SI SONO DIMENTICATI LE LACRIME DI JURIĆ

Juventus vs Genoa
Ivan Juric – photo by http://www.calcioweb.eu

Dopo Genoa-Chievo, il tecnico colpì il cuore dei genoani con una dimostrazione d’affetto non da poco: ora è stata chiesta a gran voce la sua testa.

“Everybody needs a little room to make mistakes”, canta Aloe Blacc in una canzone dal titolo emblematico (“Carry you home”, in italiano “portarti a casa”). Volendo applicare il tono molto pop utilizzato dall’artista statunitense al contesto genoano, il paragone è più che mai azzeccato. La piccola stanza di cui si fa riferimento sopra è assimilabile all’angusto spogliatoio che ieri sera è stato teatro della riunione con la quale Enrico Preziosi parrebbe essersi deciso ad affidare a Davide Ballardini la panchina al momento più traballante della Serie A. Juric è al capolinea, il treno del croato è deragliato e non c’è modo di rimetterlo in carreggiata. Serve un cambio, una scossa, un segnale.

Il modo col quale il Grifone ha regalato la stracittadina agli odiati cugini fa però riflettere: il Doria non ha dominato, ha semplicemente gestito in modo così snobbish una partita che sulla carta aveva già vinto alla luce dell’enorme divario che separava le due formazioni in classifica. Zapata volteggiava liberamente tra le pecche di Rossettini e gli errori da cerchio rosso commessi dall’ex Zukanovic (che probabilmente avrà avuto un déjà-vu pensando di giocare con gli altri, non c’è altra spiegazione plausibilmente immaginabile). Quagliarella è stato lasciato liberissimo di offendere, Rosi ha suonato la carica ma l’unico  risultato apportato alla causa è stata una beffarda quanto momentanea traversa. Svanito il rapido effetto motivazionale, accentuato da un Taarabt danzante per tutta la trequarti rossoblù, unico vero riferimento data l’assenza ingiustificata di un Lapadula evanescente, ectoplasmatico e pure spocchioso (ma vi sembra il caso di tentare la rovesciata, in certi contesti?). Ecco perché sostengo con assoluta fermezza che Ivan Juric dovrebbe esser ancora lì, su quella panchina o a dirigere le sedute sotto la pioggia di cui è carico il cielo sovrastante il Signorini di Pegli, quartier generale del Grifone. Juric,  volto scavato dal tipico pragmatismo slavo e anima battagliera di chi a Spalato doveva lottare contro tutto e tutti, è un duro: un duro he sa farsi rispettare, lo faceva in campo quando condivideva la zona mediana con Milanetto e a lui spettava il compito di legnare chiunque gli passasse a tiro e vestisse una maglia di colori che non fossero quelli rossoblù. E lo fa da tecnico, perché con un italiano magari non ricchissimo a livello lessicale è riuscito a rubare il cuore a mezza Genova: aspetto da non sottovalutare, visto che in pochi godevano di pari trattamento. Di punto in bianco, però, ecco Juric caduto da cavallo. Messo alla porta, con migliaia di supporters pronti a sferrargli una raffica di coltellate mortifere addosso.

Non va bene che Juric sia condannato così, quasi allo stesso modo con cui, in contumacia, Alcibiade fu processato dal tribunale ateniese per la presunta mutilazione delle Erme. Senza che a Ivan sia data possibilità di difendersi, hanno pubblicamente chiesto la sua testa: una specie di Salomè, figlia di Erodiade, nel momento in cui riuscì a ottenere la testa di Giovanni Battista. Se in tutta la Serie A fosse stato premiato un “mister simpatia”, avrei votato senza dubbio Juric: quando mi trovai a pochi passi da lui, il 21 maggio, dopo Genoa-Torino, non c’era uno spocchioso allenatore altolocato. C’era un tipo molto alla buona, uno che ai vestiti eleganti preferisce la sporca tuta, uno che ai millemila sillogismi preferisce una diagonale fatta in modo decente. Uno che parla col lavoro, un buzzurro buontempone che a fine conferenza si era messo in fila per fare le foto con tutti noi giornalisti presenti al Ferraris. Uno che alle domande rispondeva dando del tu: ricordo che un collega, qualche mese dopo, il 13 agosto, dopo Genoa-Cesena, gli chiese un commento sulla partita. Lui ribatté: “Dai, dimmi come l’hai vista tu”.

Se esiste una qualche forma di giustizia sportiva (non quella che ha concesso la grazia ad Armando Izzo, sia mai), le lacrime di Ivan Juric dopo Genoa-Chievo non dovrebbero restare nel dimenticatoio. Ed è per questo che mi adopero per rievocare il piano del croato, estremo sintomo di una genoanità che allora tutti quanti gli imputavamo come un’etichetta. E oggi? Che succede? Juric non è più genoano? Sempre stato un brocco? Era domenica 30 aprile scorso, al Ferraris, quando il Chievo vinse 1-2 affossando un Genoa pericolosamente a rischio retrocessione. Al termine della sfida, in un clima surreale, Juric non era riuscito a trattenersi:Certo che ho paura della B, il calcio è così. Cerco spiegazioni ma non le trovo: non dobbiamo cercare scuse nella contestazione dei tifosi, nei fumogeni o in altre cose, perché il 99% del pubblico è stato fantastico oggi. Ci sono piccole cose che un allenatore e i calciatori percepiscono, a volte bisogna spazzare un pallone invece di fare un passaggio e usare più cattiveria per riuscire a chiudere bene questa stagione. Non sono assolutamente pentito di essere tornato, è un momento intenso della mia vita”. A questo punto, ferito nell’orgoglio e provato dall’emozione di esser un tifoso del Genoa prima che un allenatore, Ivan aveva abbandonato con le lacrime agli occhi la conferenza stampa. Si era scusato, galantuomo di Spalato, e se n’era andato rifugiandosi da ogni altra domanda racchiudendosi piuttosto in sé.

Ora, se vi dicessi che queste parole siano state pronunciate dopo il derby, ci credereste? Plausibile, sicché il Genoa soffre sempre per via degli stessi problemi: mancanza di carattere, errori individuali alcuni dei quali piuttosto inspiegabili, cali di concentrazione pari a quelli della tensione in caso di black-out. Il problema, semmai, è che tutti i detrattori di Juric (compresi quelli che da aprile a oggi hanno frettolosamente cambiato idea sul tecnico, istigati dalla gestione probabilmente pessima dei casi Ninkovic, Rigoni e Centurión) si siano presentati alla porta questa sera. Il derby è perso, 0-2, la stagione compromessa e il futuro di Ivan segnato. Arriverà il Balla, tecnico che al sottoscritto è sempre piaciuto a livelli incredibili: vuoi perché c’era lui in panchina con Rafinha e con Boselli, vuoi per quell’aplomb romagnolo, vuoi per la seconda salvezza ottenuta con Borriello in campo, vuoi perché portatore sano di quel modo di allenare tradizionale e nostalgico. In ogni caso, #benvenutoBalla. Ma di Ivan Juric, e soprattutto delle sue lacrime, ci si ricorderà?

Articolo a cura di Matteo Albanese

 

 

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