GUERRA CIVILE GENOANA

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Coreografia tifosi Genoa – Stadio Marassi

Breve storia di quando la passione esagerata finisce per diventare controproducente.

La Superba, La Dominante. In questi due soprannomi affibbiati a Genova è evidente la fierezza tributata ad una città il cui ambito marinaresco è espressione di un passato mitico. Zena è  il porto più grande per dimensioni ed importanza dell’Italia intera, posta a guardia dell’omonimo golfo, a distinguere nettamente Levante da Ponente, a fungere da diamante incastonato mirabilmente in una striscia di terra marginale come la Liguria. Era il 1284 e Genova era una repubblica, marinara al pari delle altre tra cui Pisa. Avete presente quando si commette uno sgarbo nei confronti di qualcuno particolarmente influente (o sufficientemente permaloso), tale che quest’ultimo la prenda sul personale e reagisca in malo modo? Ecco, la Battaglia della Meloria è riassumibile così: i Pisani erano in superiorità numerica e volevano sbarazzarsi di una concorrenza da sempre scomoda, la flotta ligure ha accettato la sfida e riversato sulla malcapitata rivale tutta la sua forza. Naturalmente non c’è stata storia. Pisa da allora è entrata in un burrascoso vortice che inevitabilmente condurrà al declino. Qui, nel frattempo, eccovi un corso accelerato su come dare il benvenuto in casa propria agli inglesi del Liverpool.

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Dopo 728 anni la situazione sarà pure cambiata politicamente, ma da un punto di vista squisitamente sociologico quel senso di fierezza è ancora presente a Genova. E’ il 22 aprile 2012, e da un tranquillo pomeriggio di calcio nasce la suprema manifestazione di disprezzo nei confronti della propria squadra. Mai con una tale forza una guerra civile aveva recitato il ruolo di piaga in un ambiente già dilaniato da una salvezza difficile e da una contestazione incredibilmente violenta. Il concetto non cambia: tu mi fai uno sgarbo, io reagisco più duramente che posso. Quella domenica, successero tante robe: intanto il Siena conduceva per 0-4, Destro aveva segnato recandosi poi sotto la Nord quasi a scusarsi per quella rete nei confronti della società che ne deteneva il cartellino, Malesani sarebbe stato cacciato da lì a pochissimo. Improvvisamente, il vaso di Pandora viene scoperchiato. Petardi, fumogeni, ultras attanagliati dietro a muri di plexiglass che improvvisamente si svelano debolissimi. Oltre 40 minuti di paura accompagnano uno scenario surreale, con la richiesta alla squadra di togliersi le maglie. Solo Frey, Marco Rossi e Sculli erano stati esentati. Il capitano raccoglie le maglie, Mesto scoppia in lacrime, le famiglie scappano dagli spalti. Inferno.

Se esiste una definizione figurativa di “incubo”, certamente si avvicina molto a questa.

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Giampiero Gasperini

Oggi la situazione ha lo stesso clima di guerra civile, ma con meno tensione esplicita e più astio (mal) celato. Un po’ come un demone che non aspetta altro che prendere il sopravvento, un po’ come un clima di guerriglia inserito in un contesto bellico che non ne contempla la presenza. Il mondo contro Preziosi, il presidente che prima chiedeva perdono. “Vi chiedo scusa”. Per la Licenza UEFA tolta dal tribunale, per un’onta terribile in seguito alla quale l’EL è andata in dote ai rivali doriani, per le cessioni di Milito e Motta, per i ridimensionamenti, per la mancata riconferma di un Ballardini e l’assunzione di un Mandorlini odiato come pochi. Un gigantesco teatrino dei pupi manovrato dalla sapiente regia di un giocattolaio avellinese: Villa Rostan, sede del Grifone, è d’estate più frequentata della hall di un albergo di lusso. Entrate, uscite, prestiti, comproprietà. Non scherzo se vi dico che erano 106 gli stipendi cui il Genoa doveva far fronte nel 2013. Tralasciando ovviamente lo staff, la dirigenza, gli allenatori.

Altro capitolo, Gasperini. Ecco, il bipolarismo del tifo a Genova non ha salvato neppure lui, il condottiero di due Europe, l’artefice di cinque derby quasi consecutivi portati a casa stradominando il Doria, un personaggio di indubbie qualità e di amore viscerale per il Genoa. Se n’è andato commosso, l’estate scorsa, lasciando la patata bollente al giovane Juric ed esportando il suo calcio a Bergamo dove ha ottenuto un sesto posto che stranamente nessun tribunale gli ha tolto. A Genova, non poteva più stare. Il clima si era fatto irrespirabile, la tensione soffocante, i Cobra e Leopizzi (tutta gente con più Daspo pendenti sulle loro teste, ça va sans dire) erano stati attaccati frontalmente dal guru di Grugliasco. Tra le due parti, a cedere non poteva esser altro che il Gasp. Ne è stata chiesta la testa come fece un Erode sobillato dalle malvagie intenzioni di Salomè, poi però è stato rimpianto. Del resto, mai il suo Genoa ha rischiato la B: certo, i primi mesi della stagione 2015/16 sono stati duri, ma lo sarebbero stati comunque.

Niente di più vero di queste lacrime a Primocanale. Fermo restando che è brutto terminare in questo modo una storia d’amore…

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Il puntero argentino Boselli, in azione contro la Sampdoria

Ricordo uno striscione, appeso durante il derby del 5 gennaio 2016. Un derby d’Epifania, dolcetto o scherzetto. Il Grifone si trovò a soccombere per 2-3, non senza finir tre volte sotto ma quasi rimontando con una fulminea, Pavolosa, doppietta. Anche allora la contestazione si fece pesante: “400 mila euro di aumento / per coprire il vostro fallimento / Preziosi-Gasperini è finito il vostro tempo”. Ma come, direte voi, non esiste la gratitudine? A Genova no, o almeno, non  sulla sponda rossoblù del Bisagno. E se esiste, è fulminea come uno scatto di Achille dinanzi ad una mite tartaruga: un giorno Lamanna è un eroe pararigori, il giorno dopo merita l’umiliazione al pari di un Ettore trascinato dai carri intorno alle mura di Ilio. Forse ricorderete l’Es così pulsionale di cui parlava Freud, bene, non ci discostiamo molto. La Genova rossoblù è un calderone gigantesco di emozioni contrastanti, ribollente di rabbia o di gioia con la stessa forza. Nella primavera 2014, il Grifone era reduce da due retrocessioni evitate per miracolo e per grazia di De Canio e Ballardini: quell’anno Gasperini trascinò una rosa ferita e plasmata da Liverani ad una salvezza tranquilla. Ma, peccato originale, si smise di giocare a gennaio. E questo, il tifo genoano che mi sento di convogliare frettolosamente nella gradinata Nord non può permetterlo. Molto meglio lottare per una retrocessione contro Palermo, Lecce o Siena fino all’ultimo, rispetto ad un campionato tranquillo. Quella pacatezza così tipica della maccaja (vocabolo ligure, tra l’altro) che non si sposa per niente con la fiamme di un ambiente infernale. Come il Ferraris, già. Ultimo pensiero: immaginate come sia stata vissuta la rete di uno col numero 9 ma ritenuto un pacco, argentino come Milito, al minuto 97 di un derby, con la Samp in zona rossa. Signori, quella può essere la rete del secolo. E pazienza se si tratti di storia recente, qui a Genova siamo troppo passionali ed emotivi. Ma ve n’eravate già accorti, vero?

We could be heroes just for one day. Tradotto, puoi scolpire indelebilmente il tuo nome nella storia del Genoa anche con 7 presenze e 2 reti.

Articolo a cura di Matteo Albanese

 

 

 

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