CANT DEL BARÇA, QUANDO UN INNO DIVENTA MANIFESTO IDEOLOGICO

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A cinque minuti dall’inizio del super clásico di spagna al Camp Nou, la scena è quasi sempre la stessa. La tribuna central colorata di giallo e rosso, e la scritta Mes que un club (Più che un club) illuminata di blu a completare la bandiera catalana.

Si abbassano leggermente i fari, dagli altoparlanti partono le note del Çant del Barça. Un mistico silenzio precede il boato del « Tant se val d’on venim, si del sud o del nord ara estem d’acord, una bandera ens agermana». «Non importa da dove veniamo, se dal sud o dal nord, su una cosa siamo d’accordo, una bandiera ci rende fratelli». L’inno scritto  da Jaume Picas e Josep María Espinàs  nel 1974 sembra profetico del destino della Cataluña e del Barcellona in questi giorni. Il brano riflette perfettamente tutti i valori del popolo catalano.  La bandiera «che rende tutti fratelli» non è quella blaugrana, ma quella catalana. Quella che ha portato il 43% della popolazione della regione ha votare sì al referendum per l’indipendenza, e probabilmente potevano essere molti di più senza la repressione di Madrid.

Comunque la si pensi in materia, è stupefacente il legame di un popolo con la squadra. Quando le realtà sono piccole, è anche normale che succeda. Un po’ meno se si sta parlando di una delle squadre più importanti del mondo. Piqué e Busquets sono conosciuti e ammirati in tutto il mondo, eppure restano visceralmente attaccati al loro territorio. Il difensore si è commosso il giorno del voto. Non capiva perché non potesse esprimere la sua volontà, al di là del fatto che il referendum fosse stato dichiarato incostituzionale. La pensava così anche il club, composto da soci per la maggior parte catalana.

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Lo strappo istituzionale con Madrid ha colpito anche il calcio. La sosta del campionato per le nazionali ha calmato gli animi, e i fischi che avevano accompagnato Piqué prima della gara con l’Albania, a fine partita sono diventati applausi. Anche Guardiola,  schierato per l’indipendenza, ha confessato di sognare di allenare la Spagna. Le due cose sembrerebbero in aperto contrasto se non si considera lo stato emotivo attuale dei catalani. Dopo l’entusiasmo delle prime settimane, quando la secessione si è fatta davvero reale, si sono spaventati, senza l’appoggio dell’Europa e con le aziende in fuga. Se sarà indipendenza o no, se sia giusta o meno, non ci compete. Noi ci occupiamo solo di calcio, ma l’augurio è che, anche grazie al Barça, i valori di quell’inno non si affievoliscano.

Articolo a cura di Fabio Simonelli

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