KIM KÄLLSTRÖM, IL FIGLIO DI SANDVIKEN

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Kim Kallstrom – Photo by Alessio Giannone

Sandviken sarà pure una cittadina bellissima e affascinante, circondata da due parchi naturali e affacciata sullo spettacolar Baltico, ma certamente è lontana anni luce da quell’aria metropolitana che si respira a Malmö o Stockhom. Anzi, a tratti Sandviken pare un microcosmo totalizzante, quasi a compartimentazione stagna, che preveda un solo sbocco per le nuove generazioni della zona. L’intera Gävleborgs län, contea di cui fa parte, è quasi un mondo a sé: separata mediante immense foreste di conifere dal resto della Svezia, ogni bambino che vi nasce è cosciente che la sua carriera prenderà quasi certamente una direzione tra le seguenti.

Fare il falegname, basando la propria attività di artigianato sui vari boschi della zona, gli skog, oppure lavorare in fabbrica. Del resto il nome della città è indissolubilmente legato alle acciaierie Sandvik: un po’ come Wolfsburg con la Wolksvagen, per capirci, solo che qui non si producono macchine ma si lavora nel settore metallurgico con qualche licenza anche di sconfinare nei mondi dell’estrazione mineraria e della movimentazione della terra. O fai il falegname o ti spezzi la schiena in fabbrica, no exceptions are possible. Certo, a Sandviken è pure nato qualche sciatore (Emil Jönsson e Sara Hector), ma in generale è molto molto difficile far carriera partendo da un paesino di neppure 23mila anime immerso nella Svezia centro-orientale.

Voglio insistere su questo per farvi capire come sia possibile che Kim ce l’abbia fatta. Perché la storia di cui vi sto per parlare è la sua, centrocampista talentuoso e tecnico, forgiato allo stesso modo di un pezzo di metallo sottoposto alla sapiente azione erosiva del tornio, con allenamento e fatica. Suo padre Mikael era un ex trequartista che nel ventennio tra 1970 e 1990 ha giocato nel Sandviken prima di trasferirsi anche a Gelfe e Häcken, suo zio Jonas è stato un ex centrocampista con due presenze in Coppa Uefa 1988-89, mentre infine suo cugino è il famoso giocatore di bandy Johan Östblom. Che poi anche il bandy, sport popolarissimo in Svezia, è tra le passioni che Kim porta nel cuore. Ma ovviamente, football first.

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Kim Kallstrom contrasta Lionel Messi in Spartak-Barcellona

Scontato che il giovane Källström cominciasse a muovere i primi passi nel Sandvikens IF, salvo poi trasferirsi con la famiglia a Partille nel 1989 e continuare nella cittadina sottoposta amministrativamente a Göteborg. Il talento c’è, è tangibile, dunque il successivo passo si chiama Häcken. Come il padre. Qui si mette in luce, ma paradossalmente il campionato in cui fa meglio (2001, 8 reti) coincide con la retrocessione del club dall’Allsvenskan. La scialuppa di salvataggio che Kim riesce a prendere al volo si chiama Djurgårdens IF, e in brevissimo tempo il giovane prospetto passa dall’esser considerato riserva ai galloni da titolare, e così via in un climax ascendente fino a trascinare i Blåränderna con le sue 12 reti in campionato. Dal debutto a 16 anni al ruolo di vicecampione di Allsvenskan il passo è brevissimo, specie se bisognava giustificare l’esborso di 5 milioni di corone. Congo-Kim, com’è affettuosamente soprannominato, comincia a salire i pioli della scala verso il successo. Senza la benché minima intenzione di voler scendere.

Nel 2004 a Rennes è risultato decisivo per il 4° posto dei rossoneri, mentre nel 2006 eccolo al Lione. Perdonatemi il brusco passaggio di quest’ellissi narrativa ma ormai quella era la normalità. E con “quella” intendo che il signor Källström ci aveva abituato alle seguenti cose: pennellate da calcio piazzato che parevano disegnate dalla mano di Michelangelo, linee di passaggio che probabilmente vedeva solo lui, una gestione tattica così ordinata da ritenerla così armoniosamente impossibile da migliorare. Insomma, ogni suo tecnico ha ben presto cominciato a farci l’abitudine. All’OL, pagato 8 milioni di euro, Kim si era peraltro scoperto pure terzino sinistro: la sua duttilità lo avrebbe portato poi allo Spartak Mosca e, l’ultimissimo giorno della finestra di calciomercato invernale 2014, a Londra. In casa Gunners, alla corte di King Wenger, all’Arséne-al: significativo sottolineare come il trasferimento sia andato a buon fine nonostante le visite mediche avessero riscontrato una vertebra rotta. Un po’ come dire: non mi importa, lo voglio lo stesso.

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Non inganni il classico numero da attaccante: 9 è anche il numero di trofei da lui alzati (due Allsvenskan, una Svenska Cupen, due Ligue 1, due Coppe francesi e altrettante Supercoppe: ah, dimentico la FA Cup del 2014). Pardon, sono dieci.

Il resto è una storia nostalgica, dai contorni amorosi, quasi romanzata a mo’ di dolce ritorno in patria. Perché dopo un annetto in Svizzera, al Grasshoppers, la domanda che si sarà posto Kim era: perché non svernare nell’amata Djurgården? Perché non prepararsi alla pensione nei boschi di casa piuttosto che tra un cantone e l’altro? Perché non fare ritorno dopo 13 anni in cui la cagion di mestiere ti ha tenuto lontano da Stockholm e dintorni? Il lieto fine è questo. Oggi, Kim gioca nel Djurgårdens IF: insieme a lui, due vecchie volpi del calcio svedese (il portiere Andreas Isaksson e il difensore Jonas Olsson) e qualche giovanotto brillantemente pronto per una grande carriera (il talentuosissimo Gustav Engvall, ma anche il quasi omonimo compagno di centrocampo Jesper Karlström). Certo, rispetto al 2002-03 tantissime cose sono cambiate: lo stadio che oggi è quell’ammasso di acciaio rispondente al nome di Stockholmsarenan, o Tele2 Arena per ragioni di sponsorizzazione, allora si chiamava Olympiastadion ed era un colossale cumulo di storia e bei ricordi. Dei compagni di allora resta Isaksson, mentre gli altri ora si sono ritirati o stanno per appendere gli scarpini al chiodo. Il tempo passa, inesorabile. Eppure esiste, ed è ancora ben visibile, un forte rimando al passato: tutte cose che pur accadendo oggi sembra che riportino indietro l’orologio di ben 14 anni. Il complimentarsi con Isaksson per una parata ben riuscita, ad esempio. O il numero 16, che nel 2003 era sulle spalle di Kim e ancor oggi è lì sottostante al suo cognome: gliel’hanno tenuto apposta. Ancora, l’inconfondibile suono del Sjung för gamla Djurgår’n, l’inno della squadra che certamente Kallström non avrà dimenticato. Tutti ricordi che affondano le loro radici in un passato mitico ma che ora vengono momentaneamente rispolverate, pur assumendo connotazioni spazio-temporali ben differenti.

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Coreografia raffigurante Kim Kallstrom e Isaksson – Photo by Twitter (qualcosa di buono l’avrà pur fatto)

“Mi piace lavorare qui a Djurgården quindi non vedo alcuna ragione per spostarmi da qui” disse nel 2003 Kim. Quella squadra di allora era stata campione di Allsvenskan sia nel 2002 che nel 2003. Quando però se ne andò, ecco che la magia svanì misteriosamente. L’impressione è che fosse proprio la regia di Kallström nella zona nevralgica del centrocampo a far da collante, ad amalgamare quel miscuglio per farne una ricetta di successo. In sintesi, una volta privata dell’ingrediente segreto la pietanza non era più la stessa. Per tacere poi della sua leadership o della sconfinata tecnica di cui dispone, a discapito di una velocità non proprio eccellente, che poi è anche il fattore che lo ha da sempre erroneamente contraddistinto come “lento”. “Ho sempre amato l’Italia, ma il campionato è peggiorato” disse quando ancora la storia della sua carriera non era ancora stata scritta. Peccato, perché un genio come lui l’avrei personalmente visto benissimo da noi. Pazienza. Oggi che è tornato, da figliol prodigo, al momento i Järnkaminerna di Melkemichel sono sesti a -9 dal Malmoe primo. Un bel divario, nulla da dire. Eppure quegli altri mica ce l’hanno, uno come Kim.

Articolo a cura di Matteo Albanese

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