IL RITRATTO DI DORIAN GRAY

Siviglia - Juventus

Immagine realizzata da Alfredo De Grandis per “La Gazzetta di Don Flaco”

Partiamo da un assunto: nessuno può dirsi veramente indifferente allo scorrere del tempo.

In misura più o meno intensa l’uomo ha cercato dall’alba dei tempi di lasciare un segno del suo passaggio effimero nel mondo, attraverso l’arte, attraverso imprese eroiche e battaglie indimenticabili.

Alla ricerca della notte eterna, da consegnare alla storia in una teca di cristallo oltre ogni concetto di tempo.

Per poter morire sapendo di esserci stato, di aver lasciato la sua impronta. Questo sentimento è legato alla fugacità dell’esistenza, alla consapevolezza di dover invecchiare e morire.

È attorno a questo concetto che si sviluppano inesorabili e grevi le parole del padre del dandismo.

Oscar Wilde racconta: Gianluigi Buffon.

Capello ordinato, scarpe lucide e smoking di classe. Anima elegante.

Difficile immaginarlo fuori dal sontuoso contesto dell’età vittoriana, nella Londra del 18° secolo.

Difficile non rivederci quel ricco giovane di bell’aspetto che fu rapito dalla sua stessa rappresentazione.

Insomma, Gianluigi come Dorian.

Gelosi dell’aura di solenne eternità che circonda la loro iconografia, la loro idea, la loro astrazione.

Ossessionati dall’idea di appassire sotto il peso dell’inevitabilità del tempo. Convinti che la giovinezza sia l’unica cosa che valga la pena possedere.

Alla fine se ci pensate è solo una questione di esattezza.

Le parole di Henry Wotton, così terribilmente lucide e puntuali.

“Dorian, l’unico bene di questo mondo è la giovinezza”.

Passeggiando tra i roseti, in un imbrunire che per gli amanti delle metafore altro non è che la percezione vaga e indiretta che Dorian non sarebbe stato più lo stesso. Rapito per sempre della sua innocente limpidezza.

“Com’è tragico! Io diventerò vecchio, brutto, ripugnante. E questa immagine rimarrà sempre giovane. Oh, se si potesse realizzare il contrario! Se io dovessi rimanere sempre giovane, e il ritratto diventasse vecchio! Per questo, per questo, darei qualunque cosa! Darei la cosa più preziosa del mondo! Darei anche la mia anima per questo!”.

Quel dipinto.

Tragedia e impazienza. Ossessione e angoscia.

Fu quella sera, furono quelle parole. Dorian perse la sua anima, arresa alla limitatezza di una rappresentazione grafica.

Quel dipinto.

Così Gigi. Era il 28 Maggio del 2003 quando perse la sua anima. Questa volta non c’entrano parole, niente promesse. Quella sera fu il diavolo in persona a fare visita a Gigi. E scordatevi le corna, il forcone, l’alito di fiamme. Quel diavolo aveva la faccia pulita e lo sguardo di ghiaccio tipico dell’est Europa. Bastò un calcio di rigore impeccabile a condannare Buffon. Era il 28 Maggio del 2003 quando perse la sua anima.

Alla fine se ci pensate è solo una questione di esattezza.

Recordman per vittorie in campionato – alzato 8 volte al pari di Giovanni Ferrari, Giuseppe Furino e Virginio Rosetta – recordman per vittorie in Supercoppa Italiana, al pari di Dejan Stankovic, recordman per minuti da imbattuto in Serie A. Gigi si è preso diversi lussi, e come Dorian riesce a farsi strada fino a divenire un punto di riferimento per i salotti borghesi del calcio.

Ma per entrambi, l’alta società, pur attratta da modi e prestazioni eleganti e seducenti, sa bene che i due perdono di esattezza. Se per il protagonista del romanzo di Wilde l’inesattezza andava cercata nella condotta morale, ciò che isola Gianluigi rendendolo un rinnegato anche per sé stesso è un vuoto, un’assenza che logora e colpisce, un pozzo sordo e cieco in mezzo al cuore.

Quella Coppa.

Dal 28 Maggio del 2003 ha rapito l’anima di Gianluigi. Da quel momento ogni errore, ogni imperfezione di Gianluigi, l’avrebbe allontanata, macchiandola sempre più di una silenziosa inadeguatezza. Così come il ritratto di Dorian subiva le sue azioni infauste e crudeli, diventando sempre più mostro e sempre meno uomo, la Coppa di Gigi veniva macchiata dagli errori commessi dal portiere della Juve nei delicati passaggi europei dei bianconeri – che tanto significavano per Gigi – avendo un’ossessione da risolvere. Allontanandosi sempre di più, rendendo Gigi profugo dalle proprie emozioni.

Sono tanti, troppi i parallelismi tra questi due antieroi.

Vittime della più cupa disperazione per qualcosa che non riescono ad avvicinare come desiderano. Vittime dell’incoerenza di giudizio delle proprie società, che ne tessono le lodi mentre affilano le lame per pugnalarli alle spalle. Vittime di loro stessi e delle loro scelte, vuoti anche nei momenti di apparente gioia e gratificazione.

Il romanzo simbolo dell’estetismo si conclude con l’atto di lucido masochismo con cui Dorian pone fine alle sue sofferenze, distruggendo sé stesso mostrandosi per quello che realmente era diventato, corruttibile e debole. Smarrendo la via per una vita felice accecato da un’ambizione che non ha mai davvero raggiunto.

Quale epilogo, allora per Buffon?

Lui che vive ogni giorno la profonda consapevolezza dell’impossibilità del mantenere la giovinezza eterna. Con il destino, beffardo, che si è sempre preso gioco di lui.

E quella Coppa. Sempre più inadeguata e lontana.

Eppure qualcuno dice che nessuno la merita più di lui.

Io anche, dico che nessuno la merita più di lui.

Vi chiedete perché? La bellezza non ha bisogno di spiegazioni.

Era il 28 Maggio del 2003 quando Gigi perse la sua anima. La rapì un diavolo venuto da Kiev. Quest’anno, ci crediate o no, Gigi tenta ancora una volta di riprenderla, 14 anni dopo.

Indovinate dove si gioca la finale?

Alla fine se ci pensate è solo una questione di esattezza.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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