BORN IN THE USA: TUTTE LE PILLOLE MUSICALI DEI MONDIALI ’94

1994 FIFA World Cup logo

Nel 1993 Bruce Springsteen è venuto in tour in Italia, ma senza la mitica E Street Band. Probabilmente per questo la sua data di Verona, in un Bentegodi piovoso e quasi deserto, è stata un disastro. In quell’occasione gli hanno rivolto qualche domanda sull’imminente mondiale americano dell’anno dopo, ma non poteva sapere che una delle prime partite del torneo sarebbe stata il match della sua vita. Ovvero le sue origini europee in campo nel suo stadio.

L’ombra di Bruce– Ci sono tre padroni del Giants Stadium, in New Jersey. Il primo è la franchigia Nfl dei New York Giants. Poi c’è il calcio made in Usa, che lo usa regolarmente. E poi c’è Springsteen: ogni volta il boss suona lì, raccoglie folle oceaniche. Per il mondiale statunitense la Federazione Italiana aveva chiesto si giocasse a est. Ok il caldo torrido, ok l’umidità, ma volete mettere avere lo stadio pieno di connazionali alle partite? Peccato che il primo incontro degli azzurri sia stato Italia-Irlanda. Come spiegherebbe giustamente Bruce, per metà italiano-da parte materna- e per l’altra irlandese, qualche irlandese nella zona c’è. Ecco, diciamo che l’unico tricolore che ha visto la nazionale, era quello con l’arancione al posto del rosso. Risultato, 0-1 Eire. Prossima volta pensarci prima.

bruce springsteen
Bruce Springsteen in concerto al Giants Stadium nel 2009- photo by New York Times

Il figlio del Minnesota– A volere i mondiale negli Stati Uniti era stato l’ex segretario di stato di Nixon Henry Kissinger. Uomo di intelligenza sopraffina, aveva capito che il mercato del calcio fosse l’unico ancora da esplorare. Negli anni ’70 era stata creata NASL dove avevano svernato vari campioni del calcio mondiale come Pelè, Beckenbauer, Moore e Chinaglia. Ci aveva già provato nel 1986, ma quando la Fifa aveva deciso per il Messico, la Time Warner, il network principale sponsor della candidatura, si era ritirato. E negli States senza sponsor non vai avanti. Quando a Kissinger era stato assegnato nel ’73 il premio Nobel per la pace, per l’operato diplomatico che aveva riavvicinato Usa e Cina, in molti non erano d’accordo. Oltre a Le Duc Tho, che con lui aveva “negoziato” gli accordi di pace in Vietnam, c’era anche un ragazzo del Minnesota. All’anagrafe si chiama Robert Allen Zimmermann, ma il mondo lo conosce come Bob Dylan. E a Kissinger, in chiave ironica, si riferisce nella sua Man of  Peace. 

La cerimonia- Prima della manifestazione su una cosa concordavano tutti i non americani: la cerimonia d’apertura. «L’inaugurazione sarà galattica, come le olimpiadi di Los Angeles!» il pensiero comune. L’evento doveva essere organizzato dalla Disney, ma poi la Fifa ha posto il veto. Si comincia malissimo. Ammirevole l’idea di far eseguire The Star-Spangled Banner (l’inno,ndr) a Jon Secada, cantante cubano, ma dal passaporto Usa. Secada mentre si esibisce viene elevato su un ascensore, ma a un certo punto cade. Nonostante una spalla slegata, arriva alla fine dell’inno. Eroico. Ci prova anche Oprah Winfrey, niente da fare, giù anche lei. E il peggio deve ancora venire. L’ultima canzone spetta a Diana Ross, leader delle Supremes. Se la voce è magnifica, meno magnifica è l’idea di farle calciare un rigore. Ma dai, è a tre metri di distanza, figurati se sbaglia. E invece si! Zappa in modo clamoroso e la manda a lato. L’immagine della porta che si disintegra dopo il tiro (immaginata per un gol) mette una tristezza infinita. Il problema, per noi italiani è stato che quel mondiale è iniziato come è finito: con una star che sbaglia un rigore.

Articolo a cura di Fabio Simonelli

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