IL PICCOLO PRINCIPE

il piccolo principe
Immagine realizzata da Alfredo De Grandis per “La Gazzetta di Don Flaco”

È il 28 Marzo del 1993 ed io sono ancora un timido pensiero nella testa dei miei genitori.

È il 28 Marzo del 1993 ed un personaggio fuori dal comune, uno spassoso e brillante vecchietto jugoslavo – anche la Serbia era ancora un timido pensiero – sedeva sulla panchina della Roma.

Quel giorno non si giocava all’Olimpico, si era a Brescia, al Rigamonti, con la Roma già in vantaggio di 2 reti. Caniggia prima e poi Mihajlovic, con una splendida punizione, la prima delle sue 28 in Italia, l’unico gol realizzato nella massima Serie nell’esperienza giallorossa. Anche questa è una bella storia, perché quello non era un giorno qualunque. E sono sicuro che Sinisa conservi con gelosia la fotografia di quella giornata.

 Si giocava l’ultimo minuto e quel vecchietto che sedeva in panchina stava per togliersi lo sfizio di dare moto alla storia. C’è sempre un momento preciso in ogni cosa che detta un inizio. Il fatto scatenante prima della cascata di eventi. Origine e motore.

Quel vecchietto in panchina era il lapalissiano Vujadin Boskov, e stava per togliersi lo sfizio di scrivere la prima pagina di un racconto imponente e meraviglioso, destinato a fare la storia.

 Il telecronista ci aveva visto lungo e commentava così: “è un fatto storico, vogliamo esagerare, è uscito Rizzitelli, ha lasciato il posto al giovane Francesco Totti”. Ad oggi quello che stona nelle sue parole è solo quel “vogliamo esagerare”, con cui ha cercato di tutelarsi. Si potrebbe scrivere un libro anche su quel telecronista, che quando si parla di storia ogni piccolo tassello ha qualcosa di speciale.

Ma oggi non sono qui a scrivere di Boskov, di Sinisa o di telecronisti.

Oggi sto per parlarvi della leggenda che a un minuto dalla fine di quel Brescia-Roma già deciso da Caniggia e Mihajlovic stava per entrare nel rettangolo verde. Di quel ragazzetto che lo zio Vuja stava buttando nel suo habitat, attenzione, non nella sua casa, perché la sua casa si trova 250Km più a Sud, in Viale dei Gladiatori, a Roma.

Oggi sto per parlarvi di Francesco Totti.

28 Maggio 2017. Quasi 25 anni dopo, quel ragazzetto si gode l’indimenticabile saluto davanti ai 70.000 dell’Olimpico. Sta per lasciarla, la sua casa, ed esagera visibilmente con i giri di campo, a passo lento, perché quando arriva la fine è sempre così. Magari, stanco, l’hai anche aspettata con frenetico desiderio, ma una volta che ce l’hai davanti non vuoi più uscire, è inutile.

Un quarto di secolo sono tanti anni, sicuramente quanto basta per entrare nella storia.

Il letterato e militare Marco Terenzio Varrone, calcolò la nascita dell’Urbe sommando a ritroso il periodo dei sette regni capitolini: essi erano mediamente di 35 anni ognuno. A Francesco sono toccati dieci anni in meno. Mi piace pensare che sia perché lui il 10 se lo vedeva solo sulle spalle. Che poi quello che conta è che l’ottavo regnante sia riuscito ad entrare nella storia di Roma e nel cuore dei romani. E a Francesco è riuscito anche di meglio, perché è entrato nella storia del Calcio e nel cuore di tutti gli appassionati.

Se ne sono visti di tributi negli ultimi giorni, parole lacrime e saluti che sarebbe quasi inutile aggiungerne l’ennesimo. Ma per fortuna quella che scrivo è una rubrica sui generis, che mi permette di spaziare sempre con la fantasia, che spero sia quanto basti per non annoiarvi.

Funziona così, magari per giorni niente, ma poi hai quell’illuminazione dove e quando meno te l’aspetti e corri al computer per sprigionare la cascata di parole che ti frullano per la testa il più veloce possibile, per paura di perderle per ritrovarle forse mai più.

Pensate al saluto di Totti per esempio, e scorrete a ritroso le pagine del suo racconto imponente e meraviglioso iniziato da Vujadin Boskov tanto tempo fa. A me è tornato subito in mente il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Lo avete letto tutti, magari ne state già cogliendo i punti comuni con la storia di Francesco.

Chiudo gli occhi ed è più forte di me, lo vedo lì, il Totti leggenda, l’ottavo regnante, il padre, il capitano, la Roma. Lo vedo lì, precipitare nel Sahara. È più forte di me, lo vedo lì stringere amicizia nell’assurdità della situazione con un giovane fanciullo biondo che arriva a tenergli compagnia mentre ripara il proprio velivolo.

Lo vedo lì a mostrargli quel disegno fatto da pupetto, che tutti i grandi avevano scambiato per un cappello a bombetta, ma che in realtà era solo una rete che vista dal cielo si gonfiava dopo un suo gol. Un gol. Comun denominatore di un’intera carriera. Parola chiave di un racconto imponente e meraviglioso.

E vedo anche il ragazzetto biondo intuire immediatamente ciò che il disegno vuole rappresentare.

Il ragazzetto così comincia a raccontare alla Leggenda la propria storia: proviene da un altro pianeta, l’asteroide FT-10, talmente piccolo che se si calcia un cucchiaio quello comincia a gravitarci attorno per l’eternità come satellite. E ce ne sono un’infinità, lì, di satelliti.

Sul pianeta, gelosamente custodita sotto una teca di vetro, la Roma, caratteristica variante di rosa dai petali gialli e rossi.

Crescendo viaggiando per altri asteroidi, il ragazzetto biondo però si imbatte sempre più spesso in magnifici roseti, e il fanciullo, cui la rosa aveva giurato d’essere unica,  comincia a credere che il suo asteroide non abbia nulla di particolare. In questo momento arriva una lupa, che solitamente schiva e solitaria, vorrebbe avere un amico da aspettare. L’animale e il ragazzetto cominciano allora ad incontrarsi sempre lo stesso giorno, di Domenica, allo stadio Olimpico, in Viale dei Gladiatori, con la gente, così da essere speciali l’uno per l’altra. Il rapporto con la lupa permette al ragazzetto di comprendere meglio il suo rapporto con la rosa: questa è sì identica alle altre, ma è speciale perché il ragazzetto le vuole bene. Ed è questo che la renderà per sempre Unica.

È in quegli incontri, che il ragazzetto lo capisce per davvero, cos’è la rosa, cos’è la Roma. Che è ciò che di più importante esiste nella vita. Unico amore e unico riferimento, fonte prospera e sana di affetto sincero.

E a nulla serviranno le tentazioni dei personaggi incontrati durante i suoi viaggi.

Nel corso della sua strada il ragazzetto ha incontrato viscidi incravattati schiavi del denaro, compagni di squadra tentatori dalle dubbie pratiche leali e sportive, o altri ancora che addirittura tradivano spinti da una frenetica ansia di potere, fino ad arrivare ad allenatori severi, bloccati nel loro ligio rispetto delle regole.

Ruoli e personaggi che al ragazzetto sono sempre apparsi senza senso, perché allontanano gli uomini dal senso più intimo delle cose e dai rapporti tra le persone. A ciò si contrappone il percorso di maturazione del ragazzetto, grazie soprattutto al rapporto con la lupa, la sua amica più sincera. L’addestramento dell’animale selvaggio e la sacralità di ogni loro attesa e di ogni loro incontro fanno crescere il fanciullo, che capisce che ciò che conta davvero non è la realtà materiale ma i legami d’amicizia e d’affetto tra le persone.

Penso che abbiate capito ormai di chi sto parlando. Chi è questo ragazzetto. È lo stesso che Boskov ci introduceva il 28 Marzo 1993 nell’incipit di un racconto imponente e meraviglioso. È lo stesso che per 25 anni si incontrerà ogni Domenica allo stadio con la sua lupa, con la sua Roma, facendo sognare un popolo intero segnando più di 300 gol con la stessa maglia. È lo stesso che un giorno precipiterà nel Sahara, dialogando con il suo passato.

Un dialogo tra un adulto ed un bambino, da cui emerge un percorso di crescita sia della Leggenda sia del Ragazzetto.

E condiviso nei sentimenti e nei ricordi ciò che rappresentava per loro quella rosa, si riesce ad uscire da quel rettangolo verde. Da quella casa. Che Domenica scorsa sembrava infinita. Accettando l’abbandono come un evento del tutto naturale, inserito nel ciclo vitale come parte integrante e necessaria della nostra esistenza.

Il Totti fanciullo e il Totti leggenda. Il Francesco del 1993 e quello del 2017.

Entrambi fieri fino all’ultimo secondo di indossare quella maglia. Che sia il minuto scarso al Rigamonti di Brescia o l’ultima passerella davanti ai 70.000 di Domenica all’Olimpico.

Perché come dice la volpe nel libro di Saint-Exupéry, che per noi e per Totti, sia chiaro, sarà sempre una lupa:

Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi.

Grazie Francè.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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