FEDE, FUTBOL E FADO, LE TRE F CHE DOMINANO IL PORTOGALLO

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Le tre F che mio padre mi ha insegnato-photo by mundocivilizado.com

Si può guardare il mare in due modi diversi. O con la voglia di esplorare, attratti dall’ignoto, o con nostalgia, come se il tempo della propria vita seguisse il moto delle onde.

I portoghesi hanno sempre guardato l’Oceano Atlantico in questo modo: con quella sensibilità d’animo, propria di chi vuole che i momenti migliori della vita passino in fretta, per poi ricordarli con un sorriso amaro.

O Fado nasceu um dia,                            Il Fado nacque un giorno
quando o vento mal bulia                       in cui il vento appena soffiava 
e o céu o mar prolongava,                      e il cielo si fondeva con il mare
na amurada dum veleiro,                       sulla murata di un veliero
no peito dum marinheiro                       nel petto di un marinaio 
que, estando triste, cantava,                  che, triste, cantava 
que, estando triste, cantava.                  che, triste, cantava 

 

Con queste parole, Amalia Rodrigues spiega benissimo cos’è il Fado. Non solo musica popolare lusitana, ma un manifesto di quello che è il Portogallo.

Nel calcio più di una volta il carattere dei portoghesi è stato il passaggio a livello dove si fermavano i loro sogni di successi. Più volte la nazionale si è fermata a un passo dalla vittoria finale di un mondiale o di un europeo. Nel mondiale inglese del 66, la nazionale guidata da Eusebio si è fermata in semifinale sconfitta dai padroni di casa. Nel 2004, l’europeo giocato in casa doveva essere una lunga festa fino alla finale di Lisbona. Figo, Rui Costa, Deco, Pauleta. Contro la Grecia non ci doveva essere storia. E invece il colpo di testa di Charisteas ha portato la coppa sull’acropoli di Atene.

portogallo 1966
photo by iogiocopulito.it

A livello di club il calcio portoghese non si può lamentare più di tanto. Porto e Benfica sono da tempo tra le squadre più importanti d’Europa e i biancoblu del nord possono vantare in bacheca anche un paio di Champions, una vinta con il tacco di Madjer nel 1887, l’altra di stampo Mourinhano nel 2004 contro il Monaco. Successi europei che il Benfica non vede da più di mezzo secolo. Dal 1962, quando l’allenatore Bela Guttman prende così male il rifiuto del presidente di alzargli lo stipendio dopo la vittoria in Coppa Campioni, che pronunciò le parole-incubo per ogni tifoso de O’Glorioso. «D’ora in avanti il Benfica non vincerà più una coppa internazionale, per almeno 100 anni». Finora, assolutamente rispettata.

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Bela Guttman insieme ad Eusebio- photo by storiedicalcio.altervista.com

Ci voleva un isolano per far vincere qualcosa alla nazionale. Uno che non doveva neanche nascere. Sua mamma aveva deciso di abortire, perché il marito era sempre attaccato alla bottiglia, i soldi erano pochi e i figli erano già tre. Ma a Madeira, isola così cattolica di un Portogallo così cattolica, non era semplice. Il medico le aveva detto che non esistevano i motivi per abortire, e lei aveva provato con il metodo popolare suggeritole dalla vicina. Due bottiglie di birra scura e tre o quattro corse a perdifiato, che a Funchal vuole dire su e giù da pendii ripidissimi. La ricetta non funziona e il bambino, di nome Cristiano è nato e ha messo a posto non solo la sua famiglia ma altre quattro generazioni di Ronaldo. E in una notte di giugno parigina ha alzato al cielo l’Europeo, dopo una finale sofferta, vinta ai supplementari contro la Francia.

Ora nella playlist di Cristiano difficilmente ci saranno Amalia o gli altri cantori del Fado. Ma quella nostalgia decantata dalla Rodrigues, quel modo di guardare il passato, l’ha provato anche lui. Proprio quest’estate, quando un ritorno al Manchester United non sembrava impossibile.

D’altra parte come ha detto José Mourinho «insieme con Eusebio e Amalia, lui non è il simbolo del Portogallo, ma IL Portogallo».

Articolo a cura di Fabio Simonelli

 

 

 

 

 

 

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