MARTIN BENGTSSON, QUASI UCCISO DALLA “MACCHINA”

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Martin Bengtsson with Sweden – photo by http://www.spox.com

Storia di un ex ragazzo prodigio svedese che all’Inter scoprì il Sistema, conobbe la depressione e tentò il suicidio

Ci sono stati tanti Bengtsson nella storia del calcio scandinavo (Pär, Rasmus, Pierre, Andreas, Johannes…) ma solo uno di essi può vantare una storia così drammatica. “L’Internazionale comunica di aver definito l’acquisto dall’Orebro FK di Martin Bengtsson, svedese, classe 1986, nazionale under 18, centrocampista centrale con caratteristiche da regista, uno dei talenti emergenti del calcio dell’Europa del nord”. Suona stranissimo pensare che oggi sia più famoso un suo omonimo, bassista di qualche gruppo metal. Martin (il musicista) ha fatto la sua carriera. Martin, il calciatore, invece no. Peraltro, il lungo comunicato con cui si annuncia il suo arrivo è ricco di informazioni: strano che siano stati versati fiumi d’inchiostro a proposito di un così giovane ragazzo, no?

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Photo by http://www.coscienze.files.wordpress.com

Era un potenziale craque, Martin, strappato dalle grinfie di vari top club europei. Aveva fatto un provino all’Ajax, aveva 15 anni e tutti gli addetti ai lavori nell’Allsvenskan sbavavano per lui. Lui, un giovane che aveva le idee fin troppo chiare: “Da quando avevo 7/8 anni ho sempre avuto un obiettivo ben chiaro, quello di giocare al Milan, ma alla fine firmai per l’Inter. Il mio unico obiettivo era di diventare un calciatore e tutta la mia vita girava intorno a quello. C’era solo calcio”. Si presentò ai suoi nuovi tifosi col piglio di un ragazzino ben educato e quasi auto-sottovalutante le proprie capacità: “Ho visto tantissime gare di A in televisione, so quasi tutto del vostro calcio. Io sono un centrocampista centrale, ma posso giocare anche sul centro destra o sul centro sinistra. A me va bene giocare, dappertutto”. Okay, un punto in più per la presentazione. Sulla scia di Gren, Nordahl, Liedholm e chi ne ha più ne metta. All’inizio tutto andava bene e questo svedesotto riusciva a deliziare il pubblico, incantava alla Coppa Carnevale di Viareggio e si concedeva tre reti in cinque partite. Paradossalmente, ecco che poco dopo sparì dai tabellini. Poca roba, dissero all’epoca: in fondo non era certo il primo talento ad azzeccar qualche partita e poi scomparire dai radar perché incapace di confermare le sue potenzialità.

Era un martedì, quando Martin decise di prendere un rasoio e tagliarsi le vene. Nella sua camera, dove fu salvato da una donna delle pulizie, il sottofondo portava la firma di un pezzo di David Bowie: “Sei solo, lontano da casa e hai già sperimentato soldi e successo: puoi perdere l’equilibrio. Le aspettative stritolano. La depressione è la prima minaccia per un giovane calciatore”, si legge sul libro che avrebbe scritto qualche tempo dopo, nel 2007 (il titolo è emblematico, “Nell’ombra di San Siro”). Un testo drammatico, una Bibbia per chi non riesce ad uniformarsi ai canoni imposti da un sistema che non è quello bello e gioioso che si vede da fuori.

Il racconto, narrato da egli stesso, è da brividi: “E’ iniziato tutto con un infortunio al ginocchio, alla fine della prima stagione all’Inter. Durante questo periodo, non potendo giocare a calcio, ero solo sul divano. Senza il calcio non sapevo cosa fare, perché quando si gioca a calcio a questi livelli, l’unica cosa a cui si pensa è al pallone e a come migliorarsi come calciatore. Io, invece, avevo bisogno di qualcuno con cui parlare, e non solo per sentirmi dire che dovevo impegnarmi di più e pensare positivo. Molti calciatori dicono che quella vita è come una prigione, senza libertà di movimento. Io avevo voglia di uscire, e mi capitava di chiedere se potevo andare in città per comprare una chitarra, per avere qualcosa da fare, mentre non giocavo a calcio. Ogni volta continuavano a ripetermi ‘domani’, ‘domani’. Io avevo capito che quella vita non faceva per me, ma ero troppo orgoglioso, probabilmente, per dire solo ‘ciao, io non sono fatto per questo’. Mi vergognavo troppo e questa vergogna mi ha condotto a pensare che la soluzione fosse togliermi la vita. Ecco.

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Martin Bengtsson ai tempi dell’Inter under-19 – Photo by http://www.ytimg.com

Shopping ossessivo, qualche spinello nel ritiro (pare che Martin, non fumatore, non avesse apprezzato i controlli: “Zero privacy, la sensazione di essere sempre spiato”) e, in generale, le colpe di un organismo insensibile: “Il sistema calcio ti tratta come una macchina: se non funzioni, avanti un altro. Io ho capito di non funzionare e ho pensato al suicidio”. La sua storia ha rischiato di trasformarsi in tragedia, in un esempio da ricordare al pari di quello di una sorta di martire laico e un po’ masochista. Dietro alla genuina denuncia di un ragazzo che si è promesso di non aver più nulla a che fare col calcio (“E’ un capitolo chiuso della mia vita: non lo guarderò mai più, neanche in tv) c’è solo da rammentare un aspetto. La denuncia nei confronti del sistema, che Martin idealizza e chiama “La Macchina”, non deve rimanere inascoltata. Il tentato suicidio di un ragazzo neppur maggiorenne non deve esser dimenticato, in nome di un Pallone che miete vittime e nasconde i cadaveri. E’ uno spettacolo, uno show, che se ne frega degli attori in nome di uno share sempre obbligatoriamente maggiore.

In tutto questo, un sentimento di odio e repulsione verso la naturalezza di un pallone che rotola per un prato di provincia, è bruttissimo da evidenziare come le spalle che abbiano dovuto regger il peso siano state quelle di un ragazzo. A quell’età, tenera, quando i pensieri vanno al solo divertirsi e tutto il resto scende in secondo piano, non bisogna pensare alla depressione. Né tantomeno alla morte, si intende. In ogni caso, voglio concludere il pezzo dedicandovi la frase che il terapeuta inviato dalla società pronunciò a Martin: “E’ così strano, hai tutto ciò che si può desiderare nella vita, tutto. Sei un calciatore in uno dei più grandi club del mondo, guadagnerai un sacco di soldi, avrai una bella macchina, avrai tutte le donne che desidererai”. Proprio l’insostenibile leggerezza della normalità ha condotto Martin dove ha rischiato di non uscirne più: “In quel momento ho capito come la gente guarda i giocatori di calcio. Questa è la loro idea, quella di una vita perfetta. Perfetta o meno non faceva per me”. Vediamo il lato positivo: ora il signor Bengtsson ha 31 anni, scrive musica, frequenta gli ambienti di tv e teatro. Naturalmente, non vuole più saperne del calcio.

Articolo a cura di Matteo Albanese

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