IL PASSERO SOLITARIO

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Della mia infanzia custodisco gelosamente:

  • I lego
  • I sorrisi
  • I gol di Adriano

C’è una parte del mio cuore religiosamente dedicata al ragazzo che dalle Favelas di Rio si è costruito un impero.

Ma il tempo è compagno crudele. La storia è macellaia. E ogni impero – anche il più grande – ha trovato un giorno il suo inesorabile declino.

Quello di Adriano Leite Ribeiro è cominciato alle 22:30 del 4 Agosto 2004, appena dopo la partita con il Palermo di Luca Toni nel torneo estivo Birra Moretti, disputato quell’anno a Bari. Si era con la squadra in aeroporto per tornare a Milano, una serata estiva come tante.

Poi il telefono che squilla. Un suono ipnotico destinato a tormentare per sempre l’Imperatore con il Dez sulle spalle. Papà Almir non ce l’aveva fatta. Gelo, dolore, rabbia, pianto, ricordi. L’impero stava crollando.

Dodici anni prima, davanti a papà aveva perso la sua infanzia, quando a soli dieci anni si trovò coinvolto in una sparatoria e una pallottola entrò nel cranio del suo vecchio, lasciandolo miracolosamente illeso. Lì il bambino morì per lasciar spazio all’Adriano uomo. Un Adriano conscio dei pericoli della Cidade de Deus e deciso più che mai a lasciarsela indietro portandosi con sé la sua famiglia.

In dodici anni ci riuscì, costruendosi il suo personale impero e salvando la sua famiglia dai pericoli della favela che ispirò tra le altre il bellissimo film di Fernando Meirelles, City of God. Era forse il momento più felice della sua vita, ma ecco che quando tutto sembrava girare per il verso giusto che il tempo e la storia tornano al loro barbaro ruolo di aguzzini. Eterni tiranni.

E prima che te ne accorga vivi permanentemente nella grigia oscurità che si allunga ininterrotta nel tuo cielo e nella tua terra.

D’in su la vetta della torre antica,

passero solitario, alla campagna

cantando vai finchè non more il giorno;

ed erra l’armonia per questa valle.

Primavera dintorno

brilla nell’aria, e per li campi esulta,

sì ch’a mirarla intenerisce il core.

Così, a 22 anni, nel pieno della tua giovinezza, dopo essere già morto e uomo una volta, fuggi ancora la tua gioventù.

Per te, mio Imperatore, ho scelto la lirica di Giacomo Leopardi, e la tua storia non poteva essere meglio rappresentata che dalla canzone del Passero solitario. Rimasto solo, nel mezzo della primavera, assaporata con gioia da tutti gli altri. Per te ho scelto il poeta dell’esclusione esistenziale, della solitudine, delle carezze, del rimpianto.

Tu pensoso in disparte il tutto miri;

Non compagni, non voli,

Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;

Canti, e così trapassi

Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Non scriverò dell’alcool, degli abusi. Mi interessa la condizione di un Imperatore, quando – da un giorno all’altro – perde tutto. Una guida, un faro, un consigliere, una famiglia, un’esistenza.

E rimane in disparte dalla vita, proprio come il passero descritto da Leopardi, limitandosi a guardare tutta questa bellezza. Allontanandosi.

Da Imperatore a estraneo, per sempre solo. Una scelta. Una sorte. Una condanna.

Ho l’amaro sulle labbra ed il cuore che fa male, perché “vergogna e duol”. Vederti, indistruttibile, crollare così. Da esempio a sconfitto, arreso alle torture della vita.

Da bambino non capivo, non potevo capire, ti vedevo protetto dal mantello di un supereroe.

Ma la verità è che quel mantello non c’era, c’erano solo le tue spalle, quelle di un gladiatore che ha provato a rispondere agli attacchi ma che un giorno è stato sconfitto, perché troppo debole.

E non c’è da vergognarsi, perché ci sono cose che semplicemente esulano dalle nostre capacità, solo che io non potevo capirlo, al tempo, che ero solo un bambino.

E oggi ti perdono, mio Imperatore, e per l’ennesimo giorno torno a visitare quella stanza che ho lasciato per te tra i miei ricordi più preziosi.

Il tuo dramma è il mio, la tua infelicità e il tuo rimpianto accompagnano anche me.

Ma la passione, la nostra primavera, non sarà soffocata. Perché sei stato capace di far sognare un bambino, e questo dovrebbe bastare.

A você toda felicidade do mundo.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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