IL RIFIUTO DEI COCKNEY REJECTS E LA MALEDIZIONE DI BOLEYN GROUND

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Graphic by Alessio Giannone

Da quando ha lasciato Boleyn Ground e Upton Park per trasferirsi all’Olympic Stadium, il West Ham sembra essere avvolto da una maledizione. L’anno scorso un undicesimo posto, non proprio esaltante. Quest’anno, pure peggio.

Nelle prime quattro giornate di Premier League, la squadra di Bilic è partita malissimo: 0 punti e una desolante ultima posizione in classifica con Crystal Palace e Bournemouth. Tra i tifosi Hammers serpeggia malumore, come se la squadra avesse perso identità. Non era facile abbandonare la tribuna Bobby Moore, la Sir Trevor Brooking e la Est, con i seggiolini che formavano la scritta West Ham. Ora Upton Park è allo sbando: l’erba alta, gli spalti capovolti, e il cancello diroccato, che ancora non si arrende alla forza del tempo.

Ci faranno un grande complesso residenziale. È la forza della gentrizzazione, la tendenza sempre più attuale a spostare in periferia i complessi abitativi ad alto reddito. Tra i fans più scontenti ci sono Jeff e Mick Geggus. Il nome così non dice molto, ma insieme e a Tony Van Frater e Andrew Laing, formano i Cockney Rejects, una delle più importanti Oi band inglesi. Sono stati proprio loro a inventare il termine Oi. L’ “Ehi you” con cui il batterista dava il tempo nella parlata del nord di Londra si trasformava facilmente in Oi. Come genere, praticamente un mix tra punk e skinhead.

I quattro trasudano in claret and blue e nel corso della loro carriera sono sempre stati legati alla cultura da stadio. Sotto palco avevano gli herbets, gli skinhead che la domenica di divertivano come hooligans. I loro concerti erano spesso teatro di scontri e risse, tanto che dopo un evento particolarmente violento a Birmingham, la band è stata costretta a non fare live per alcuni anni.

Nonostante una discreta fama (nel 1980 hanno firmato con l’etichetta EMI pubblicando un paio di Greatest Hits) non hanno mai accantonato la passione calcistica. Dopo una straordinaria versione di I’m forever blowing bubbles, l’inno del West Ham, armonizzato con diverse distorsioni di suono, hanno scritto altri due pezzi per la squadra. Nel 1980 We are the firm, ispirato alla Inter City Firm (spero abbiate visto tutti Hooligans, e, se no, correte subito a scaricarlo); l’anno scorso Goodbye Upton Park, per salutare il vecchio stadio.

«È bello andare a vivere in una villa di lusso, ma la casa dove hai trascorso una vita ti resterà sempre nel cuore. Qui ha tifato col cuore caldo la Londra operaia, accento cockney e tatuaggi. Negli anni 60 l’odore di hot dog, pollo fritto e patatine si respirava anche in campo. Gli spettatori stavano in piedi, schiacciati, a cantare “I’m Forever Blowing Bubbles”. I rivali erano intimoriti. I giocatori sapevano che non potevano battere la fiacca. Qui il popolo non si arrendeva mai: persino in 30 mila sostenevano la squadra nei momenti duri della Championship» hanno dichiarato in un’intervista.

Amen. Non ci sarà mai una casa come il Boleyn Ground, e i tifosi si augurano che, ancora prima dell’identità, la squadra ritrovi al più presto i risultati

Articolo a cura di Fabio Simonelli

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