DON CHISCIOTTE DE LA MANCIA

Barone Don Chisciotte
Immagine realizzata da Alfredo De Grandis per “La Gazzetta di Don Flaco”

La storia di chi ce l’ha fatta, malgrado tutto.

Non sono nato col talento.

E non parlo del talento di Messi o di Mascara, intendo proprio che sono nato senza saper stoppare la palla.

Ciò non mi ha mai impedito però di giocare a calcio con gli amici e di costellare la mia infanzia di un’infinità di figure di merda. Un “palo destro-palo sinisto-palla a lato” a porta vuota dopo aver superato in qualche modo il portiere mi tormenta da anni tutte le notti. Chiedere ai miei amici per credere. La mia fortuna è che ai tempi i social erano solo un’idea di qualche visionario e con i telefonini con le prime telecamere riuscivi a malapena a catturare 12 pixel. Altrimenti già mi avreste visto tutte le estati su Paperissima. Bene così.

Ciononostante, continuavo a giocare, seppur con la tecnica individuale da Bananas in Pijamas ed una coordinazione di base pari a quella di Bran del Trono di Spade. Crescendo allora feci della corsa e della garra una religione, ed è forse per questo che sono cresciuto nel mito dei vari Maggio e Balzaretti (lo so, ma mi facevano provare i feels, che ci posso fare). Insomma, mi piacciono i giocatori con 10 polmoni, perché a piacermi è l’essenza stessa del sacrificio e del lavoro. C’è chi nasce fortunato e magari sviluppa un senso del “tutto mi è dovuto”, che spesso sfocia in un insopportabile mix di arroganza e svogliatezza, e poi c’è chi nasce nella più comune normalità, e ce la mette tutta per raggiungere i suoi obiettivi rinunciando a tutto e concentrando tutte le sue forze su un singolo scopo, magari impiegando anni senza mai raggiungerlo.

Nutro profonda stima e solido rispetto verso i secondi. Forse perché mi fanno pensare a me, forse semplicemente perché lo trovo un modo personale di farsi giustizia. E alla fine dei conti, in ogni dove, l’allenatore che siede in panchina mi da sempre ragione, perché di Messi, o di Mascara, ne nascono un paio ogni cent’anni, e se non sputi sangue sul rettangolo verde, sei destinato a fare la fine di un Brozovic qualsiasi.

Sia chiaro, una squadra vincente deve avere dei pittori e non dei falegnami, ma ogni atelier che si rispetti, dove il pittore è la mente, non può prescindere da figure meno importanti, che nell’ombra si ritagliano il loro lavoro, essenziale per il mantenimento dell’attività, e molte volte neanche lodato con il prestigio che gli spetterebbe.

Ma ora bando alle ciance. Aprite i cuori e le orecchie, perché quella che sto per raccontarvi è la storia di un sognatore. Di un uomo che fu un bambino ed un ragazzo come me, di un ragazzino comune che voleva diventare speciale, ed ha fatto per questo del lavoro e del sacrificio la sua fede.

Un uomo semplice, che per un estate ha sognato di essere come i suoi eroi d’infanzia. Quei paladini che portarono in Italia il titolo mondiale del 1982 sotto la sapiente guida di mister Bearzot.

Simone al tempo aveva solo 4 anni, ma la corsa di Tardelli dopo aver siglato il raddoppio azzurro nel 3-1 alla Germania Ovest non la dimenticherà mai.

Lo decise in quel momento, Simone.

“Farò il calciatore. Voglio anche io quella corsa.”

Non gli interessava il gol. Fu quella corsa a colpirlo. L’esplosione di gioia, il movimento  illogico e delirante delle braccia mentre le gambe andavano da sole chissà dove, senza una direzione precisa. Voleva quello.

Fu allora che Simone, che non era né Messi né Mascara, perse il contatto diretto con la realtà, non riuscendo più a distinguerla dalla finzione. Fu allora che Simone, rapito com’era dai miti che vedeva calcare il rettangolo verde, decise che sarebbe diventato un calciatore e che avrebbe corso in quel modo.

Fu allora che Simone, divenne Barone.

Successe così, all’improvviso, con tutti gli altri allo scuro della faccenda.

Successe esattamente come a don Alonso Quijano successe di diventare don Chisciotte de la Mancia.

Il protagonista del romanzo senza tempo di Miguel de Cervantes Saavedra, si convince di essere un cavaliere errante con il compito di proteggere i deboli e gli oppressi, tenendo fede ai valori dell’onore e della cortesia.

Così Simone, quel pomeriggio di tanti anni fa, si convinse di essere un calciatore, e con una meticolosa applicazione del proprio raziocinio costruì un castello di regole e norme per diventare in tutto e per tutto un professionista.

Il suo nuovo, testardo modo di intendere la vita lo portò all’agognato esordio nel mondo dei professionisti nella stagione 96/97 con il Parma, che lo aveva cresciuto e coccolato sin dalle giovanili. Mandato a farsi le ossa tra Padova, Alzano Virescit e Chievo, nel 2002 torna a vestire il gialloblu dei ducali, dove diventa padrone del centrocampo. Un paio di stagioni quanto basta ad attirare l’attenzione di Guidolin, tecnico di un lanciatissimo Palermo. Così Simone continua le sue avventure nel capoluogo siciliano, dove conosce un contadino del luogo, Sancho Brienza, e lo convince a fargli da scudiero promettendogli il governatorato della Sicilia. Sancho Brienza aveva colto la follia di quell’uomo, ma alla fine riuscì ad ottenere il governatorato di quell’isola –e di ogni territorio che sarebbe andato a solcare– per vie alterne, grazie allo stupore e alla magia che nascondeva in ogni sua giocata, ma questa è un’altra storia.

Noi concentriamoci su Barone, che il 15 Maggio del 2006, compì il passo decisivo verso la completa accettazione della sua maschera. Quel giorno, il ct della Nazionale Marcello Lippi, lo convocò per il Mondiale che si sarebbe svolto quell’estate in Germania, sancendo, senza volerlo, la completa assuefazione di Simone alla seduzione dei sogni. Da quel momento Simone non sarebbe più tornato indietro: la realtà non farà più irruzione nelle sue illusioni. Da quel momento, non sarà più in grado di discernere i due momenti. Il 15 Maggio del 2006, non c’è più alcuna traccia di Simone, finzione e realtà si sono fuse in un amalgama confusa e incerta: c’è solo Barone.

Dai, lo sapete dove voglio arrivare, che se dico Barone tutta Italia non può che pensare a quell’episodio, ancor di più se lo contestualizzo nell’anno del Mondiale vinto a Berlino.

22 Giugno 2006. Ultima partita del gruppo E, si gioca Italia-Rep.Ceca. Al minuto 74’ entra Barone.

Come pretendete, ad un ragazzo che a 4 anni ha deciso che un giorno vivrà un Mondiale da protagonista, e che è arrivato a giocarselo davvero, al minuto 74’ del 22 Giugno 2006, di dire che tutta la sua vita è stata una finzione?

E allora eccoci catapultati al minuto 87’. Ogni rinuncia, ogni sacrificio, ogni allenamento, ogni goccia di sudore, ogni giorno passato a convincersi che ce l’avrebbe fatta portano a quel minuto.

È incredibile, ma a volte una vita intera può trovare la sua realizzazione in un istante, che rappresenta tutto. Che diventa il tuo primo momento, con tutto il resto che comincia a prendere forma e ad allontanarsi a spirale da quell’istante. Il tuo momento. Simone l’aveva aspettato 24 anni quel momento. Ed ora, che era Barone, poteva portare a termine la sua missione.

L’aveva capito, ne sono sicuro, in quella corsa lo si vede che c’è tutta una vita.

Come Don Chisciotte che si lancia contro i mulini a vento, che nella sua distorsione della realtà sono terribili giganti da sconfiggere.

Ma questa non è una storia dal lieto fine. Perché sul più bello l’incantesimo si spezza, l’impresa finisce ingloriosamente per entrambi, e don Chisciotte che si schianta contro un mulino franando a terra con il suo cavallo mi vale un Barone che aspetta invano costretto a guardare Inzaghi che scarta Cech prima di appoggiare in rete.

Poi la corsa –non quella che si aspettava– verso la bandierina, ad abbracciare il compagno.

Eppure don Chisciotte e Simone Barone non sono dei perdenti.

Perché la loro avventura è sensata e gloriosa.

Per i pochi che non lo sapessero, Miguel de Cervantes divise la sua opera in due tomi: se nel primo è don Chisciotte ad ingannarsi da sé, nel secondo sono gli altri personaggi che sfruttano la mania del protagonista per ridere di lui, che però restò sempre fedele alla sua sana e ragionata follia, fino all’ultimo. Così per Simone, che dopo l’estate del 2006 preferì continuare a vivere nella finzione.

Perché in fondo quel sogno l’aveva realizzato, e nella sua distorsione della realtà quella corsa verso la bandierina per abbracciare il compagno valeva quella liberatoria di Tardelli nel 1982.

Il nostro tempo è pieno di eroi che vincono sempre: siamo abituati a pensare che l’ideale sia quello di chi cade sempre in piedi, di chi è pronto anche a mentire, ribaltando le proprie idee, dimenticando la sua verità e la sua integrità.

Don Chisciotte invece è l’eroe che cade, sempre, ma che poi si rialza ogni volta. È in questo che si nasconde il suo più grande insegnamento: la sua irriducibilità, in questo suo battersi per la verità e per la soluzione dei problemi, malgrado tutto. Restando fedele a sé stesso.

Simone Barone e don Chisciotte ci insegnano che cadere non significa perdere.

L’irriducibile Chisciotte vince anche quando è per terra.

Così Simone, che malgrado tutto, ha alzato la Coppa che sognava da bambino in televisione.

E resterà per me sempre il più memorabile dei cavalieri.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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