MARCELINO E IL VALENCIA: CRONACHE DI UNA SILENZIOSA RIVOLUZIONE

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Grafica a cura di Alessio Giannone

Le immagini dell’auto di Marcelino ribaltata sul ciglio di una strada tra Logrono e Bilbao sono davvero forti. L’allenatore del Valencia alla vigilia di Natale si è scontrato con un cinghiale mentre si stava dirigendo nelle Asturie per festeggiare con la sua famiglia. Macchina semi distrutta, ma nessun danno per lui. Verrebbe quasi da pensare a un miracolo. E un miracolo, tutto sportivo, è quello che Marcelino sta costruendo a Valencia.

Più che rivoluzionario, Marcelino Garçia Toral è un normalizzatore. Epiteto quanto mai abusato nel linguaggio del calcio, ma questa volta particolarmente adatto. L’anno scorso dopo sedici giornate il Valencia era diciasettesimo in Liga, a tredici punti, con tre vittorie, quattro pareggi e nove sconfitte. Un anno dopo los murcielagos (i pipistrelli, ndr) sono terzi e  in piena zona Champions, con cinque punti di vantaggio sul Siviglia quinto.  Per cercare di risolvere il caos della gestione Peter Lim, Marcelino ha scelto la strada della semplicità. Poche regole, ma chiare. Chi sgarra, paga e resta fuori dal progetto. In estate ha gestito la campagna acquisti a stretto contatto col nuovo Direttore Generale Mateu Alemany, ex Mallorca. I due hanno individuato gli uomini nel futuro in una rosa da trentatré giocatori (molti portati solo per fare un favore a Jorge Mendes). Gli altri, «i prescindibili» sono stati gentilmente accompagnati alla porta. Qualche nome? Abdennour, Mangala, Perez, Nani, Munir e Negredo. Soldi da spendere sul mercato ce n’erano pochi, quindi Marcelino e Alemany hanno puntato sullo stesso profilo di giocatore: giovane, in cerca di riscatto e possibilmente low cost. Kondogbia, Murillo  e Montoya sono la sintesi perfetta di questa strategia. L’unico sforzo è stato fatto per Gabriel Paulista, pallino di Marcelino che l’aveva avuto al Villareal. Poi il riscatto di Zaza dalla Juventus e la decisione di affidarsi stabilmente ai due terzini canteranos, Nacho e Toni Lato.

Fase Offensiva– Chiarezza e linearità anche a livello tattico. Considerato da tempo un seguace della scuola sacchiana, Marcelino ha ricominciato dal 4-4-2 anche a Valencia. Secondo lui è il modulo migliore per coprire il campo. Marcelino vuole giocatori capaci di muoversi sia con il pallone che senza, e che sappiano occupare lo spazio. In quest’ottica il lavoro delle punte è fondamentale: Zaza e Rodrigo devono svariare su tutto il fronte d’attacco, scendere sulla trequarti per aprire il gioco sulle fasce ma soprattutto puntare i centrali avversari, perché spesso si trovano due contro due. Non è un caso che il Valencia tiri in porta 4.9 volte a partita ∗ e sia la delantera più efficace, con un gol ogni 4.41 conclusioni. Zaza inoltre ha cominciato la stagione in maniera straordinaria. È il centravanti ideale per il calcio di Marcelino: molto bravo nel movimento a elastico, viene incontro a fare le sponde e si lancia in profondità. Una reattività che a volte si trasforma in irruenza, cosa che lo rende il terzo giocatore più falloso della squadra (1.7 a gara). Ma Marcelino l’ha recuperato anche mentalmente. Messo in panchina nel derby contro il Levante, Simone non l’ha presa bene. Entrato in campo nel secondo tempo, non ha brillato. È scappato in fretta negli spogliatoi, ma Marcelino lo ha richiamato e lo ha costretto ad andare a salutare i tifosi, criticandolo poi davanti alle tv spagnole. Nella partita successiva lo ha schierato titolare e Zaza lo ha ripagato con una tripletta in otto minuti.

Nell’idea calcistica di Marcelino, la squadra si deve muovere come un blocco unico accorciando sempre sul pallone. La parte di campo lasciata dal movimento dei giocatori in funzione dell’azione avversaria deve essere occupata dagli esterni in contropiede. Sono già tre i gol in transizione del Valencia, l’8% del totale. In fase offensiva i bianco neri sfruttano l’ampiezza del campo sulle fasce. Il 71% dei tocchi arriva o da sinistra o da destra. Guedes da una parte e Soler dall’altra mettono dentro circa diciassette cross a partita. Una vera manna per Zaza e Rodrigo, molto bravi a tagliare in area alle spalle dei difensori. A Soler Marcelino chiede di ripiegare spesso in difesa, a Guedes invece lascia molta più libertà. Vuole che si accentri, scambi con gli attaccanti e con i due centrali di metà campo e che sia il vero regista della squadra. Il portoghese è quindi,  insieme a Parejo, il giocatore con il numero più alto di passaggi chiave, 1.7 a partita.

Fase difensiva– La solidità difensiva delle squadre di Marcelino già si vede. Le linee strette tra difesa e centrocampo di notano spesso in Liga. Il Valencia è terzo per efficienza difensiva, e per segnarle sono necessari almeno 13.4 tiri a partita. Il veloce contropiede voluto da Marcelino costringe spesso Parejo e Kondogbia a fare gli straordinari in fase di interdizione. Sono loro infatti ad aver il primo e il terzo dato più alto di contrasti, 3.1 e 2.7 a partita. L’ex stella dell’under 21 roja lo scorso anno era lento, indolente, sembrava sempre lì per caso. Marcelino ne ha fatto il centro del suo sistema, migliorandolo tatticamente e valorizzandone la visione di gioco. Ora il castigliano Sventaglia meravigliosamente la palla da destra a sinistra, ed è primo per quantità di passaggi lunghi tra i giocatori di movimento (6.8 a gara).  Parejo, poi, in questa stagione corre molto e bene. È sempre al posto giusto al momento giusto, una sicurezza per i compagni in difficoltà. Frutto anche del rigido regime alimentare voluto dall’allenatore asturiano.

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Le statistiche del Valencia nelle prime 16 giornate-photo by futbolavancado/twitter

Kondogbia in due anni di Inter non ha mai trovato un ruolo. Ha provato a fare la mezzala, il regista, l’uomo davanti alla difesa e quello tra le linee. Tutto inutile, una serie di prestazioni deludenti e la sensazione che fosse in completa confusione. Marcelino ha risolto il rebus: lo ha messo davanti alla difesa, a recuperare palloni e scaricare rapidamente sui terzini e su Parejo. Deve ancora limare la sua irruenza (2.2 falli di media) ma essere al centro del progetto blanco y negro gli ha dato fiduciaUna menzione speciale va anche per altri tre calciatori che in Italia erano ai margini nelle proprie squadre: Neto, Montoya e Murillo. Il portiere brasiliano si aspettava di essere il numero uno della Juventus, non avrebbe accettato un altro anno da secondo dietro Buffon. Le poche gare dell’anno scorso poi non avevano impressionato la dirigenza juventina che in estate lo ha mandato via per sei milioni. Al Valencia la sua stagione finora è sorprendente: già sei clean sheet (partite senza gol) in sedici giornate che ne fanno uno dei portieri più affidabili della Liga. Stesso discorso per Murillo e Montoya. Il colombiano è stato venduto per tredici milioni senza particolari rimpianti, lo spagnolo ha giocato solo un paio di partite in neroazzurro ed è stato poi girato in prestito a gennaio. In Spagna sono rinati: sono i migliori per intercetti (2.4 e 1.9 di media) e subito dietro a Parejo per numero di contrasti. Segno che Marcelino ha lavorato a lungo sull’aspetto psicologico dei suoi calciatori; come un altro allenatore molto amato da quelle parti, Rafa Benitez. Rafa, come Marcelino, da debuttante su quella panchina (2001-02), è rimasto imbattuto per le prime sette giornate e a fine stagione ha vinto il titolo. Marcelino quasi certamente non vincerà la Liga, troppo forti Barcellona e Real. Ma riportare i suoi in Champions, dopo due stagioni in zona salvezza, sarebbe già un piccolo miracolo

Dati Whoscored relativi alla Liga 2017/2018

Articolo a cura di Fabio Simonelli

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