NINETEEN EIGHTY-FOUR

EP 7 1984
Immagine realizzata da Alfredo De Grandis per “La Gazzetta di Don Flaco”

A volte mi piace spaventarmi con gli amici.

Facciamo questo gioco: ci mettiamo a pensare a quante cose siano cambiate dal 2007, che sono 10 lunghissimi anni ma ci continuerà sempre a sembrare l’altro ieri, è inutile.

E ci spaventiamo.

L’avresti detto, nel 2007, che a distanza di 10 anni sarebbe stato possibile stampare case (CASE!), o trapiantare un corpo sotto un’altra testa? L’avresti detto, nel 2007, che a distanza di 10 anni l’arbitro potesse fermare il gioco, mimare il gesto di uno schermo con le dita, e andare a controllare con calma davanti un monitor se è rigore oppure no? Brividi.

Basti pensare che nel 2007 se sentivi “moviola in campo” ed eri una persona normale ti veniva in mente Aldo Biscardi.

Forse anche Eric Arthur Blair, noto ai più con lo pseudonimo George Orwell, usava passare il tempo così con gli amici. Ed è forse così, preoccupato dal presente, che si immaginò quel futuro non tanto distante e colmo di terrore che racconta in Ninteen Eighty-Four.

Avrete ormai intuito qual è l’accostamento letterario che ho preparato per voi questo mese.

Niente meglio che il cinismo e la schiettezza di Orwell per descrivere l’ambiente (e il calcio) che ereditiamo dall’intromissione del sistema di Video Assistent Referee, o se preferite, semplicemente VAR.

Dite che ho esagerato col vino un’altra volta? Può darsi, anzi è cosa certa, ma sentite un po’ qua:

2017. Il mondo è diviso in tre immensi superstati in perenne guerra fra loro:

Tavecchio, FIFA, Presidenti di A.

In Serie A, la società è governata secondo i principi del Varing, un sistema di Socialismo Arbitrale, dove il Grande VARello tutto vede e tutto sa. I suoi occhi sono le telecamere che spiano di continuo nei campi, il suo braccio la psicoclasse arbitrale che interviene al minimo sospetto. Tutto è permesso, non c’è legge scritta. Niente, apparentemente, è proibito. Tranne pensare, se non secondo i dettami del Varing. Tranne decidere, se non con il benestare dell’uomo dietro lo schermo. Tranne giocare a calcio, se non con i limiti posti dall’infallibile e onnisciente Grande VARello, che nessuno ha mai visto di persona. Ovunque se ne parla, in ogni trasmissione di propaganda, ovunque si sentono i suoi slogan politici da lui ideati:

“Il VAR è pace”

“La libertà è dare un rigore allo Stadium”

“A Benevento ci vogliono bene”

Il protagonista è Winston Smith, che noi per comodità chiameremo Gigi Buffon, che con la sua compagna Ilariona lotterà disperatamente per conservare un granello di umanità e per fare chiarezza sui conti del Milan.

Ok sì ho decisamente esagerato col vino, non me ne vogliate.

Ma la questione è piuttosto seria.

Perché tutto è cambiato quel pomeriggio dello scorso Aprile quando il presidente dell’AIA Marcello Nicchi ci ha dato l’ufficialità dell’utilizzo in Serie A della Video Assistenza Arbitrale a partire dalla stagione 17/18.

Perché seppur oggi Biscardi dorma sonni tranquilli, non è detto che l’introduzione di questa moderna tecnologia riesca a domare le fiamme delle polemiche di cui si nutrono i bar del nostro Paese.

E le prime giornate di calcio internazionale con gli arbitri coadiuvati dal VAR mi danno ragione.

Restiamo nella nostra Serie A: pronti via e il Torino si è visto annullare un gol regolare al Dall’Ara, poi i casi di Genoa-Juve, con rigore sacrosanto ma viziato dal fuorigioco di Galabinov e soprattutto il contatto tra Skriniar e Perotti nel match clou tra Roma e Inter per cui Irrati non ha ritenuto necessario l’utilizzo del replay.

Il problema è uno solo, ed è che a molti non ancora è chiaro come debba essere utilizzato questo strumento. Io stesso, non lo nascondo, non ci capivo una mazza prima di scrivere questo articolo, e per evitare di fare e farvi fare la classica figura di un ottantenne che parla del nuovo smartphone, apro e chiudo questa piccola parentesi con un breve vademecum che vi illustra i principi del Varing.

Il VAR si usa analogamente in ogni parte del mondo SOLO per rivedere questi 4 casi di gioco:

  • Dubbia regolarità di un gol
  • Dubbia espulsione
  • Dubbio rigore
  • Scambio di persona sui provvedimenti disciplinari

I due arbitri addetti al VAR, quelli nel gabbiotto dietro lo schermo per intenderci, possono comunicare con l’arbitro rivedendo un’azione di loro iniziativa o sotto richiesta dell’ufficiale di gara.

Se dalla comunicazione avvenuta tramite auricolare l’arbitro ritenesse necessario procedere alla revisione dell’azione dubbia, via col gesto del monitor con le dita e le attese snervanti di giocatori e tifosi. Non esiste un limite di tempo per la revisione del filmato.

Tutto chiaro, fin qui ci eravamo arrivati, starete pensando.

Ma non tutti sanno che vanno corretti soltanto gli errori chiari, quindi gli assistenti dietro lo schermo possono contattare l’arbitro soltanto in caso di un grave errore di questo (e probabilmente non hanno ritenuto tale il contatto tra Skriniar e Perotti). Inoltre l’arbitro può anche decidere di non ascoltare i consigli degli assistenti e proseguire sulla sua strada, in quanto unico padrone della decisione finale (più che esaustivi a tal riguardo il supervisore del progetto Rosetti e il neo capo degli arbitri di A Rizzoli).

Insomma, il Var non si sostituirà all’arbitro centrale che dovrà sempre prendere una decisione. Verranno corretti solo gli errori evidenti e l’ultima parola spetterà sempre all’arbitro. Una sorta di autodeterminazione, una presa di coscienza che lascia all’arbitro la scelta di una propria legge, espressione della propria libertà positiva, che lascia all’arbitro l’imputabilità e la responsabilità di ogni suo volere e azione.

Eppure c’è qualcosa che continua a stonare. Le parole di Buffon, che ho preso come simbolo e protagonista del cammino dettato dal vino di poc’anzi, sono pesanti, e denunciano lo smarrimento della retta via.

Quel “non è calcio” dopo la lunga invettiva nel post Genoa-Juve (dove, per pura cronaca, ai bianconeri è stato anche concesso un rigore più avanti) è tutto un programma. Le sue parole si fanno carico di tutti i primi malumori cui ha condotto questa tecnologia.

Saranno d’accordo Sinisa Mihajlovic, che si è visto annullare un gol valido perché l’arbitro aveva fischiato precedentemente un fuorigioco inesistente su cui il VAR non può intervenire (vedi i quattro punti precedenti), Perotti e Di Francesco, che si sono detti increduli sulla superficialità nel suo uso, il popolo intero di Benevento, che si è visto (anche se giustamente) costretto a strozzare in gola l’urlo di gioia per il primo punto storico in Serie A proprio allo scadere e dopo una lunga e vergognosa attesa.

Angoscia, paura, rassegnazione, tristezza, incredulità.

Non me ne vogliano gli estimatori di questa tecnologia, e del calcio a cui può condurre, ma non dico menzogna affermando che questo strumento sia portatore delle stesse emozioni del soffocante e sconvolgente romanzo di Orwell.

Sia chiaro, Buffon fa il calciatore e non lavora al Ministero della Verità, non si occupa di modificare i titoli di giornale seguendo il pensiero di partito. E per questo leggo le sue parole come un monito, più che come uno sfogo viziato dalla rabbia.

Perché il calcio con il VAR è cupo e triste. Tutti gli arbitri devono arbitrare allo stesso modo, vietato uscire dal protocollo, unico e mondiale. Insindacabile la prassi, la forma, il rito. Il VAR è già rituale in ogni competizione. È cerimonia e propaganda.

E lo strumento che voleva regalare la verità al calcio futuro non fa che snaturarlo. Un racconto che fa male, che soffoca, che colpisce cuore e stomaco di noi addicted.

L’arbitro scende in campo come l’individuo di Ninteen Eighty-Four, sicuro di controllare la propria volontà ma accecato dalle regole del partito, che spegne i suoi pensieri e le sue emozioni.

E il gabbiotto con i due assistenti illuminati solo dalla luce degli schermi non può che farmi pensare alla terribile stanza 101, che nel romanzo sarà la fine di ogni flebile speranza, del desiderio di ribellarsi a una società dittatoriale che annulla l’uomo.

E allora il VAR ammazza il calcio? Siamo già nel futuro che immaginavamo con gli amici e che ci spaventa terribilmente? Le emozioni, che è l’unica cosa che conta e che mi preoccupa, resteranno le stesse?

Ok la verità, ok l’insindacabilità, ok la giustizia. Ma i bar parlano ancora, i problemi restano ancora.

E mi sento di dire che ciò che è cambiato è solo quell’urlo strozzato in gola al 97’ di Benevento-Bologna. 14mila uomini distrutti al Vigorito. Secondo voi questa è giustizia?

No, il VAR non ammazza il calcio. Se lo intendete come un’equazione, con un valore scientifico da proteggere. Ma il calcio io non lo intendo così. Per me è sfumatura, errore di calcolo, incoerenza.. è passione. E bisogna accettarlo con i suoi difetti, perché così è sempre stato e così lo voglio per il futuro.

Ma, a volte, il cambiamento sembra quasi obbligato, più che necessario.

E dal momento che per questa settimana ho scelto l’angoscia, come sentimento chiave del mio racconto, vi lascio con queste parole pescate dal romanzo a cui mi sono aggrappato per tenervi compagnia:

Siamo impegnati in un gioco in cui non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto”.

A voi le conclusioni.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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