CHELSEA-BARCELLONA: LA RIVOLUZIONE DI VALVERDE, LE CERTEZZE DI CONTE

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Al sorteggio di Nyon, la faccia di David Barnard, segretario ufficiale del Chelsea, era speranzosa. Nelle ultime due urne erano rimaste Besiktas e Barcellona. Desiderava prendere i turchi, non c’è dubbio, e invece Xabi Alonso ha estratto la pallina con scritto Barcellona. Il volto subito si è incupito, e la testa bassa mostrava rassegnazione. Eppure forse non sapeva che l’abbinamento con i catalani poteva essere il migliore possibile per il suo Chelsea.

Rivoluzione Barça– La squadra di Conte sembra fatta apposta per adattarsi al gioco del Barcellona. La fisicità e l’intensità dei blues a centrocampo potrebbe sovrastare gli spagnoli, abituati a cercare la giocata in verticale. Dimenticate il tiki taka di Guardiola, Valverde ha stravolto il mondo Barcellona. Una rivoluzione silente e progressiva, che ha portato Messi e compagni primi con cinque punti di vantaggio sul Valencia in Liga e imbattuti nel girone di Champions. Niente più possesso palla sterile, ma una squadra corta e con il baricentro alto. Lo dimostrano i 10.3 recuperi a partita di media∗ e le 3.3 volte in cui i catalani mettono in fuorigioco gli avversari. Le caratteristiche naturali di un club non si possono cambiare da un giorno all’altro e il fraseggio ravvicinato rimane una prerogativa blaugrana, l’interpretazione però è diversa. Sono 675 i passaggi corti del Barcellona a partita in Champions (primi in assoluto) ma più veloci e volti a valorizzare i tagli degli esterni, Suarez, Paco Alcácer (o Deulofeu), mandati in porta sette volte a sera. Il 4-3-3 è un’unione per la vita, ma in quello di Valverde la crema è molto più basca che catalana. Ritmo e rapidità di pensiero. Se con Guardiola, Villanova e Luis Enrique il lancio lungo era un’eresia, ora serve per aprire il gioco, tanto che sono 57 a partita quelli in Champions.

Sempre Leo– L’allenatore basco ha costruito un Barcellona solido, che subisce solo otto tiri a gara e che ha preso solo un gol in tutti i gironi. Anche perché gioca quasi tutta la partita in attacco. Il 30% del gioco infatti, rimane nel terzo offensivo. Nel terzo difensivo invece il dato scende al 21%. Segno di una manovra agile, che porta velocemente il pallone ai tre davanti. Negli ultimi venti metri di campo poi ci pensa lui, Leo Messi. I numeri per certi versi lo offendono. Quattro partite e tre gol, 1.7 passaggi chiave a partita e 3.2 dribbling. L’unica certezza in avanti, perché tra Suárez, Delofeu e Dembelé, insieme, hanno segnato solo una volta.

Problema gol? – È strano vedere il Barcellona al quindicesimo posto nella classifica dei gol segnati (9); soprattutto se la confrontiamo a quella dei tiri, dove non va molto meglio, tredicesimi con 14.3 a partita. Ecco il grande difetto, atavico,  degli uomini di Valverde, voler entrare in porta col pallone. Lo dimostra il 9% delle conclusioni all’interno dell’area piccola, dietro solo a Real Madrid, Juventus, Roma e Liverpool. Questa tendenza però ha dei risvolti positivi. Schiacciandoti in area di rigore, da cui non puoi uscire perché subito Busquets e Rakitic ti vengono ad attaccare, sei costantemente sotto pressione. E prima o poi sbagli. Gli autogol a favore dei blaugrana sono stati già tre in sei partite: Mathieu e Coates nelle due gare dello Sporting, e quello di Nikolau dell’Olympiakos.

Progetto Conte– Conte una settimana fa in conferenza stampa dopo la sconfitta col West Ham era stato chiaro. «Nella mia esperienza, non ho mai vinto un campionato con più di quattro sconfitte. Siamo fuori dalla corsa al titolo». Occasione buona dunque per trasformare la Champions in obiettivo stagionale. La difesa a tre è una garanzia, e gli interpreti anche: Cahill, David Luiz e Azpilicueta hanno buona tecnica e possono impostare velocemente l’azione. I dati della loro precisione passaggi parlano molto chiaro, 92.2% per Cahill, 90% per Azpilicueta e 91.1% di David Luiz. Bene anche il primo cambio, Christensen, che addirittura è il giocatore con la più alta precisione per passaggio in Champions (95.5%).

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Da tre anni e mezzo César Azpilicueta è titolare fisso, sia con Mourinho che con Conte, che non vuole rinunciare alla sua intelligenza tattica- photo by cheseafc.com

Corsie laterali– L’esito del doppio confronto dipenderà molto da come il Chelsea interpreterà il gioco sulle fasce. Marcos Alonso e Moses (o Zappacosta) sono esterni atipici, che tendono più ad accentrarsi e scambiare con le punte che andare sul fondo e metterla in mezzo. Kanté e Fabregas, i due centrali di metà campo, li cercano molto, il 72% delle azioni d’attacco. Eppure i cross a partita sono solo 14 e i passaggi filtranti a partita ancor meno, poco più di uno. Al contrario, i giocatori di Conte calciano tantissimo. Quinti nella classifica tiri, con 16.7 a gara, di cui 6.5 in porta. La zona centrale è quella da dove arriva il 65% dei tentativi. Il motivo? I movimenti di Álvaro Morata. All’attaccante spagnolo piace venire fuori dall’area, dialogare con i centrocampisti, creare spazi e allargare il gioco sugli esterni. È uno che non dà punti di riferimento e che pensa alla giocata da fare in relazione alle caratteristiche del difensore che lo marca. Nella prima partita del girone in casa dell’Atletico Madrid, ha costretto Giménez a venirlo a prendere sulla destra, mandandolo in difficoltà. Ad occupare l’area ci pensano a turno Pedro, William e Hazard, dato che Conto ha ormai definitivamente abbandonato il 3-5-2 in favore del 3-4-3 per sfruttare di più le caratteristiche dei suoi trequartisti.

Gioco aereo– Saranno interessanti i duelli a centrocampo. Il Barcellona potrebbe sfruttare la superiorità numerica, ma pagherà la fisicità di Kanté e Fabregas, e, se dovesse giocare, di Bakayoko. I tre insieme hanno 8.7 contrasti a partita, il doppio di dei di Busquets,  Iniesta e Rakitic (4.4). Se c’è da mettere la gamba, sicuro i blues non si tirano indietro. Per quanto riguarda i passaggi intercettati invece, si va dall’ 1.3 di Iniesta ai due di Kanté. Attenzione infine alla gestione delle calci piazzati. Nonostante i tre difensori del Chelsea siano tutti oltre il metro e settantacinque, spesso leggono male le traiettorie e si perdono gli avversari. Conte ha provato la marcatura sia a uomo che a zona, ma gli errori non sono scomparsi. Tre dei nove gol subiti nel girone vengono dalle palle inattive. Il Barça invece ha nei calci da fermo un punto di forza. Il 25% delle reti  catalane sono frutto di un calcio d’angolo o di una punizione laterale, e se si considera anche l’autogol di Coates dello Sporting, che ha deviato nella sua porta una punizione da destra di Messi, il dato sale al 37.5%. Corsa, bel gioco e tanta tecnica dunque. Gli ingredienti perfetti per una da leoni. Anzi da campioni, di Spagna e d’Inghilterra.

Articolo a cura di Fabio Simonelli

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