FRANKENSTEIN O IL MODERNO PROMETEO

Siviglia - Juventus
Immagine realizzata da Alfredo De Grandis per “La Gazzetta di Don Flaco”

L’occasione era di quelle troppo ghiotte per lasciarsela andare.

Nell’era dei trend sembra bisogni imparare da Kelly Slater per montare sulle onde giuste evitando di affogare nell’oceano social in continua e frenetica evoluzione.

Ma alle volte è proprio l’ossessione che ti cerca, come una buona onda che ti si presenta davanti supplicando di essere surfata. Prendiamo le scorse giornate, dove salvo una breve parentesi conquistata dal più mistico e contemplativo tramonto mai sceso su noi esuli terrestri,  il trend è stato senza dubbio catturato dal clima Halloween. Dio solo sa quanti video parodia di It avrò visto questi giorni. C’è chi narra che superino persino le panchine di Gabigol. Agghiacciante.

E uno come me poteva forse evitare di cedere alla tentazione di rompervi le scatole con un pezzo, l’ennesimo, in tema Halloween? Un giorno pagherò per tutto questo, statene certi, ma fino ad allora dovrete sorbirvi le mie simpatiche trovate da pazzerellone.

E allora oggi vi terrorizzerò con il padre, l’antecedente, il pilastro di tutte le storie dell’orrore.

Roberto Mancini è: Victor Frankenstein.

Dopo una brillante carriera da calciatore, dove apprende le doti caratteriali tipiche del leader, Roberto, orfano del campo da gioco, inizia ad essere ossessionato dall’utopia di dare la vita alla materia inanimata.

Vujadin Boškov, non proprio il primo passato per strada, dirà di aver scorto in lui il bagliore della conoscenza di un segreto. Non uno qualunque. Quello per la vita.

Così Victor – pardon – Roberto, comincia un periodo dedicato agli studi di scienza dello stare in campo e chimica tra reparti, cercando per anni di dar vita ad una creatura tutta sua, un essere vivente assemblato con le caratteristiche che abitavano la sua elegante mente da scienziato.

Fino a quel giorno. Stagione 07/08. 16 Dicembre. Minuto ’90. Siamo a Cagliari, Mancini siede sulla panchina dell’Inter. Esce David Suazo, entra in campo la creatura. La sua. Mario Balotelli.

Ci era riuscito, Roberto, novello Victor. Ma quando vede il mostro muoversi in campo, fugge terrorizzato dalla sua forza. Dilaniato da febbrili e strazianti rimorsi – sulla panchina nerazzurra gli succede un certo José Mourinho, e Dio solo sa di cosa è stato capace – decide di rifugiarsi a nord, a Manchester, sponda sky blue.

Ma mostro e creatore sono avvolti da invisibili catene destinate ad allacciare le distanze. Così l’incontro a Manchester dei due, con il mostro che racconta al creatore e al mondo intero la sua triste storia fatta di incomprensione paura e violenza. Emblematico il “Why always me” con cui tenta di spazzar via l’odio e le attenzioni negative che gli uomini piovono su quella che sembra solo una corazza inscalfibile. Perché il mostro desidera solo la felicità che appartiene a tutti gli altri uomini, eppure si sente diverso e distante.

Così Roberto decide di aiutare il suo esperimento creando un’altra creatura simile a lui, che possa capirlo tenendogli compagnia in un mondo che sembra rifiutarlo con orrore.

Nasce a Manchester così una nuova creatura, una prole terrificante che rispondeva al nome di: Carlitos Tevez.

Tuttavia Roberto, angosciato dalle possibili conseguenze di aver messo al mondo un altro mostro, pari al primo per forza e violenza, comincia a rendersi protagonista di una lenta e cinica opera di distruzione, relegando lo stesso fuori dal campo che – nella più classica delle sineddochi – per Carlos rappresentava tutto il suo mondo. Il punto di non ritorno il 28 Settembre 2011, a Monaco. Carlos si rifiuta di scendere in campo obbedendo agli ordini del suo padrone che sbotta pubblicamente:

“Adesso per me è finita. Se un giocatore viene al Manchester City, guadagna tanti soldi e poi rifiuta di giocare, con me ha chiuso.”

Seguirà un lungo esilio fuori rosa, in America del Sud, con la creatura costretta a trascorrere almeno quattro mesi senza nemmeno allenarsi con i Citizens. Abbandonato e screditato dal suo padre putativo, Carlitos subisce ira e ingiurie persino dai tifosi, che gli voltano le spalle arrivando anche a bruciare la camiseta azul col numero 32. Distanza fisica e nello spirito.

Come Mario. Incompresi. Abbandonati. Incompiuti.

Le creature giurano vendetta, e qui sorgono delle tangibili differenze dal romanzo pubblicato anonimamente nel 1818 da Mary Shelley. Nel romanzo il mostro uccide la donna amata da Victor, che morirà nel tentativo di vendicarsi dello spietato omicidio. Questo prima di un sincero pentimento della creatura, che stanca dell’immotivato odio degli uomini e del dolore causato agli altri, scompare per sempre dirigendosi verso nord con in testa il solo lucido e razionale desiderio di morire.

La storia di Roberto ha invece per ora un epilogo differente, che lo ha visto trionfante nei tentativi di vendetta delle sue creature. E se con Tevez – quando la creatura vestiva bianconero – fu aiutato dalle nevi di Istanbul, con Mario fu una vera e propria rissa di fronte ai fotografi golosi di scoop. Prima di un esilio, l’ennesimo. L’inevitabile spegnersi di una scintilla che un tempo aveva illuminato una mente ora troppo cupa e delusa per alimentarla ancora.

Una scintilla che ha creato, che ha aspettato, che ha esaurito.

Roberto, moderno Prometeo, demiurgo ambizioso che smarrisce i propri limiti umani di fronte al concetto di hybris, la tracotanza come valore fondamentale dei Greci. L’azione di oltrepassare volontariamente dei limiti.

L’arroganza di decidere il destino di un uomo.

L’impazienza di vederlo con le caratteristiche che abitano la tua mente elegante.

L’incapacità di essere stoica guida.

La sciagura di essere causa della sua rovina.

Perché sotto la corazza dei mostri Mario e Carlos, si nasconde la debolezza di un animo sensibile e vulnerabile.

Due creature stanche dell’odio e assetate d’amore.

Abbandonate. Incomprese. Incompiute.

Due storie. Colme di pagine d’immensa tristezza e inadeguatezza. Ma non ancora terminate. Con un finale ancora da scrivere.

Per dimostrare di sapersela cavare anche da soli, perché le ragioni del conflitto stanno nel profondo della propria personalità.

Due esuli alla ricerca del più semplice e puro tra i sentimenti. Amore.

 

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

2 risposte a "FRANKENSTEIN O IL MODERNO PROMETEO"

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