ON THE ROAD

on the road
Immagine realizzata da Alfredo De Grandis per “La Gazzetta di Don Flaco”

Quella che sto per raccontarvi è la storia di come ho conosciuto quel folle pazzo incosciente vincente e visionario del mio amico Zlatan.

Di lui mi hanno subito colpito la sua sfrenata ricerca per la libertà, il suo rifiuto delle convenzioni sociali e la sua passione per la vita.

Bussò alla mia porta ai tempi dell’Ajax.

Nel 2001 mi trovavo in Olanda, ero appena arrivato dal Brasile, principalmente per i fiorini olandesi.

Bussò alla mia porta, dicevo. Cercava dei soldi. E anche un alloggio. Più che altro un amico. Incredibile.

Lo accolsi, cominciai a parlargli della mia vita in Brasile, gli raccontai di mio fratello, morto in un incidente stradale. Lui fece lo stesso. Ci trovammo.

Fu un bellissimo periodo, solo nella stagione 02/03 viaggiammo per tutta Europa: Italia, Norvegia, Francia, Spagna, Inghilterra. Da Lione a Trondheim, da Londra a Valencia, passando anche per Roma. Ma è a Milano che Zlatan capì che un giorno avrebbe fatto urlare di gioia quella gente.

Se c’è una cosa che posso dire su Zlatan è che è stato praticamente sempre alla ricerca di legami.

E il legame che c’era tra S.Siro e le squadre di Milano lo invidiava. È sempre stato così, ostinato e insistente. Quando voleva qualcosa sapevi che un giorno l’avrebbe presa e basta. È sempre stato così. Zlatan.

Quell’edizione della Champions fu particolare, incontrammo l’Inter nella prima fase a gironi e ne uscimmo sempre sconfitti, con sua maestà Hernan Crespo sempre decisivo, ma riuscimmo comunque a qualificarci alla fase successiva. Capì che Milano – e quello stadio – e quelle squadre – erano nel destino di Zlatan quando ci furono i sorteggi dei quarti di finale. Questa volta c’era il Milan.

Ce la mettemmo tutta, ce l’avevamo praticamente fatta, ma all’ultimo respiro Tomasson fermò il cuore a tutti gli olandesi di fede Ajax. Lui, figlio di Rotterdam, che era stato rivale al Feyenoord. Un brutto colpo che in molti – me compreso – non hanno ancora finito di incassare.

Milano, dicevo. Era nel destino di Zlatan. Ma si sa, il destino sa farsi attendere, e a volte la vita corre tanto veloce che ce lo si lascia indietro. Nel 2004 Zlatan sceglie l’Italia, ma arriva a Torino, sponda bianconera. Tanto per togliersi lo sfizio di far accomodare in panchina una leggenda come Alessandro Del Piero.

Decisi di seguirlo a sud, alla ricerca di nuove esperienze, ma durante una traversata a Tillburg, nel Brabante Settentrionale, in una maledetta semifinale di Coppa d’Olanda in cui perdemmo anche per 1-0 con il Willem II, il mio ginocchio fece crack.

Seguì una lunga fase di riabilitazione, dove lontano da Zlatan faticavo a trovare impeto e determinazione per reagire. Decisi così che era arrivato il momento di raggiungerlo in Italia. Presi un treno per Firenze, saltai giù a Santa Croce sull’Arno, poi raggiunsi Empoli in autostop, e terminai la mia riabilitazione tra le colline della Toscana.

Poi la chiamata da Milano, mi presero a giocare per l’Inter, la stessa di sua maestà Hernan Crespo.

Non ancora riuscivo a vedere Zlatan, ma quell’estate successe di tutto, e per gentile concessione di Calciopoli, io e Zlatan potemmo riunirci. Può metterci una vita, ma quel bastardo del destino ti acchiappa sempre alla fine. E Zlatan, sereno, questo lo sapeva già.

All’Inter fu un bellissimo periodo, arrivarono le vittorie e Zlatan riuscì a conquistare quel legame con S.Siro. Era ossessionato dai legami.

Nell’epoca d’oro con Mancini in panchina regalò ai nerazzurri tre scudetti, finché non fu colpito da uno dei suoi proverbiali mal di pancia: Zlatan voleva vincere in Europa. Non si accontentava. Cercava di più. Era una costante nella sua vita. Zlatan.

Abbandonata la sua seconda moglie – dopo gli amori giovanili con Malmoe ed Ajax ci fu il solo matrimonio con la Vecchia Signora – Zlatan scelse la Catalogna, nell’affare che porto Eto’o a vincere tutto con l’Inter. Poche settimane prima arrivai anch’io a Barcellona, scalando i Pirenei, facendomi largo tra conifere e querce da sughero per poi scendere la penisola iberica in autobus. Zlatan fece lo stesso percorso.

Accompagnò entrambi il nostro agente comune, Mino Raiola, che ebbe non poche difficoltà durante la traversata, rischiando l’infarto nei pressi di Andorra e nel parco naturale di Cadì-Moixerò. A Manresa ci fece fermare per consumare le infinite portate della rosticceria Los Cuñados, dove lavorava un suo lontano cugino.

A Barcellona sapete tutti com’è andata, la beffa dell’Inter sul tetto d’Europa, il feeling inesistente tra la punta e Guardiola..  e Zlatan, in parte deluso dall’inconcludenza del suo viaggio, decise (o venne cacciato di casa dalla sua terza moglie, fate un po’ voi) di tornare per la seconda volta a Milano.

Come nel 2003. Come fece anni dopo il suo idolo Ronaldo Nazario da Lima. Al Milan. Che pare che se ci devi tornare, a Milano, devi farlo vestito di rosso e di nero.

Io decisi di restare qui, come Sal Paradise del romanzo di Kerouac restò solo e abbandonato da tutti a Denver nell’estate del ’49.

Nel frattempo vinsi tutto il possibile a Barcellona, mentre Zlatan conquistava a suon di gol l’ennesima donna.

Ma ormai era chiaro: il mio destino si era legato indissolubilmente a quello di quest’uomo, tant’è che arrivò un altro capitolo a colorare le pagine del nostro viaggio.

Da Barcellona mossi direzione Parigi, ripassai da Los Cuñados e attraversai di nuovo i Pirenei, facendomi largo tra le conifere e le querce da sughero. Poi ancora verso nord, risalendo fiumi e facendo qualche rara apparizione in ateliers e bistrots. Il primo anno a Parigi non andò male, ma il titolo non arrivò, così decisi di richiamare quel folle pazzo incosciente vincente e visionario del mio amico Zlatan. Non ci pensò un attimo. Seguirono quattro anni di successi.

Zlatan è così, cerca legami. E con me aveva il più forte.

Il resto è storia recente, con Zlatan partito direzione Manchester per un ultima (?) folle avventura.

Io sono ancora qui. Perché Zlatan in fondo è così. Incapace di avere uno stile di vita ordinato e di superare il proprio egoismo nei rapporti con gli altri.

Ma non è malvagio. In fondo, ora che ci penso, è proprio come Dean Moriarty di On the road. Antieroe e guida dai tratti mistici.

E non è malvagio. Cerca soltanto di stringere dei legami. Cerca soltanto la sua vera identità.

Perché dietro 95 kg di gelo svedese, si nasconde la fragilità di un uomo che non si accontenta mai, alla continua ricerca di connessioni più forti. Di rapporti sempre più carichi e sempre più insani, lasciandosi dietro odio e amore con la stessa leggerezza e noncuranza.

E non si fermerà mai. Sarà sempre, selvaggiamente, on the road.

Zlatan. E Maxwell.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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