ROMA-SHAKHTAR: CORAGGIO CONTRO VORACITÀ

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Avete presente com’è svegliarsi dopo un bel sogno?

Non mentiamo, siamo tutti caduti nella tentazione di rispondere alla chiamata dell’onirico. Chiudendo gli occhi speranzosi di ritrovarci nello stesso punto di qualche istante prima. Ma niente da fare, volenti o nolenti il richiamo della giornata da affrontare ci costringerà a far ritorno alla realtà, sciogliendo sul cuscino e tra i ricordi quella bella sensazione.

Così a Roma, così a Donec’k.

Il sole sorge sugli accampamenti, che si rivelano tra i fumi dei focolari che arrostivano maiale la notte precedente. Le milizie escono dalle tende, chi dalla propria chi da un’altra dove ha trovato felice compagnia. A terra si contano i calici e le bisacce imbrattati di vino, che i giovani apprendisti delle primavere raccolgono con sapienza, mettendo in ogni gesto cura e speranza.

Così a Roma, così a Donec’k.

IL PRECEDENTE – 7 anni dall’ultima volta, dall’ultimo scontro. Era la stagione 2010/2011, stesso campo di battaglia: Roma e Shakhtar venivano alle armi agli ottavi di Champions. Quello di quegli anni era per la Roma un combattimento non particolarmente ordinato, spesso affidato all’estro del singolo, con Vucinic e Menez che alternavano luci e ombre con straordinarie meraviglie accompagnate da frequenti amnesie e preoccupanti pause non contemplate nell’economia del match. Era una Roma in fase di definizione, che si trovava davanti un bastimento di fuoriclasse del futuro: una squadra capace di primeggiare un girone con l’Arsenal di Fabregas e Van Persie, che arrestò il suo cammino solo ai quarti di finale, dinanzi allo strapotere degli alieni che vestivano blaugrana. Era lo Shakhtar di Srna e Teixeira, di Douglas Costa e Fernandinho, di Mkhitaryan e Willian. Guidato magistralmente dal miglior generale conosciuto in Ucraina: che in 16 anni di Shakhtar registrò l’incredibile dato del 68,5% di vittorie: Mircea Lucescu. Quella battaglia fu stravinta dagli ucraini, che fecero la voce grossa anche all’Olimpico rifilando ai giallorossi un passivo complessivo di 6 reti a 2.

RIFORMISMO – Oggi molto è cambiato da quell’ultimo scontro: interpreti, guida, modo di intendere il calcio. Con la riforma di Servio Tullio Roma passò dai metodi violenti e disordinati del primo periodo regio a schemi di guerra elaborati e funzionali, mi piace pensare che in questi anni qualcuno abbia preso d’esempio il sesto Re di Roma e sia ripartito dall’eredità del primo Spalletti per regalare a Roma e ai romani un’identità che tra Ranieri e Montella, tra Zeman e Luis Enrique si era sgretolata. Un lavoro cominciato da Rudi Garcia e terminato dallo stesso Spalletti, e ora consegnato nelle mani solide e devote di Eusebio Di Francesco. Un percorso che ha dato ordine e disciplina ai soldati romani: lo dimostrano una ritrovata solidità difensiva, con i soli 10 gol subiti in campionato (miglior difesa insieme a Napoli e Inter, ndr) e i tre clean sheets nelle gare casalinghe di Champions League disputate finora. Merito dei due colossi in mezzo alla difesa, Fazio e Manolas, che con il loro strapotere fisico permettono alla Roma di vincere in media ben 14 duelli aerei a partita, più di Juventus e Real Madrid per intenderci, finaliste della scorsa edizione. Ma la Roma di Eusebio Di Francesco non si ferma ai muscoli, è anche leadership e cervello. Tiene in media il 56% di possesso palla, costruendo ragnatele di calcio anche contro il più temibile e organizzato dei nemici. Utilizza le due fasce allo stesso modo, grazie alla ritrovata verve di El Sharaawy e Perotti, e soprattutto al supporto di due terzini fondamentali alla manovra come Kolarov e Florenzi. Il serbo è senza dubbio la nota più positiva di questa squadra, intuizione fenomenale del mago Monchi in sede di mercato. Non bastassero i 3 gol e i 5 assist messi a segno finora, l’ex City si sta dimostrando fondamentale con le sue continue sovrapposizioni, che lo portano ad impensierire il portiere avversario 2 volte in media a partita. Abile anche in fase di non possesso, non ha mai sbagliato una diagonale difensiva dando manforte quando ce ne fosse bisogno ai già citati Manolas e Fazio. Novità assoluta di questa stagione, è l’arretramento di Radja Nainggolan sulla linea dei centrocampisti, diminuendo gli inserimenti rispetto al recente passato da trequartista incursore del periodo Spallettiano, ma riassestando di fatto la mediana capitolina. Non è un caso l’hype nel numero dei cartellini del belga – ben 4 gialli finora – e nei tackle per partita, che sfiorano le due unità. L’ex Cagliari è anche il giocatore con la miglior percentuale di passaggi riusciti, che tocca l’88,3%. Insomma, non appena i compagni fiutino la minima difficoltà, Radja è una banca sicura a cui affidare il pallone. E poi c’è lui, Edin Dzeko, il titano bosniaco. Capace di caricarsi la squadra sulle spalle, di aiutarla partecipando alla manovra, e allo stesso tempo di fare il suo mestiere, spaccando difese e portieri. 11 gol e 3 assist stagionali, provando il tiro verso la porta 4,6 volte a partita.

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A guardarli è tangibile l’incanto e la meraviglia che questa squadra ha regalato alla propria città, conquistando una storica qualificazione in un girone più che proibitivo. Ora sguardo fisso in alto, per continuare a sognare.

GIGANTOMACHIA – Si potrebbe riassumere così, con i giganti della Roma chiamati all’ascesa all’Olimpo, incolonnando monti per scalare la vetta più inarrivabile. Nel mito greco ebbero la meglio Zeus e gli Olimpi, ma con tutto il rispetto per gli ucraini, Donec’k non è patria di Dei e non rappresenta certo l’Olimpo calcistico. Eppure qualche insidia la nasconde.

LEONI – Dopo la dipartita di Lucescu, dal Maggio 2016 Paulo Fonseca occupa la panchina ucraina, salutando il suo Portogallo dove aveva sempre allenato. L’ex Braga e Porto non ha sconvolto l’impronta data da Lucescu, e nonostante una normale rivoluzione degli interpreti, vuoi per radici culturali vuoi per necessità, ha fatto le sue fortune su un’ossatura offensiva di brasiliani. E così Willian è diventato Marlos, Fernandinho è diventato Fred, Teixeira è diventato Taison, D.Costa è diventato Bernard. Nuovi i suonatori, identico lo spartito. Lo Shakhtar 2.0 di Fonseca resta squadra difficile da affrontare per chiunque, che fa dell’organizzazione e dell’aggressività nel recupero palla dogma incorruttibile, dura lex sed lex, anche lasciando il pallino del gioco al proprio avversario come suggerisce il 46% di possesso palla medio nelle gare stagionali. Lo Shakhtar sa attendere, incassare, e poi colpire ferendo il proprio avversario alla minima distrazione. Tutto ciò senza timori reverenziali, e per questo basti pensare a come si porti dietro con fierezza gli scalpi di Napoli e Manchester City. C’è da ricordare che, seppur con tutte le scusanti a livello mentale che ha una squadra che sa già di essere qualificata come prima del proprio girone, il Manchester City ha perso solo la partita con lo Shakhtar in questo suo eccezionale avvio di stagione. Anche in quel caso la partita fu gestita praticamente sempre dalla squadra di Guardiola, che ha tenuto il 67% del possesso palla e sbagliato quasi mai in fase di costruzione, ma la squadra di Fonseca attende, resiste, ruggisce. Un leone può aspettare anche diverse ore prima di decidere di attaccare la sua preda. Si nasconde una sagace esattezza dietro questo atteggiamento del Re dei felini. Così a Donec’k. Letali.

Champions League - Shakhtar Donetsk vs Manchester City
La delusione dei ragazzi di Guardiola dopo l’unica dipartita stagionale alla Donbas Arena

VENATIONES – Chi scrive è convinto che lo aspetti un match estremamente interessante e pronto ad accettare ogni sfumatura. Le statistiche suggeriscono che la Roma terrà il pallino del gioco, e lo Shakhtar attenda sornione la minima disattenzione per liberare i leoni dalla gabbia. Attenzione a Bernard, già a quota 3 reti nella sola Champions, ma anche al puntero Facundo Ferreyra, capocannoniere della squadra con 20 gol. A centrocampo il duello sarà tra Fred e Nainggolan. I giallorossi attaccheranno dalle fasce laterali, creeranno più occasioni che dovranno essere bravi a concretizzare, per poi gestire attentamente il pallone a centrocampo per evitare le fastidiose ripartenze degli ucraini, bravi a svariare sia con attacchi laterali, sia con incursioni centrali. Sarà importante a tal riguardo l’esperienza in mezzo al campo del fu capitan futuro Daniele De Rossi. Le Venationes erano una forma di divertimento nell’antica Roma che implicavano la caccia e l’uccisione dei leoni negli anfiteatri. Così i novelli gladiatori di Di Francesco dovranno agire con foga e premura, per salvarsi la pelle dalle belve che attendono e assaltano alla minima distrazione, lasciando i cadaveri al disappunto della folla. Importante fattore da non sottovalutare: la Prem’er-Liha è attualmente in pausa per la lunga sosta invernale e riprenderà il 17 Febbraio, cioè poco prima o poco dopo l’andata degli ottavi con la Roma, in calendario per il 14 o il 20. Il leone attende, il gladiatore si prepara. Voracità contro orgoglio, forza contro coraggio.

Sotto il suo impero, dopo ogni spettacolo, Augusto era solito dire: acta fabula, lo spettacolo è terminato. Aspetto con trepidazione queste parole, ché i fatti sono preferibili alle speculazioni di chi scrive.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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