AS MONACO, PER LA LEGGENDA

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Radamel Falcao – AS Monaco (Photo by Alessio Giannone, copyright de “La Gazzetta di Don Flaco”

Eccoci qui, a chiacchierare sulla dura legge dell’outsider. Il Monaco di Leonardo Jardim, self-made coach portoghese ma nato in Venezuela, è la vera sorpresa di questa edizione della UEFA Champions League. L’ultima volta che i monegaschi arrivarono così lontano nella massima competizione europea c’era Didier Deschamps in panchina, corroborato da giocatori del calibro di Morientes, Marco Simone, Dado Pršo, Ludovic Giuly e Jerome Rothen. Nessun fuoriclasse, ma tanti elementi validi: spettacolo assicurato. Ancora oggi mi chiedo come abbia fatto il buon Pršo a segnare 4 gol in una partita di UCL… Poi ho visto Obi segnare in un derby e il mio interesse è scemato.

IL PERCORSO

Girone non facile, ma grande voglia di emergere. Parliamoci chiaro fin da subito: il Tottenham di Pochettino sembrava la squadra più accreditata ad accedere alle fasi finali e il Bayer Leverkusen, di norma, gli ottavi li ha sempre giocati. Il Monaco, giusto qualche anno fa, sembrava in procinto di diventare un “PSG, la vendetta”, soprattutto dopo l’acquisto della società da parte di Dmitrij Rybolovlev. Poi il netto (e obbligatorio) ridimensionamento, che effettivamente ha ridotto, e non di poco, il potenziale del club monegasco. La prima vittoria a White Hart Lane, contro gli Spurs, ha dato morale alla squadra di Leonardo Jardim. Poi il pareggio con Leverkusen e CSKA. Infine altre due vittorie consecutive, sempre con CSKA e Tottenham. All’ultima giornata è arrivato un pesante passivo (3-0) contro il Bayer. E sti cazzi, potremmo dire.

Quando il Monaco è stato sorteggiato con il City, tutti si immaginavano la classica “comparsata” dei monegaschi. E invece niente tappeto rosso. Tutt’altro. Due match spettacolari fino all’ultimo e stracolmi di giocate d’alta scuola da parte dei singoli scesi in campo. All’Etihad Stadium, i Citizens  s’impongono 5-3 grazie a Sterling, Leroy Sané, John Stones ed un Kun Aguero in grande spolvero. Il Monaco, nonostante la super prestazione di Mbappé, esce dal campo con 6 ammoniti. Il match di ritorno, tra qualche anno, sarà degno della categoria “storie di calcio” con Bakayoko e Mbappé che salgono in cattedra (oltre alla rete di Fabinho). “Oggi lo famo strano” avrà sentenziato Jardim negli spogliatoi. Ed eccoci qui. Nemmeno il BvB, che con Jurgen Klopp fu un’autentica outsider, è riuscito ad arrestare la corsa della Banda Jardim (6-3 aggregato). Siamo qui, curiosi di vedere che cosa accadrà. La sorpresa è dietro l’angolo, come 13 anni or sono.

LA SQUADRA

Potenza e fisicità nella retroguardia, fantasia al potere e velocità di manovra nel reparto offensivo. Il giusto mix di esperienza e gioventù guidato dalla mano sapiente ed esperta di Leonardo Jardim. Il Monaco è irrazionalità pura, è il pragmatico desiderio di ribaltare ogni pronostico. Juve, Real e Atletico dovrebbero seriamente dubitare della bontà di un sorteggio contro i monegaschi. Il Monaco è un po’ come la Black Widow della situazione (“vedova nera”): la incontri al bar, vestita in modo elegante e seducente. Inizialmente la consideri innocua, ma al mattino seguente ti ritrovi senza portafoglio e senza pantaloni legato al letto di uno squallido motel (devo smetterla di scrivere articoli alle 3 di notte). Il simbolo è lui, quell’attaccante colombiano a cui nessuno dava più una lira. Radamel mio, El Tigre, che bello riaverti tra noi. Alle sue spalle si compendiano rapidità e fantasia degli enfant terrible Mbappé, Bernardo Silva, Nabil Dirar e Lemar (e pensare che non c’è Gabriel Boschilia). A metà spazio all’esperienza di Moutinho e al dinamismo fanciullesco di Bakayoko. Dietro, insieme al nostro Raggi nazionale, troviamo le vie infinite e sempre poco ortodosse di Kamil Glik (quanto ti adoro!) e Jemerson, oltre al talentuoso Fabinho. Infine occhio a giocatori come Sidibé, Mendy, Carillo e Germain, attaccante d’esperienza del club monegasco che sa fare il suo onesto mestiere. Si può fare la storia? Chi vivrà, vedrà. Chissà, magari il desiderio di entrare nella leggenda e di prendersi una rivincita dopo 13 anni dall’ultima volta, potrebbe davvero fare la differenza.

Articolo a cura di Daniele Pagani

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