MAIEUTICA, CARATTERE E DESTINO: L’INTER DI LUCIANO SPALLETTI

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Uomini forti, destini forti. Uomini deboli, destini deboli. Parole semplici e concise, enfatizzate al punto di camaleontizzarsi perfettamente per un dialogo de “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone. Luciano Spalletti da Certaldo è sempre stato così e ha sempre agito così: distinguersi tra un neanche troppo velato narcisismo, un sottile umorismo e la stigmate del leader carismatico, senza mai perdere di vista il culto del lavoro. Un campione di comunicazione tra un mirato e consapevole paraverbalismo, con la nobile semantica del corpo ad agire da coadiuvante padrona a parole minuziosamente scelte e l’occhio navigato di chi ha sempre estrapolato il meglio da ogni risorsa a sua disposizione.

Spalletti è maieutica linguistica che inevitabilmente si riversa nella mente dei suoi calciatori e nell’inchiostro dei giornalisti: quelle parole le pronunciò da allenatore della Roma e ora la sua Inter – che innegabilmente ha sofferto l’assenza di uomini forti negli ultimi sette anni – è prima in classifica con 39 punti (e 0 sconfitte) dopo il netto 5-0 rifilato al Chievo Verona, quasi a voler giocare sui contorni di un ipotetico disegno preordinato.

L’estate nerazzurra era iniziata in pompa magna, tra una squadra nomoteticamente predisposta al fallimento e la necessità di una profonda rifondazione dopo l’ennesimo campionato anonimo del post-triplete, vissuto tra pochissimi alti e troppi bassi dopo l’inaspettato addio di Roberto Mancini, la brevissima reggenza di Frank de Boer e l’incolpevole traghettata di Stefano Pioli e Stefano Vecchi. Tra nomi di spessore internazionale come Radja Nainggolan e Angel Di Maria in ottica mercato e l’hashtag #Interiscoming sembravano esserci tutti i presupposti per uscire finalmente da quel consunto baratro, scavato dalla vanga della mediocrità e dell’impazienza dai fantasmi di un passato glorioso, ma il Financial Fair-Play ha stravolto per l’ennesima volta le strategie di Suning e del nuovo Deus-ex-Machina interista Walter Sabatini, arrivato a Milano per coadiuvare al meglio il lavoro del DS Piero Ausilio e coordinare i rapporti tra i nerazzurri e lo Jiangsu. Niente top-player dunque, se non finanziato da una cessione eccellente, ma solo 3/4 acquisti mirati e funzionali all’ideale tattico spallettiano, vista anche la necessità dei meneghini di rispettare il settlement agreement pattuito con l’UEFA per il risanamento del deficit di bilancio entro lo scorso luglio: una cifra poco superiore ai 30 milioni che non ha fatto altro che aumentare il malcontento dei tifosi interisti, “costretti” a guardare sulla sponda rossonera della città il continuo annuncio di “colpi ad effetto” e preamboli celebrativi ai limiti dell’assurdo (“Il Milan è tra le prime cinque squadre al mondo”) da parte dei due ex di turno, Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli. Serviva un catalizzatore di gioco di spiccata intelligenza tattica e qualitativamente monstre, et voilà Borja Valero, poi le scommesse in difesa con gli arrivi del giovane Milan Škriniar dalla Sampdoria e di Dalbert dal Nizza. In chiusura ecco la lenta cumparsita antieroica di Matías Vecino, sbarcato alla Pinetina con l’arduo compito di non far rimpiangere la metafisica intrinseca di due sogni di mezza estate come Radja Nainggolan e Arturo Vidal e ora più che mai elemento fondamentale negli automatismi di Luciano Spalletti tra eleganti disimpegni, devastanti incursioni palla al piede e dei tempi d’inserimento pressoché perfetti facendo valere tutto il proprio peso offensivo e atletico in più d’un occasione (il gol del 3-1 contro la Roma e il contropiede nel derby poco prima del 3-2 interista sono un docet). In tutto questo l’allenatore di Certaldo è riuscito a squarciare quel Velo di Maya che per troppo tempo ha avvolto nel mistero il reale potenziale di alcuni giocatori: in primis Yuto Nagatomo e Danilo D’ambrosio, che sembrano ormai rigenerati dopo aver subito per diverse stagioni la gogna mediatica da parte dei tifosi e degli addetti ai lavori, ma non possono passare inosservate anche le ultime prestazioni di Davide Santon e di Andrea Ranocchia, che fin dal primo giorno di pre-season è stato difeso a spada tratta dal tecnico toscano dopo la buona parentesi in prestito all’Hull City. Il dato di fatto è che Spalletti si è confermato – ancora una volta – un abile degustatore: passeggia con fare silenzioso e sornione sui campi d’allenamento senza tralasciare alcun dettaglio al caso, distingue ogni singola qualità di un giocatore come se stesse assaggiando del buon vino e grazie all’ausilio di un palato fine e navigato riflette sulle singole caratteristiche in modo razionale e consapevole, di chi conosce alla perfezione i propri gusti.

L’Inter di Spalletti: le ragioni dietro al successo

La base tattica spallettiana è il solito 4-2-3-1 che abbiamo già potuto apprezzare in quel di Roma la scorsa stagione, conclusa con un secondo posto da record (87 punti) alle spalle della Juventus di Massimiliano Allegri. Il primo, grande merito che va riconosciuto al tecnico toscano è di aver dato una chiara impronta personale al gioco e una mentalità ben precisa alla squadra, lavorando assiduamente su un gruppo scoraggiato da un pessimo settimo posto e i continui cambi di guida tecnica al fine di renderlo graniticamente compatto ed indirizzato verso uno specifico obiettivo. Un’identità ben definita che si rispecchia in pochi diktat fondamentali: compattezza difensiva, costruzione del gioco palla a terra a partire da Samir Handanovič, centralizzazione degli esterni e massima valorizzazione della punta centrale oltre ad un innato camaleontismo nell’adattarsi all’avversario di turno. Le primi quindici gare di campionato hanno visto i nerazzurri raccogliere 12 vittorie e 3 pareggi al netto di 33 reti realizzate (4^ miglior attacco) e solamente 10 subite (miglior difesa, al pari di Roma e Napoli). Ciò che impressiona positivamente è la ritrovata “fame” dell’Inter nel voler portare a casa il risultato (12 gol di 33 sono arrivati nell’ultimo quarto d’ora di gara) e una buona predisposizione nel gestire il gioco nonostante qualche black-out generale ben attutito e successivamente sventato, ma comunque giustificabile per una squadra che solo ora sta trovando una quadratura definitiva. I nerazzurri dopo il fischio d’inizio studiano l’avversario, per poi cercare di prendere il controllo del match nel secondo quarto d’ora del primo tempo (sono arrivati 7 gol tra il 15’ ed il 30’), peraltro subendo poco o nulla dal punto di vista difensivo, per poi avere un leggero calo tra la fine della prima frazione di gioco e l’inizio della seconda (il 50% dei gol subiti). La qualificazione alla prossima Champions League sembra un obiettivo alla portata del club interista, ma questo sabato l’avversaria sarà la Juventus, corsara al San Paolo e desiderosa di rivalsa dopo aver seminato qualche punto lungo la strada. Come imposterà la partita Luciano Spalletti?

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Miranda e Skriniar si stanno rivelando due autentici muri difensivi per l’Inter di Spalletti, completandosi perfettamente per affiatamento in campo e caratteristiche tecniche – Photo by http://www.passioneinter.com

Impostazione & Costruzione del gioco

La fase di costruzione del gioco interista – come già spiegato in precedenza – parte dalla propria area di rigore, dai piedi di Samir Handanovič, con Milan Škriniar che ha il compito di mantenere la posizione centrale al fine di sventare potenziali minacce, mentre João Miranda si mobilita verso l’out di destra occupato da Danilo D’ambrosio per ricevere il pallone liberamente. In questa fase è fondamentale anche l’apporto fornito da uno dei due centrocampisti (solitamente Gagliardini) che si abbassa di qualche metro per concedere un’ulteriore opzione di passaggio in caso di pressing alto da parte della squadra avversaria, con Candreva e Nagatomo che al contrario alzano il proprio baricentro fino alla linea mediana per conferire maggiore ampiezza alla manovra. Non mancano comunque le occasioni in cui si forma un vero e proprio quadrilatero mobile dove almeno uno degli interpreti della retroguardia nerazzurra riesce a smarcarsi per ricevere il pallone libero dal pressing e dare il via alla trama di gioco senza troppi intoppi. L’evidente merito di Spalletti è quello di aver lavorato in maniera maniacale sull’intesa dei due centrali e sulla sicurezza dei terzini, con quest’ultimi che ora più che mai sembrano consapevoli dei propri mezzi tecnici e dei movimenti da svolgere in campo per una transizione tranquilla fino alla linea mediana. Ovviamente bisognerà valutare con il passare delle settimane la crescita di Dalbert e Joao Cancelo (ma senza dimenticare il ritrovato Davide Santon), che pur avendo trovato poco spazio potrebbero rivelarsi delle armi preziose a lungo termine, soprattutto grazie alle spiccate doti offensive.

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Borja Valero ha trovato la sua prima rete in nerazzurro contro l’Hellas Verona, ma nonostante gli zero assist realizzati sta avendo un ruolo fondamentale nei meccanismi nerazzurri, grazie alla sua spiccata intelligenza tattica e all’impareggiabile talento tecnico

Sviluppo del gioco & possesso palla:

Il diktat principale nello sviluppo del gioco è far sì che il portatore di palla abbia sempre vicino un compagno su cui poter scaricare il pallone. L’ideale spallettiano prevede un fraseggio rapido – al massimo 1-2 tocchi – nel tentativo di velocizzare la manovra non solo in fase d’impostazione, ma anche nel momento in cui viene recuperato il possesso della sfera. Il giro palla è rapido e verticale, per consentire a Borja Valero di mettere in moto i due esterni offensivi, che spesso si ritrovano liberi di ricevere il pallone sulla corsa, e si compone di continue ed eleganti triangolazioni tra i terzini ed i centrocampisti, con Vecino e Gagliardini che hanno il compito fondamentale di fornire uno scarico a D’ambrosio e Nagatomo. Sulla trequarti campo si è rivelato ancora una volta vitale il solito Borja Valero (considerando le prestazioni opache di João Mario e la snervante discontinuità di Marcelo Brozović), capace di muoversi silenziosamente tra la mediana e la difesa avversaria, garantendo dunque una maggiore profondità verticale al palleggio. Ad ogni modo è facile notare come all’Inter manchi un centrocampista offensivo puro, capace di fare da collante tra attacco e centrocampo e di portare in dote 10/12 gol a campionato. A tal proposito, da febbraio, un certo Mesut Özil sarà libero di firmare con qualsiasi squadra…

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La centralizzazione degli esterni è un punto focale del gioco nerazzurro e permette a Mauro Icardi di allungare la sua posizione in campo, rendendolo più freddo e concreto negli ultimi 30 metri, mentre gli esterni trovano maggiori possibilità di dialogo palla a terra con la punta – Photo by http://www.fcinter1908.it

Fase offensiva & Finalizzazione

I nerazzurri hanno dimostrato di poter finalizzare con lucidità in qualsiasi momento della partita – anche in quelli di maggiore difficoltà – soprattutto grazie alla spinta degli esterni alti, le costanti sovrapposizioni dei terzini e la maggiore presenza in area di rigore di Mauro Icardi, autore di 16 gol in 15 partite e ormai entrato nella top-10 dei marcatori all-time del club nerazzurro. Molto importante a tal proposito è il lavoro svolto dai due esterni offensivi, e in particolar modo da Ivan Perišić, che spesso si ritrova isolato per ricevere il pallone e libero di puntare il diretto avversario nell’uno contro uno, per poi cercare l’assist oppure direttamente la via del gol. Una caratteristica che di certo non passa inosservata è l’accentramento richiesto da Luciano Spalletti al croato e ad Antonio Candreva. Tagliando maggiormente il campo gli esterni favoriscono le incursioni da parte dei terzini, che possono inserirsi più liberamente per cercare il cross dal fondo, e consentono a Maurito Icardi di allungare la propria posizione in campo deresponsabilizzandolo da compiti di scarico e protezione della sfera, garantendo così una maggiore lucidità all’attaccante negli ultimi 15 metri. Questo accentramento posizionale consente agli esterni di creare maggior dialogo con la punta e di poter puntare indisturbati alla porta avversaria nel momento in cui ricevono il pallone dietro alla linea mediana. Non manca l’apporto dei centrocampisti, con i costanti inserimenti con o senza palla di Matías Vecino, spesso in grado di creare situazioni di superiorità numerica, e di Borja Valero, sempre saggio nel giostrare il pallone al limite dell’area.

Fase difensiva & di Non-possesso

In fase di non possesso l’Inter si schiera abitualmente con un compatto 4-4-1-1 dove Ivan Perišić e Antonio Candreva si abbassano sulla linea mediana per alleggerire il compito dei terzini in fase di copertura ed evitare la possibile superiorità numerica degli avversari in caso di sovrapposizione, mentre Borja Valero svolge un ruolo nevralgico mantenendosi più avanzato di qualche metro – quasi da seconda punta – per portare un primo pressing sui portatori di palla avversari e bloccare il fraseggio per vie centrali, per poi sfruttare la sua eccezionale visione di gioco periferica in caso di ripartenza rapida, cercando soprattutto lo scatto verso la profondità degli esterni alti. L’obiettivo preveggente della squadra di Spalletti in fase di non possesso è proprio questo: muoversi come un blocco unico attraverso una strettissima marcatura a zona, invitando così la squadra avversaria ad occupare numericamente la propria metà campo, per poi cercare di ripartire sfruttando lo spazio alle spalle dei difensori una volta recuperata la sfera. Anche nell’immediata fase di perdita del pallino del gioco la squadra è rapida nel riposizionarsi in campo attuando un pressing aggressivo e costante nel tentativo di indurre l’avversario all’errore oppure ritardardandone le tempistiche di scarico verso un compagno, consentendo così ad ogni giocatore di recuperare la posizione, con i difensori centrali che si schierano spesso in marcatura preventiva.

Mancano pochi giorni all’ardua impresa dello Juventus Stadium, contro i campioni d’Italia in carica. E ovviamente ci si chiede se Luciano Spalletti abbia già una matita tra le mani, magari speranzoso di ricalcare i contorni del suo disegno, forse preordinato.

Articolo a cura di Daniele Pagani

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