L’AVVOCATO DEL BELGRANO

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Il Torneo di Viareggio assume il contorno di una scena del crimine, mentre sul banco degli imputati ci finisce il Club Atlético Belgrano. Come mio solito cerco di indossare i panni del più tipico avvocato delle cause perse e provo a rispondere a http://www.mondoprimavera.com.

Garra Charrúa. Ecco la base della mia risposta. La garra e basta, come la conosciamo qui in Europa, assume tantissimi significati, più sfumature. La maggior parte dei sudamericani la considera il fondamento del successo, soprattutto sul rettangolo verde. Perseveranza, cattiveria, agonismo sportivo. Insomma, vedete voi quale di queste connotazioni prendere per veritiera. Charrúa significa valore, fierezza indomita, il desiderio dell’animo guerriero di porsi in contrasto ad un destino già scritto. Il termine deriva dai Charruas, una popolazione nativa del Sudamerica, nello specifico il Rio della Plata, che tentò di resistere (ovviamente invano) alle truppe coloniali spagnole. Finiranno per essere massacrati, schiavizzati o commercializzati come schiavi. Bella tutta sta pappardella storica eh? Ovviamente cercando di mantenere le giuste proporzioni. Le partite di calcio non sono genocidi e non sono affatto intenzionato a cascare banalmente nella trappola di Winston Churchill.

Eppure nel vostro articolo ne parlate esattamente come un genocidio.

Se posso permettermi, dato che la libertà d’espressione non é un optional, ho dei capi d’accusa per voi. Parlate di fabbri che sfangano, di una storia truce e di attentato al clima di gioia e di educazione delle partite di calcio. Condanno la violenza esattamente come voi, sia ben chiara questa premessa. Del resto sui campi di 2° e 3° categoria ci ho lasciato entrambe le ginocchia per colpa di altri calciatori, se così possono essere definiti. E ci penso ogni santo giorno a quella domenica maledetta, so fin troppo bene cosa voglia dire. Infatti auguro ai malcapitati Iudica e Eklu Shaka di tornare al più presto, più forti di prima, per realizzare il loro sogno. Condivido con voi anche l’inadeguatezza dell’arbitro per una partita simile. Il signor Guarnieri di Empoli non mi è sembrato in grado di gestire questa gara. Probabilmente ne possiamo anche desumere che, con un “direttore” all’altezza, probabilmente il match sarebbe finito 3-0 a tavolino a causa della somma di espulsioni del club argentino.

Ma non è questo il punto. Il punto è che avete messo 11 ragazzi sulla pubblica gogna del mondo social. La gogna di un pubblico che ovviamente avrebbe preso le vostre parti. Come se le provocazioni non provenissero da ambe parti, vero? La rissa finale è certamente da condonnare e va punita severamente. Del resto però, Strefezza ha FORSE esagerato con le provocazioni. Il suo gesto è FORSE immorale, di andare a provocare i suoi avversari per il passaggio del turno, peraltro avendone compreso l’indole. FORSE verrà punito. Prendendo spunto da una frase di Django, film di Quentin Tarantino che tutti conoscerete, possiamo dunque definire il Belgrano un pessimo perdente e la SPAL un’infima vincente? Mi sembra la definizione migliore, dato che il singolo non fa la squadra, ma la squadra fa il singolo. Sono anche questi aspetti, troppo spesso non considerati rilevanti, che creano il campione. Schernire l’avversario fa parte del più classico perdente. Sarebbe potuta finire lì, ma qualcuno ha voluto continuarla. Quando una leggenda come Totti attentava al crociato di Balotelli in finale di Coppa Italia non si rivendicava la presenza di bambini-raccattapalle innocenti, costretti ad osservare una simile scena di violenza gratuita. Non si urlava allo scandalo. E penso proprio che un gesto di una leggenda come il Pupone abbia maggior rilevanza mediatica rispetto al torneo di Viareggio. No, lì no: è stata solo la frustrazione del momento. Pur sempre per fare un esempio concreto, ovvio.

Parliamo di rispetto. Una componente che è mancata, seppur con pesi diversi, da entrambe le parti. Vogliate scusarmi, mi piace difendere le cause impossibili. Con tanto rispetto per il vostro parere, ovviamente.

Articolo a cura di Daniele Pagani

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