ALBANIA E SERBIA, QUANDO CALCIO E POLITICA SI INCONTRANO

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Immagine a cura di Galufo Vector Art https://www.instagram.com/galufo_vector_art/?hl=it – https://www.facebook.com/Galufo/?fref=mentions )

14 Ottobre 2014 a Belgrado la nazionale padrone di casa si gioca la qualificazione per EURO 2016. L’ospite di casa è però un eterno rivale: l’Albania. Calcisticamente parlando le due nazionali non si erano mai affrontate sul rettangolo verde, ma la storia di odio tra Serbia e Albania è costruita su questioni politiche che per moltissimi anni hanno fatto sì che oggi si potesse parlare di rivalità.

La partita iniziò in un clima teso, il prepartita fortunatamente non fu caratterizzato da episodi violenti, e l’Albania riuscì a raggiungere lo stadio senza troppi problemi.

Per i serbi la tensione non era data solo dall’avversario ma anche dal fatto che la nazionale si giocava tanto dopo un paio di prestazione al di sotto delle aspettative. Bisognava vincere per forza, per la classifica e per l’orgoglio.

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Photo by La Gazzetta dello Sport

Partita equilibrata fino al 41esimo minuto quando sullo stadio di Belgrado un drone, comandato non si sa da chi, sorvolò il campo da gioco. Appeso ad esso una bandiera. La bandiera della Grande Albania che si avvicinò sempre più al campo e spinto dal pubblico il calciatore serbo Mitrovic staccò la bandiera con un gesto di stizza scatenando il parapiglia generale. I giocatori albanesi, in prima fila Lila e Xhaka, si resero subito conto che si trattava di uno dei loro simboli nazionali e si lanciarono contro il calciatore del Newcastle per riappropriarsi della bandiera. Tutta la panchina serba entrò in campo e circondò i due albanesi, nel frattempo l’albanese Balaj riuscì ad impossessarsi della bandiera e nel tentativo di portare il vessillo alla sua panchina venne bloccato dal serbo Tomovic.

La confusione generale culminò in atti di vera e propria violenza. Proprio in quel momento i tifosi serbi riuscirono ad invadere il campo con l’intento di farsi giustizia contro questo gesto per loro inaccettabile.

Balaj venne colpito da un tifoso serbo con una sedia, altri invece scelsero i metodi tradizionali cercando di rincorrere i calciatori albanesi per colpirli con calci e pugni.

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Photo by paneecalcio

Dagli spalti si iniziarono a sentire cori contro gli albanesi tra i quali “Ubi siptari” (uccidi gli albanesi) e “Kosovo è Serbia”. La situazione si fece gravissima e anche i calciatori serbi cercarono di placare le acque, tra i quali Kolarov che aiutò alcuni giocatori albanesi a rientrare negli spogliatoi.

L’arbitro della gara ordinò quasi subito alle due squadre di tornare negli spogliatoi, ma in un clima del genere fu molto difficile per gli albanesi che erano i protagonisti di una vera e propria caccia all’uomo.

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Photo by Sportmediaset

Andando oltre le sanzioni della UEFA, cerchiamo ora di capire i motivi di un odio così grande. Il vessilo come già detto rappresentava la Grande Albania.

Essa raffigura il territorio albanese comprensivo di alcune regioni che attualmente non fanno parte dello stato dell’aquila a doppia testa. Si tratta della regione del Kosovo e di parti di territori del Montenegro, della Macedonia e della Grecia. Sulla bandiera compaiono i volti di Ismail Kemali e Isa Boletini, i due volti più rappresentativi dell’indipendenza albanese dall’Impero Ottomano, ottenuta nel 1912. Alla fine delle Guerre Balcaniche, combattute fra il 1912 ed il 1913, il controllo del Kosovo venne lasciato alla Serbia.

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Photo by La Gazzetta dello Sport

Il Kosovo era abitato per la maggior parte da albanesi i quali nel corso di quasi tutto il 900 dovettero subire di tutto da parte dei serbi, soprattutto con l’ascesa di Milosevic il quale si dovette scontrare contro una forza paramilitare terroristica kosovara l’Ushtria Çlirimtare e Kosovës che lo “costrinse” a proseguire la pulizia etnica iniziata ed interrotta dal suo predecessore. Nel 1999 diverse forze internazionali si recarono sul territorio al fine di far concludere la guerra e per proteggere gli albanesi kosovari. Nel 2008 venne proclamata l’indipendenza del Kosovo, che non coinvolse UEFA e FIFA proprio per il veto serbo che costrinse la neo nata nazionale kosovara a giocare solo le amichevoli.

 

 

Nel 2013 la Serbia con un trattato proclamò di non riconoscere l’indipendenza del Kosovo ma solamente l’autonomia e il governo attuale. Una partita del genere forse nemmeno si doveva giocare, Serbia contro Albania non è una semplice rivalità. Una storia lunga anni ed anni che il 14 ottobre a Belgrado non poteva aver altro che questo cupo finale. I protagonisti del match erano coloro che avevano vissuto sulla propria pelle la guerra, le deportazioni di Milosevic (che coinvolsero 740mila persone). Episodi che avevano segnato l’infanzia di questi giocatori.

Serbia contro Albania, sarà per sempre così. Tutto questo non si può dimenticare, i fantasmi del passato saranno sempre vivi. Come sempre il nostro amato calcio, essendo lo sport più popolare, si mischia a vicende politiche e sociali e in questo caso non è si può parlare di semplice rivalità ma di vero e proprio odio tra due nazioni che non si riesce a dimenticare.

La storia non si scorda, ma forse per il bene di tutti bisognerebbe ripartire dai gesti di Kolarov e Ivanovic, che rappresentano tutti gli albanese ed i serbi stufi di anni ed anni di scontri e guerre. Mi auguro che in un futuro non troppo lontano il calcio sarà quell’elemento in grado di affievolire l’odio e di fornirci lo spettacolo del derby tra Albania e Serbia in un clima che nulla ha a che fare con la violenza, ricco di agonismo e di spettacolo!

 

                                        Articolo a cura di Federico Bottara

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