SEAN DYCHE, UNA “VOCE” FUORI DAL CORO CON IL SUO BURNLEY

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Qualche giorno fa Sean Dyche, manager del Burnley, ci ha scherzato su. Un suo ex compagno di squadra ai tempi del Bristol City, Soren Andersen, aveva dichiarato alla stampa che la ragione per cui la voce di Dyche era così rauca, era dovuta al fatto che in allenamento si mangiasse i vermi dei campi da gioco. «I vermi? No solo un po’ di ghiaia a colazione» ha risposto Dyche, spiegando poi che si divertiva a prendere in giro Sorensen fingendo di «sgranocchiare» dei lombrichi e sputandoli senza farsi vedere. Il suo inglese non è proprio oxfordiano, ma è quello di uno che sa cosa vogliono dire lavoro e sacrificio, e cerca di trasmetterlo alla sua squadra

Quando nasci a Kettering, nella contea di Northamptonshire, centro dell’aziende calzaturiere inglesi, impari subito che bisogna adattarsi al paio di scarpe che ti danno. Una lezione che Dyche ha fatto sua, ripetuta anche in conferenza stampa prima della gara contro il Manchester United di Mourinho: «Loro prendono Sanchez? Certo, ora la forbice tra i grandi e i piccoli club si allarga, ma io mi tengo Wood e Vokes». Una bella iniezione di fiducia per due che hanno segnato quattro e tre gol in Premier.

Si può essere ottavi in campionato pur avendo il penultimo attacco (19 reti davanti solo allo Sweansea), la sedicesima media tiri (9.8 a partita) e il terzo peggior dato (44.4%) del possesso palla? Letti così, sono numeri da lotta per la salvezza, non per l’Europa League. Eppure il segreto sta tutto nella fase difensiva, al limite della perfezione. Ventuno gol subiti, di cui tre su calcio di rigore. Il Burnley poi non prende mai gol in contropiede, segno che la cerniera tra i due centrocampisti centrali Cork e Defour e la difesa resta sempre chiusa. Il 4-2-3-1 di Dyche si trasforma in fase di non possesso in un 4-5-1 con le distanze ridotte tra i reparti. Capita spesso di vedere i clarets tutti compatti in trenta metri di campo, per poi ripartire sugli esterni sfruttando la velocità di Gudmundsson e Artfield.

In una Premier sempre più internazionale, nella quale i manager straniera hanno portato la cultura del possesso palla e delle rapide verticalizzazioni nella trequarti avversaria, il Burley è un’anomalia. Una squadra fisica, dal pressing alto e all’occorrenza cattiva, come dimostrano i 44 cartellini gialli da inizio stagione. È difficile vedere Ben Mee e Tarkowski, i due difensori centrali, impostare l’azione. Molto meglio in marcatura, tanto da garantire a Nick Pope nove clean sheets in Premier. Il centro della manovra claret sono invece le corsie esterne. Lowton e Ward sono due laterali dai piedi buoni, che possono anche giocare sulla linea di centrocampo se Dyche deicide di coprirsi di più. Se c’è da mettere la gamba però non si tirano indietro, tanto da registrare rispettivamente 1.9 e 1.5 tackles a partita. Hanno anche un ulteriore vantaggio, alzando la testa possono appoggiarsi sui due valori aggiunti di questa stagione, Gudmundsson e Artfield.

L’islandese e il canadese finora hanno avuto un rendimento eccezionale, assist (sei sui 19 gol), corsa, cross e sacrificio in ripiegamento. Quando ricevono palla, hanno tantissime soluzioni: possono puntare il terzino avversario e andare al cross oppure accentrarsi e calciare. Il 70% delle conclusioni in porta del Burnley infatti arriva dalla fascia centrale, il restante 30% egualmente diviso tra destra e sinistra. Merito anche della presenza in area di rigore di Wood, molto abile nel controllare i lanci lunghi che arrivano dalla difesa (4.3 duelli vinti a gara) e smistare il gioco sugli esterni. Lì davanti l’unica certezza è lui, per il resto ruotano tutti. In suo appoggio Dyche ha provato Vokes e Barnes, senza mai migliorare troppo la pericolosità in zona gol. I giornali del Lancashire più volte nell’ultimo periodo hanno sottolineato come ai Clarets serva un attaccante da doppia cifra, ma a Dyche non dispiace il lavoro sporco del neozelandese.

Mancherebbe anche un regista che possa velocizzare il gioco, soprattutto negli ultimi metri. Jeff Hendricks, che gioca tra le linee a ridosso di Wood, è più un giocatore di equilibrio che un rifinitore. Due gol e un assist per lui in Premier, mai una volta uomo partita e più in generale la sensazione che non abbia trovato la posizione ideale in campo. A contribuire al suo spaesamento spesso ci pensano Cork e Defour, molto attenti in fase di recupero palla, ma troppo lenti nel smistarla. Molto spesso poi si limitano alla giocata corta in orizzontale, ed è vero che hanno il dato più alto per precisione dei passaggi (80.2% e 83.8%) ma raramente arriva il passaggio che crea la superiorità numerica. Lì in mezzo però non si passa, anche perché intercettano i passaggi avversari 1.9 e 1.3 volte a partita. Non è un caso dunque che la maggior parte dei tiri subiti dal Burnley, il 46%, arrivi da fuori area. Quasi impossibile poi segnare ai clarets sui calci piazzati. Solo tre gol subiti, Mee eTarkowski sono una sicurezza: 5.1 e 4.1 le loro medie di duelli aerei vinti a gara in Premier.

Uno dei protagonisti dalle parti di Turf Moor è senz’altro Nick Pope. Una stagione stupenda quella del portiere inglese, che, se continua su questi standard, gli spalancherà le porte della nazionale. Non è questione solo dei 14 clean sheets: Pope dà sicurezza tra i pali, nelle uscite e sui calci piazzati. Sempre posizionato al meglio, non si perde in pose plastiche e non va tanto per il sottile, come dimostrano le 12 parate di pugno in stagione. Pope più di una è stato decisivo nel corso del campionato, con 66 salvataggi fino ad ora: più di Mignolet , di Coutois, di Ederson e dietro solo a Pickford e De Gea. Una certezza, come questo Burnley, che ormai raggiunta la quota salvezza, punta a piazzamento europeo che manca da 55 anni.

Articolo a cura di Fabio Simonelli

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