi e tunnel. E invece il 31 Agosto il Brescia sembra essere di tutt’altro avviso: Pirlo la mette e Hübner insacca. Chissà quante Marlboro rosse prima della partita per il friulano. Ronaldo è in ombra, Ganz inconcludente. Quest’ultimo viene chiamato in panchina da mister Gigi Simoni. Tocca a Recoba, col suo viso innocente e il caschetto da bamboccione. Passano poco meno di 10 minuti e San Siro stavolta esplode in un boato, perchè il Chino stoppa il pallone a 30 metri dalla porta e lo scaglia sotto la traversa di Cervone, come se fosse la cosa più naturale al mondo. Arriva l’87 e Recoba lo fa di nuovo, stavolta su punizione. 2-1 finale per l’Inter.

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Gennaio 1999. Il talento c’è, forse anche troppo, ma la costanza no. Quella mai. Che fare col Chino? Un prestito in provincia potrebbe fargli bene. Venezia? Mica male. Ogni santa domenica gli occhi di Walter Novellino luccicano. Non può essere altrimenti. Un sinistro come quello di Alvaro è capace di oscurare la bellezza di un chef d’œuvre come il “Canal grande” di Monet. A fine stagione 19 presenze, 11 gol e l’amore incodizionato di una piazza che mai l’ha dimenticato, e mai lo farà. É tempo di Inter, è ora di tornare a casa. Massimo Moratti lo aspetta ansiosamente, come un padre col figlio lontano da casa per tanto, troppo tempo. C’è chi lo applaude e c’è chi lo insulta, che siano i suoi tifosi o quelli delle rivali. La paura fa 20. I “90” sono i minuti di gioco nei quali ti devi preoccupare quando Recoba è il tuo avversario. Dalle parti del ‘Via del Mare’ di Lecce molti sono ancora convinti che in quel 17 Marzo 2002, se Dio fosse sceso in terra con la maglia dei Salentini, probabilmente si sarebbe preso un tunnel clamoroso dal Alvaro. Nel 2008 arriva l’addio a Milano con un golazo “olimpico” contro l’Empoli, direttamente dalla bandierina del corner. Recoba lascia l’Inter con un palmarès piuttosto magro. Probabilmente il miglior attore non protagonista di sempre.

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Passa al Torino. Poi al Panionios in Grecia. Là avrebbe meritato di giocare a pallone con gli Dèi, quella sarebbe stata la sua dimensione ideale. Si dovette accontentare di Olympiacos Pireo e Panathinaikos. Poi all’improvviso arriva una chiamata dal Jardines del Hipodròmo, il Danubio lo rivuole. La saudade per un calciatore sudamericano è come l’amore per una bella donna: non si può resistere a quel fascino, soprattutto se nel profondo si cela del sentimento vero. La Franja lo riaccoglie a 14 anni di distanza. Resta all’Universidad del Futból per una stagione. Dopo il Danubio, secondo chissà quale logica nomotetica, il Nacional torna nel suo destino. Ed è lì, sotto i riflettori del Gran Parque Union, che Recoba chiuderà la propria carriera nel 2015 dopo aver vinto altri 2 Campionati. E contro chi, secondo voi? Per i tifosi del Tricolores Alvaro è paradiso, per quelli del Peñarol assomiglia più all’inferno. Oh, como te duele. Ma come si può minimamente pensare di odiarlo? Poeta o artista, non fa differenza. Le sue giocate potevano tranquillamente essere un verso libero o un quadro illusionista. Quando El Chino giunse a Milano fu come un tuffo nel Rinascimento: Moratti il mecenate, l’Inter come un’opera, Recoba l’artista commissionato. Artista vagabondo. É lui l’uomo che ha scosso le mie idee di calcio: perchè pretendere l’Olimpo del futból quando hai un sinistro che da solo potrebbe riportare il sole su Milano in una giornata di pioggia? Lui, Alvaro, l’Olimpo l’ha raggiunto comunque, ma seguendo una via scévra da Palmarès e statistiche. L’ha raggiunto grazie ad una scritta sul muro, in quel barrio di Montevideo dove tutti tifano o Peñarol o Peñarol: << Gracias por todo, Chino >>.

Articolo a cura di Daniele Pagani

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