DIE HAMBURG UHR, NIEMALS ZWEITE LIGA

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Die Hamburg Uhr, presente nel settore Nord-Ovest della Imtech Arena dal 2003

Nord-Ovest della Germania. Amburgo, la Stadstaat moderna. Orgogliosamente Freie und Hansestadt, anseatica e libera. Il motto della città risuona chiaro e limpido all’udito dei suoi abitanti: << I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che i loro antenati partorirono >>. Il rispetto per la libertà, bramata ed ottenuta, e soprattutto per la propria tradizione, per la storia, che in terra teutonica conta, e non poco. Eccezione alcuna per il Fuβball, che come uno specchio della realtà socio-culturale rassomiglia appieno la “Die Überlieferung” della città.

Nord-Ovest della città. È lì che sorge il Volkparkstadion, lo stadio del popolo, immerso nel nero, bianco e blu di sciarpe e bandiere. È lì che giocano i Dino-Bundesliga, quelli dell’Amburgo. Quelli mai retrocessi in Zweite Liga. Die Urgestein (veterani), perchè non hanno mai abbandonato il massimo campionato in favore di una serie minore. Un record-tradizione che perdura dalla stagione 1963-1964, la prima edizione della Bundes come la conosciamo oggi. Irretrocedibili pur avendo rischiato più volte di andare incontro all’oscuro (e apparentemente scontato) fato, come nel 2014 e nel 2015. Poi gli spareggi play-out e la salvezza all’ultimo respiro. Immortali in stile Undertaker sul ring della WWE.

Nessuno, dopo ben 54 anni consecutivi, è riuscito a togliere all’Amburgo questo primato. Esatto, neanche quei mostri sacri provenienti dalla Baviera, che quel record lo invidiano parecchio. E come dargli torto, dato che il Bayern è sempre stato abituato a primeggiare in tutto, sia a livello nazionale che internazionale. Per questo motivo, nel 2003, è stato installato questo orologio digitale nel settore Nord-Ovest dello stadio (Coincidenza? io non credo), esteticamente di dubbio gusto, ma col romantico compito di ricordare ai tifosi la tradizione che aleggia mirifica sull’arena amburghése. Anni, mesi, giorni, ore, minuti e secondi che scorrono lentamente, creando un alone di leggenda, rintocco dopo rintocco.

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Felix Magath in azione contro la Juventus durante la finale di Coppa dei Campioni 1983

Il 1983, l’anno dell’ultimo Meisterschale (3 vittorie) e dell’unica Coppa dei Campioni, quella vinta contro la Juventus di Platini, Scirea, Paolo Rossi, Bettega e Zoff (tanto per fare qualche nome) grazie ad un euro-gol di Felix Magath, sembra solo un lontanissimo e sbiadito ricordo. Oggi l’Amburgo lotta per la salvezza, come negli ultimi anni del resto. I punti racimolati nel corso di questa stagione sono 30, uno in più di Mainz e Augsburg, che sperano di essere artefici dell’estinzione dei Dino-Bundesliga, e conseguentemente della loro leggenda. E lo desiderano fortemente anche i supporters del Bayern Monaco, che l’anno scorso si dovettero rimangiare lo striscione che recitava << Siete ancora in Bundesliga per 7 giorni >>, maliziosamente esposto all’Allianz Arena qualche giorno prima degli spareggi play-out, che viddero gli odiati rivali sopravvivere, per l’ennesima volta.

Cronache di strenua resistenza dal Nord-Ovest della Germania. C’è addirittura chi, intravedendo l’oscuro spettro della Zweite Liga, ha proposto di smantellare l’orologio. In primis Joachim Hilke, il marketing manager del club, che lo ha negativamente etichettato come un simbolo che incatena il club al passato. Come se non ci fosse una via di fuga da questo oblìo di mediocrità nel quale l’Amburgo è sprofondato. I tifosi però, quelli veri, si sono immediatamente opposti alla sua rimozione, convinti che il suo cuore andrà avanti a battere ancora per tanto tempo, secondo dopo secondo. I dinosauri non si sono estinti, risiedono ad Amburgo e combattono per il loro tempo, per restare ancora impressi nella leggenda.

Articolo a cura di Daniele Pagani

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