PATRICK ROBERTS, TIME TO BE PREDESTINED

 

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Patrick Roberts – Manchester City (Photo by Giacomo Maurizi) Instagram profile: http://www.igcol.com/user/giacomo.maurizi.graphics

NOME E COGNOME: Patrick John Joseph Roberts

ANNO DI NASCITA: 1997

RUOLO: ala destra, all’occorrenza ala sinistra/trequartista

NAZIONE: Inghilterra

PIEDE: sinistro

FISICO: 170 cm x 58 kg

<< Avere talento è croce certa, devi incrociare le dita >>

Vi annuncio già che siete fuori strada. Non si tratta di un aforisma di Paulo Coelho, nè tantomeno del più stereotipato eremita solitario dall’infinità saggezza. Queste parole sono di un tale Pierfrancesco Brotugno, al secolo MadMan, nella traccia “Non cambio mai” (2012). Perdonatemi l’off-topic, ma voglio prendere il discorso un po’ alla lunga per poi arrivare al succo. Quest’oggi si parla di predestinazione, e di saper comprendere il momento giusto per concretarla nella realtà, e non solo sulla base di una semplice (e pur sempre debole) idea. Mi possa perdonare dall’aldilà Ennio Flaiano, compianto scrittore scomparso nel 1972: egli credeva al concetto di predisposizione, non a quello sovracitato. Io non mi sento di escludere uno dei due, e l’esempio calcistico appare immediato e quantomai banale: prendete Messi e CR7, due che il successo l’hanno ottenuto perseguendo due differenti vie. Messi ha un dono naturale, una predestinazione in piena regola che si concreta in quel magico sinistro, mentre Cristiano aveva una grande predisposizione, e con il duro lavoro ed il desiderio di migliorarsi senza porsi limiti ha colmato quella lacuna che lo separava dal Diez argentino. Ognuno ha la propria via, ma questo implica che quella della predestinazione esista.

Tuttavia, sempre soffermandosi in ambito calcistico, il termine predestinato è stato usato ed abusato dai più classici giornalai che più che guardare le partite in modo concreto, giudicano un talento dall’overall di FIFA (o addirittura copiano dei pezzi di articolo a ragazzi palesemente svantaggiati dalla posizione, ma di gran lunga più competenti). Se ve lo state chiedendo, la risposta è sì: oggi ho il dente parecchio avvelenato. Ad ogni modo, parlavo di abuso di un termine pesante, che più di una volta ha esaurito, troppo in fretta, la luce di alcune stelle luminose ancor prima ch’esse potessero brillare di luce propria. E sia chiaro: per queste “giovani stelle” la strada che porta alla redenzione è ancora viva. Quindi se i vari Hachim Mastour, Ryan Gauld oppure Martin Ødegaard, dovessero leggere questo articolo, sappiano di aver ancora il tempo dalla loro, per tornare in carreggiata. E forse forse, il talento di cui vi parleremo oggi, questo dato di fatto l’ha capito ancor prima che io ne parlassi.

Patrick Roberts ha capito il concetto. O almeno, voglio sperarlo. O almeno, parlano le statistiche dell’ultima edizione della Scottish Premier League per lui. L’aria del Celtic Park, dove giusto qualche anno fa caddero addirittura i marziani blaugrana nonostante l’89% di possesso palla, gli ha fatto bene. Per questo giovane calciatore classe ’97 i paragoni si sono sprecati col passare degli anni. A 13 anni il passaggio dal Wimbledon al Fulham, a 17 il primo contratto professionistico. Ed ovviamente, per simil fisico e caratteristiche, è scattato immediatamente il nomignolo pesante, e anche parecchio: The English Messi. Infatti dopo appena 22 presenze è arrivato il trasferimento a Manchester, sponda Sky Blues, per circa 15 milioni di euro. Cifra alta per uno che fino al giorno prima si divideva tra Championship e under-21 dei Cottagers. L’esordio coi Citizens è arrivato in Capital One Cup contro il Sunderland, quello in Premier League nella pesante sconfitta contro il Tottenham Hotspur. Roberts, in una mezza stagione ha collezionato solamente 9 gettoni, 2 gol 3 assist tra Academy e professionismo. Davvero poco poco se non per qualche colpo da biliardo.

Nella seconda parte della stagione è arrivata una sorta di svolta: il Celtic Glasgow propone al City un prestito biennale, e Roberts racimola subito 13 presenze, ben 6 gol e 2 assist. Solo un piccolo assaggio di ciò che sarebbe stata la stagione 16/17. La svolta che – ironia della sorte – ha assunto le sembianze di un quadrifoglio, quello dei Bhoys. Roberts ha messo insieme 47 partite, 11 gol e 19 assist tra tutte le varie competizioni disputate in biancoverde. Lui quel quadrifoglio l’ha raccolto, ne ha compreso l’intrinseco valore e l’ha fatto suo, tenendoselo stretto al cuore, perchè profumava di opportunità. Ed ora chissà che Pep Guardiola non ci possa puntare sopra per renderlo il giocatore che tutti si aspettano: un predestinato cosciente del proprio potenziale, ma senza alcuna fretta di dover arrivare al traguardo.

E scusate se quest’oggi non vi parlerò di caratteristiche tecniche come ho sempre fatto. Oggi vi ho parlato di realtà. Vi ho parlato di un mondo dove la ghigliottina dei vari addetti ai lavori è sempre pronta a tagliare, troppo presto, la testa di un giovane talento. Lasciate che la loro stella brilli di luce propria, senza dipendere dalla luce dell’illustre predecessore.

Articolo a cura di Daniele Pagani

 

 

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