MADAME BOVARY

EP.6 Madame Bovary
Immagine realizzata da Alfredo De Grandis per “La Gazzetta di Don Flaco”

Lo so, starete pensando che questa volta ho esagerato.

Sarò sincero, ci ho pensato anch’io. Specie per il fatto che la signora del romanzo che fece scandalo di Flaubert leggeva, leggeva tanto, e amava farlo. E Antonio l’ultimo libro lo avrà letto sì e no a 13 anni, e probabilmente era un giornaletto zozzo.

Ma credetemi, tolto l’amore per la lettura, i due sono molto più simili di quel che pensiate.

Ed è giusto che ve ne parli, ancor di più dopo l’epilogo a cui è giunta la carriera del Pibe di Bari pochi giorni fa. Come? Cosa mi dite? Continuerà a giocare? Ecco, appunto..

Perché Cassano è come Emma Bovary.

Entrambi vivono una condizione di insoddisfazione psicologia e sociale per la propria esistenza, che si traduce in noia, indolenza, fuga in mondi immaginari dove poter vivere una vita colma di tutte le proprie ambizioni represse.

Fragilità e insofferenza. Indecisione e capriccio. Errori e fallimento.

Al tempo Rouault, Emma diventa Bovary dopo il matrimonio con un modesto e banale ufficiale sanitario di un piccolo paesino in Normandia. Avrebbe presto conosciuto la soffocante e grigia mediocrità della desolante vita provinciale. Condizione che si acuisce a seguito di un ballo in un castello a cui Emma e il marito Charles prendono parte: qui la donna può toccare con mano un mondo che finora ha solo sognato o conosciuto attraverso le pagine dei romanzi che divora avidamente.

Il 12 Luglio 1982, un giorno dopo la storica vittoria ai Mondiali dell’Italia di Bearzot, nasce a Bari Vecchia Antonio Cassano.  Avrebbe presto conosciuto un’infanzia difficile e un padre che non c’è mai stato. Cresce tra una scorribanda nei vicoli e un panzerotto pomodoro e mozzarella di mamma Giovanna, bidella nella scuola Garibaldi. Al tempo Cassano, diventa Fantantonio dopo aver conosciuto il pallone da calcio, senza la quale, per sua stessa ammissione, sarebbe finito male, probabilmente a fare il delinquente.

“Giocavo tra le bancarelle, tutti mi volevano in squadra con loro e scommettevano 10, 15 o 20 mila lire sulla squadra dove giocavo io. E lì, tra le bancarelle, non si scherzava mica, spesso c’erano spari, macchine della polizia e ambulanze”.

Entrambi nati in una desolante vita provinciale, idealizzano un futuro migliore e sognano la ribalta, che sia attraverso i libri o le giocate poco importa.

E arrivano a toccare con mano quel desiderio accecante. Non lo vedono, non possono, è diverso. Lo toccano, lo sentono sulla pelle. Emma nel ballo alla Vaubyessard, su invito del marchese di Andervilliers, Antonio dopo la gavetta alla Pro Inter e nelle giovanili del Bari, su invito di mister Fascetti, nel gran galà della sua prima notte di Serie A.

Indimenticabile. Contro la sua Inter. Quello stop. Che è anche un autolanciarsi. Con il tacco. Da una sventagliata di 40 metri. E quel dribbling. Che è anche un autoconsacrarsi. Tra Blanc e Panucci. E quella corsa. Sotto la curva. Che è anche un autoproclamarsi. I titoli a caratteri cubitali sui giornali fanno il resto.

Qui Cassano, pardon – Fantantonio, può toccare con mano un mondo che finora ha solo sognato. Come Emma a castello. Non vedere, no. Toccare. Vedere è un’altra cosa.

Perché non erano pronti per accorgersi chiaramente. Perché una cosa la vedi veramente solo se la senti tua. E sei pronto per farla tua. Se senti di meritarla e se lei sente di meritare te. E quella vita non apparteneva ancora ad Emma e ad Antonio, e forse non avrebbe mai potuto.

Andiamo avanti per passi.

Dopo il ballo Emma prendeva atto di essere depressa e insoddisfatta. Il marito, sempre bonario con lei, decise di cambiare aria e di trasferirsi, sperando invano che ad uno spostamento di latitudine corrisponda anche un cambiamento nella salute della moglie.

Stranamente singolare come viaggi sullo stesso binario il nostro Peter Pan, che tediato e consumato dalla realtà da provinciale, ottiene dal suo Bari la possibilità di trasferirsi provando a compiere il grande salto verso il prestigio a cui si sentiva destinato. La corte della Juve, poi il passaggio nell’Urbe. A Roma fu ciclo fra alti e bassi, fatto di ottime prestazioni, giornate opache e numerose incomprensioni.

Con i compagni -a Trigoria si ricorda ancora quando Batistuta lo prese a schiaffi solo per avergli mescolato il caffè con l’indice (non lo nascondo, volevo esserci).

Con Gentile, che lo escluse a suo rischio e pericolo dagli azzurrini dell’U21.

Con la società, per i problemi con il rinnovo.

Con Capello. Prima e dopo. In Italia e in Spagna. Sì, perché Don Fabio fu uno dei pochi a credere davvero in Fantantonio, terapizzandolo con quell’alternanza di amore e rabbia che solo chi è padre potrebbe comprendere. A Roma con qualche risultato, a Madrid con grande delusione. E la tribuna con Ronaldo e Beckham può accompagnare solo. Tanto la Liga arriva comunque, che succederà mai. Tiè! Esonerato. Perché vedere quei tre insieme in tribuna dovrebbe essere anticostituzionale in ogni paese calciofilo del pianeta. E credo sia per questo che Fabio ancor oggi deve fare i conti con la giustizia divina, scontando il grave illecito con la condanna a sedere sulla panchina della squadra sorella dei nerazzurri di Milano. Lui, anti-interista fino al midollo. Mi chiedo ancora cosa ci faccia sulla panchina del Jiangsu. Specie dopo le dichiarazioni durante la presentazione di cui abbiamo alacremente discorso qui.

Ma torniamo a noi.

Due storie legate. Emma e Antonio. E non è finita qui.

Madame Bovary conosce un aspirante notaio, Léon Dupuis, da cui si lascia corteggiare e in cui riconosce un afflato (scusate il poetese, ma è di poesia che si tratta) verso l’eleganza e la ricchezza. In lui vede i germogli di un ritorno alla vita dopo gli anni di frustrazione, pesantezza e sconforto passati a sognare una vita che non riusciva a concretizzare.

Il signor Dupuis di Emma è la Sampdoria di Cassano. L’esperienza genovese è catarsi e liberazione, nasce lo stesso amore tenero e ingenuo che aveva spinto Emma a credere di essere giunta al compimento delle sue ambizioni. Ma Léon e la Sampdoria non rappresentavano le aspettative di vita che avevano sognato nei libri o nelle giocate tra i vicoli, e non si allontanavano di molto dall’esistenza mediocre e provinciale in cui i due protagonisti del nostro racconto sono stati costretti a barcamenare fino a questo punto.

E come bellissimi aquiloni, si sono rivelati per quello che erano: momenti felici, destinati a perdersi nel cielo.

E quando ti rendi conto che i momenti felici non sono quello che cercavi, quando non riesci ad accontentarti di quello che hai, perché in cerca di qualcosa per cui ormai hai perso da tempo la bussola, lo sconforto più grande si impadronisce del tuo cuore. Ed è qui che prendono vita i tuoi demoni.

L’illusione è madre degli errori e delle frenesie che hanno caratterizzato l’intera storia di Emma ed Antonio.

Le relazioni adulterine di Madame Bovary, oltre che ai suoi vizi di indebitarsi per condurre una vita che non le apparteneva sono come le Cassanate. Emma arriva ad indebitarsi con un usuraio per fuggire dalla grigia cappa di noia e di nulla della vita di provincia, vivendo con l’inganno e la falsità l’esistenza che si era promessa.

Antonio tenta la fuga dalla medesima condizione esistenziale con atteggiamenti vivaci e indisciplinati, che denotano un carattere fragile quanto infantile: le spese folli per cibo e donne, le villanie ingiuste e vigliacche contro Garrone prima e Romei poi, le discriminazioni contro gli eventuali giocatori omosessuali presenti in Nazionale, i problemi e le frizioni puntuali ad ogni ritiro, gli ultimi fantozziani ripensamenti di Verona.

Cassano è fatto per quel mondo, per quello che custodisce gelosamente nel cassetto sin da bambino, ma non ci entrerà mai, come Emma Bovary.

Potrebbero, entrambi. Ma non possono. Il condizionale è meritato, ma in esso arrivano e si infrangono i loro sogni.

Antonio ed Emma. Entrambi vittime inconsapevoli di una scissione tra le aspettative di vita e la loro mediocre provincialità, generatrice di un’oscura ansia di rivalsa e di promozione sociale. Lo scrivevo prima e lo ripeto, perché non si potrebbe descrivere meglio: una condizione di insoddisfazione psicologia e sociale per la propria esistenza, che si traduce in noia, indolenza, fuga in mondi immaginari dove vivere una vita colma di tutte le proprie ambizioni represse.

E allora la disperazione. E allora l’arsenico. E allora la morte. È con il suicidio che si conclude la vita e la storia di Emma. Una vita fatta di pause e indecisioni, una storia terminata con una scelta forte e coraggiosa. Singolare.

E il nostro Antonio finisce con la sua più grande Cassanata. Quel “col calcio ho finito” che è un incubo solo a sentirlo. Salvo poi i ritrattamenti, troppi. E quel “non sbaglio più” che fa sorridere tutti.

Antonio, tu continuerai a sbagliare. E a noi, forse, sta bene anche così. Perché i grandi eroi sono quelli che fanno la storia, ma gli sconfitti sono i profeti del vero che ci affascinano di più.

Continua a stupirci, Fantantò, e non crescere mai.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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