LETTER TO MARIO

Mario Balotelli

Caro Mario,

Ti scrivo apertamente questa lettera pur sapendo che non la leggerai mai. Tanto vale. Oggi è il tuo 27esimo compleanno, ed io ci tenevo particolarmente a farti i miei più sinceri auguri. Il tempo vola, eh? Anche per chi è Super come te, seppur a parere di molti ormai – di Super – ti sia rimasto ben poco. Il clima della côte d’Azur pare averti rivitalizzato nonostante qualche ostacolo lungo il percorso, e di questo ne sono davvero felice.

Sai? Ricordo quel giorno.

Ricordo benissimo quel 16 dicembre 2007 contro il Cagliari. Avevi appena 17 anni, gli occhi impauriti e confusi di un bambino, come se non avessi la minima idea di cosa stesse accadendo. Poi hai fatto il tuo ingresso in campo al posto di Suazo e col pallone tra i piedi ti sentivi a tuo agio, sembravi un veterano abituato a simili palcoscenici. Tre giorni dopo hai segnato i tuoi primi gol: ne hai fatti due contro la Reggina, in Coppa Italia. Perchè farne solo uno non sarebbe stato poi tanto Super. Per non parlare di quella notte di Coppa Italia contro la Juventus, a Torino, dove hanno provato a fermarti dandoti del negro, della scimmia o ululandoti contro.

A questi insulti del cazzo hai sempre dato una risposta: alzavi l’indice all’altezza della bocca e te lo sbattevi sulle labbra. Gli dicevi di stare zitti. E non importa che lo facessi per provocare o per difenderti. Ti adoravo, perché fosse caduto il mondo tu non ti saresti mai arreso dal difenderti, dal lottare contro chiunque ti volesse dare contro. Quelli t’insultavano e tu rispondevi con un bolide all’incrocio dei pali come se fosse il gesto più naturale al mondo. Poi è scattato qualcosa. Alcune comportamenti extracalcistici hanno creato una sorta di gelo con i tifosi e hanno scatenato l’inchiostro velenoso e critico dei penosi giornalisti che dominano la scena italiana, che nient’altro desideravano che invadere la tua privacy, rendere la tua vita una sorta di sitcom realtime.

Non sarebbe giusto negare che tu ci abbia messo un po’ del tuo. Magari alcuni gesti te li potevi risparmiare. Ricordo quella serata marziana, con il Barcellona extraterrestre di Pep Guardiola che si piega ad un Inter da incorniciare. Quella di Mou. Hai preso la maglia e con tanta cattiveria l’hai gettata a terra. Mi ha fatto male più che darmi fastidio, perché quella partita l’ho vissuta, ed ero lì proprio con la tua 45, quella che papà mi ha regalato. La usavo sempre quando andavo a giocare a mundialito, oppure alla tedesca, in oratorio. Solo la tua, o quella di Ibra. E tranquillo che non l’ho buttata. È lì nel cassetto, ed ogni tanto la tiro fuori per darle un’occhiata e ripiegarla con cura.

Non riesco a portarti rancore, anche se te ne sei andato sull’altra sponda di Milano, quella a tinte rossonere, passando per la Premier League e il City del Mancio. Non ci riesco proprio, perché troppo spesso nel corso della mia giovane vita mi sono sentito come te: emarginato, schiacciato da un contesto duro, criticato a morte per ogni gesto o comportamento. E io, come te, ho sempre preferito metterci di mezzo la faccia tosta, piuttosto che accettare le critiche altrui. In fondo in fondo, come un giovane fan emozionato, un po’ ci spero che tu possa leggere questa lettera. Per dirti che non sei solo. Per farti capire che qualcuno vorrebbe ancora vederti ad alti livelli, calcare palcoscenici importanti che possano consegnare al tuo nome dei crismi di leggenda.

Lo spero per te Mario, perché qualcuno ti ha regalato un potenziale innato. Quello di poter condurre una vita migliore, agiata e felice. 

Lo spero per te, Mario. Perché dietro un ragazzo che fa la parte del duro, c’è anche lo stesso identico ragazzo che piange – seduto in panchina – perché sommerso d’insulti.

Lo spero per te, Mario. Perché a 27 anni la tua carriera non è finita. Anzi, tutt’altro: deve entrare nel pieno della maturità calcistica.

Lo spero per te, Mario.

Perché non sei solo, e qualcuno ha ancora voglia di credere in te, di vederti essere Super.

Articolo a cura di Daniele Pagani

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