CHI PERDE L’ONESTÀ NON HA NIENT’ALTRO DA PERDERE

Uli-Hoeness
Urlich Hoeness – www.handelsblatt.com

Devo ringraziare la mia professoressa d’inglese del Liceo.

È lei che mi disse questa frase. Adesso non ricordo bene le circostanze, ma molto probabilmente il fattaccio che la scatenò fu qualcosa di collegato alle copiette trovate durante un compito in classe.

Non mi attirava al tempo la scolastica letteratura anglosassone, ed è per questo che ho scoperto solo pochi minuti fa che la frase era stata presa da tal John Lily, drammaturgo britannico del XVI secolo.

Oggi me ne approprio io, per questo ringrazio anche lei, sig. John.

E visto che sono un simpatico burlone e per mia immensa fortuna quando scrivo su questo magnifico sito tutto mi è concesso, mi prendo anche la responsabilità di storpiarla in quello che molti di voi denunceranno come il più brutto gioco di parole dei prossimi cent’anni. Perché chi perde l’Hoeness-tà, non ha nient’altro da perdere.

Spero stiate ancora leggendo. Sì? Allora vi prometto di finirla con queste uscite infelici, a breve diramerò un comunicato con le mie scuse pubbliche.

Facciamo ordine, prima che l’editoriale sfoci in un patetico stream of consciousness.

L’ex galeotto Ulrich Hoeness, rieletto presidente del Bayern Monaco nel 2016 dopo aver scontato 3 anni e 6 mesi nel carcere di minima sicurezza di Landsberg, una prigionia che molti chiamano ancora “all’acqua di rosa”, è sempre stato una figura controversa.

Eroe da calciatore, quando fece le fortune del team bavarese e per i più, scomodando la mitologia germanica, era semplicemente Jung Siegfrid, il giovane Sigfrido. Freddo truffatore per altri, avido al punto di nascondere al fisco i 28,5 milioni che gli permisero il candido soggiorno al Landsberg.

Uli è cervello calcolatore e cuore prodigo. Il suo strapotere nella Germania calcistica lo ha portato a macchiarsi di una serie di scelte forti che difficilmente avrebbero accontentato tutti. Schietto, sagace, altruista, infimo e bonario. Potrei continuare per l’eternità, gli aggettivi non basterebbero e sarebbero sempre più contrastanti. Ma questo non è il momento di raccontarvi di quell’incredibile e controverso personaggio che è Urlich Hoeness. Questo è un breve editoriale, e voglio concentrarmi e concentrarvi su quello che sta succedendo in questi giorni tra il presidente del Bayern Monaco ed i suoi tifosi.

La prefazione mi rimane comunque utile, perché mi ha permesso di accennare una delle caratteristiche principali dell’ex attaccante. La schiettezza. Leitmotiv fin dalla fanciullezza, per proseguire negli anni della maturità, quando fu addirittura sua maestà Beckenbauer che si scomodò per richiamarlo a causa della sua cocciutaggine e impertinenza. Il suo allenatore, mentore e fan numero 1 Udo Lattek dichiarò in un’intervista che la “sua sfrontatezza non a tutti piaceva”. Laconico, ma chiaro e giusto.

Le conclusioni si traggono da sole: difficilmente una persona così è predisposta a mentire. Ho amici che a volte prenderei a pacchi in faccia ma che tengo stretti perché sono i più sinceri: immagino così Urlich Hoeness.

E quando leggo le sue risposte quando lo incalzano sulla contestazione dei tifosi, che lo accusano di un mercato poco soddisfacente, non posso che giustificarlo.

I tifosi nello specifico sono preoccupati perché i giocatori arrivati sono tutti molto giovani. Troppo. La società bavarese pare infatti indirizzata a perseguire quella linea verde cominciata a tracciare con gli acquisti di Coman e Renato Sanches (tra l’altro sono di questi giorni le notizie che vedono il primo riscattato a titolo definitivo ed il secondo blindato, allontanando lo spettro di squadre interessate come la nostra Juventus). I rinforzi di questa campagna acquisti sono infatti Tolisso, Süle e Gnabry, 22 anni per il primo, 21 per gli altri due. Poca esperienza per riuscire a fare il salto di qualità in Champions League, trofeo che manca ormai dal 2013, troppo per una società seria e ambiziosa come il Bayern Monaco.

Conferenza stampa immediata di un Hoeness infastidito.

Subito dettate le linee guida del calciomercato bavarese, con una frase in cui c’è tutto Uli Hoeness:

Non pagheremo 100 milioni per Verratti e 25 all’anno per lo stipendio di Sanchez. Se vogliamo vincere la Champions dobbiamo spendere molto, ma non ha senso fare dei colpi-alibi. Diciamo tutti che bisogna rifondare e che bisogna costruire il futuro del Bayern Monaco. Prendiamo giocatori fra i 20 e i 22 anni e veniamo criticati.

Schiettezza, dicevamo.

Ma Hoeness non è onestà, e magari dietro c’è qualcos’altro. Magari solo la voglia di non investire dei soldi per la squadra che è la sua vita, magari dietro c’è un’altra faccendaccia di fisco ed evasioni. Magari i 90,5 milioni spesi finora sono soldi che doveva riciclare.

Se le vostre critiche si fermano qui, potete anche smettere di leggere. Spero abbiate colto la sagace ironia e mi permetto di proporvi altri interessi come la pesca o il ramino al bar con gli anziani.

Ma se invece siete mestamente convinti che pensare al futuro sia una cattiva politica di rafforzamento, nella convinzione che il Bayern di oggi non abbia la certezza di fondare su un solido presente, e che abbia qualcosa da invidiare agli altri top team europei (ricordiamoci come la regina d’Europa ha passato i quarti) beh, in quel caso le vostre critiche sono leggere e frettolose. Chiaro, con Uli sarà sempre amore e odio, ringraziamenti e contestazioni, ma oggi il presidente del Bayern pensa al futuro fidandosi del presente. E fa bene.

Perciò pazienta, Monaco, che il futuro arriva presto.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

 

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