ARTIFICI E ASSOLUTI DI “O MAIOR”

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Vitor Baptista – photo by http://www.expresso.pt

Forse traviati dalla vulgata dominante e influenzati dai sensazionalistici, e piuttosto melensi, fiumi di inchiostro versati sul suo conto, tendiamo ad associare, o perfino sovrapporre, all’immagine di George Best quella dello stereotipo del calciatore tanto estroso quanto sregolato: geniale artista in campo così come incorreggibile e impenitente viveur fuori. Se prima era soltanto un’icona da celebrare, e magari venerare, col tempo, inevitabilmente, la decalcomania imperante nel mondo del calcio ha trasformato il leggendario numero sette del Manchester United in un’ unità di misura vivente: la più potente delle metonimie in cui intrappolare le peculiarità del corredo bestiano presenti negli epigoni disseminati ai quattro angoli del globo.

Paese che vai, George Best che trovi. Francisco Marinho, ad esempio: ha speso tutta la carriera tra Brasile e Stati Uniti. Era un infaticabile terzino sinistro tutto polmoni dalla vocazione ostentatamente offensiva, di quelli che arano la fascia a tutta birra e senza soluzione di continuità, ma aveva una passione smodata per l’alcool e nei week-end piantava tutti, affittava una aereo di nascosto e se ne andava a puntare sulla roulette in qualche sperduto casinò di Montevideo. Per questo, oltre al ridondante corteo di soprannomi che s’era guadagnato, e che, stringi stringi, attingevano a piene mani dalla stessa fonte, cioè quella dei succulenti aneddoti legati alle stravaganti e pittoresche prodezze extracalcistiche, lo iniziarono spontaneamente a paragonare al fuoriclasse nordirlandese: seguendo lo stesso filo logico che aveva condotto gli italiani ad individuare nell’istrionico Ezio Vendrame il proprio alter ego del campione di Belfast, o spinto gli spagnoli a rintracciare similitudini retroattive tra il Quinto Beatle e Guillermo Gorostiza, quasi per osmosi, Marinho di colpo si ritrovò ad essere il “George Best” brasiliano. Dall’altra parte dell’oceano, in Portogallo, invece, l’onore e l’onere di vedersi appioppare l’ingombrante etichetta è toccato ad un calciatore forse sconosciuto ai più, ma la cui caratura è garantita dalla miriade di superlativi e iperboli, come “O Maior” o “Meu Deus“, proliferati come funghi e usati in terra lusitana per riferirsi a lui: Vítor Manuel Ferreira Baptista.

Come tante storie di fuoriclasse dannati, e proprio per questo così maledettamente accattivanti, anche la parabola di Vitor Baptista affonda le radici nella povertà e si sviluppa a partire da un’infanzia di stenti e sacrifici vissuta in un quartiere degradato di Setubal, la città famosa per aver dato i natali, tra gli altri, a Josè Mourinho. Anche per una semplice questione di necessità, in famiglia sono tutti dei lavoratori indefessi. Il padre, Sebastiao, commercia in pesce al mercato in piazza, mentre la madre lavora come operaia in una industria di conserve: insieme ai due fratelli Eduardo ed Idaliano, entrambi più grandi di lui, la famiglia Batista vive in una stamberga del barrio Carmona, male illuminata, dotata di tre stanze appena, e la cui porta d’entrata è in realtà un pannello di latta e legno.

In quel periodo, assieme ai compagni di marachelle Pedro, Jaime e Florival, inseparabili amichetti d’infanzia, mette su una sorta di banda. In branco si divertono a burlarsi dei passanti e a compiere qualche piccolo furtarello di frutta, poi rivenduta per dieci centesimi agli ignari calciatori del Vitoria: “Santo António comigo vai,/ São João comigo vem./ Quando eu estiver a roubar,/ Não quero que apareça ninguém“, stornella in maniera propiziatoria Vitor, tirando in ballo i santi e pregando di non essere colto in flagranza. A dieci anni, quando rimane orfano del padre, stroncato da un infarto, gioca e fa la differenza per il Rio Azul, la piccola squadra del quartiere. Nel frattempo, accolto sotto l’ala protettrice di un amico di famiglia, trova impiego come apprendista elettricista, e un lustro più tardi furoreggia e si laurea vice-capocannoniere, alle spalle del futuro allenatore Quinito, durante un torneo di calcetto. A questo punto di una traiettoria, generalmente, l’intromissione prepotente della fortuna, o del fato se volete, funge da volano per una svolta, affinchè il talento in erba possa effettuare il salto di qualità ed evolversi in qualcosa di più come, ad esempio, un astro nascente. Caso vuole – infatti – che quel giorno sugli spalti sia presente un osservatore del Vitoria. Stregato dalle fenomenali abilità mostrate da Vitor. Gli offre 500 scudi al mese, escluso il vito e l’alloggio alla pensione Vitoria, e lo veste di biancoverde. Baptista, in quel momento, è l’uomo più felice del mondo.

Nel 1967, a diciotto anni, è deus ex machina dell’annus mirabilis del Vitoria Setubal guidato in panchina da Fernando Vaz: i sadinos ottengono un onorevole quarto posto in campionato, qualificandosi alle coppe europee per la stagione successiva, ma, soprattutto, grazie alle prodezze di Vitor, riscattano la sconfitta dell’anno prima in finale con lo Sporting Braga, sollevando al cielo la taca de Portugal sfilata sotto al naso dell’Academica di Coimbra dopo un interminabile ultimo atto. L’ineluttabile convocazione di Josè Maria Pedroto nella nazionale juniores rientra nel normale ordine delle cose ed è cartina al tornasole dello status raggiunto da Baptista: titolare inamovibile e uomo-copertina del Vitoria, Vitor è il calciatore più chiacchierato e desiderato del momento sul quale si posano le attenzioni dei colossi della capitale. Lo stesso allenatore sbarca sulle rive del Sado nel 1969. E’ lui ad avere la geniale intuizione di avanzarne il raggio d’azione di Vitor, dirottandolo dalla mediana alla trequarti e venendo ripagato a suon di reti: nel 1970-71 nella sua stagione più prolifica, conclusa con trentatre reti, Baptista si laurea addirittura capocannoniere in coabitazione col benfiquista Arthur Jorge. L’anno prima, durante una partita col Porto, Pedroto, quasi diffidando della sua vena realizzativa, aveva voluto scommettere con lui. Sapeva di possedere un accendino d’oro che a Vitor piaceva un sacco, e così gliel’aveva buttata li: “Lo vuoi? Se fai due reti è tuo“, gli aveva sussurrato tra lo spavaldo e il provocatore per stuzzicarlo. “O Maior” scese in campo al das Antas, la vecchia cattedrale del Porto, rifilò una doppietta ai Dragoes e passò tronfio a riscuotere il meritato premio.

Ormai, a giudicare dagli atteggiamenti snobistici da primadonna mantenuti in campo, e ostentati fuori, è abbastanza consapevole del fatto di essere diventato una stella. E come tale si comporta.

Un giorno si ritrova in camera ad ammirare compiaciuto il proprio riflesso nello specchio: “Ó, meu Deus, porque me fizeste tão belo?”, commenta in maniera narcisistica e autocelebrativa tra le risate sguaiate di Fernando Tomè e Pedras, compagni di spogliatoio e di camera: quell’esilarante siparietto sarà la fonte di uno dei mille soprannomi, “Meu Deus“, con cui è stato ribattezzato.

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A maturazione completata, nell’estate del 1971, Vitor Batista è il gioiello più luccicante del panorama lusitano su cui tutti vorrebbero allungare le mani. Come logico, si scatena un’asta selvaggia. Lo Sporting Lisbona gli fa una corte spietata e sembra in pole position, ma poi, con un provvidenziale colpo di reni finanziario, i rivali cittadini del Benfica confezionano una proposta faraonica e fanno saltare il banco, assicurandosi le prestazione del prodigio di Setubal autore di trentatre reti in ottanta partite coi sadinos. Oltre ad un assegno da tremila scudi, per battere l’agguerrita concorrenza e scardinare le ultime perplessità dei dirigenti biancoverdi, gli Incarnados, che hanno intenzione di assegnarli la pesante eredità di Eusebio, non si fanno troppi problemi a mettere sul piatto, come contropartite tecniche, anche i cartellini del veterano Josè Torres e dei giovani Praia e Martine, stabilendo un record per il mercato portoghese.

Vitor Baptista aveva tutto per sfondare e per consacrarsi come uno dei più grandi calciatori portoghesi di sempre. Ad un corpo comunque ben strutturato, oltre ad una visione di gioco periferica abbinava una tecnica cristallina, e secondo i racconti elegiaci di chi l’ha visto giocare dal vivo, ubriacare e mettere in fila gli avversari, prima di scaraventare la palla in rete con un’eleganza regale e una facilità sovrannaturale, la sua figura avrebbe persino potuto se non eclissare, quantomeno appannare, quella del mitologico Eusebio, indiscutibile numero uno lusitano di tutte le epoche. Eppure, proprio in questo prezzemolino omaggio all’ucronia, presente in tutti gli articoli e le biografie a lui dedicate dalla stampa portoghese ed internazionale, oltre che nelle testimonianze forse non proprio distaccate dei coevi, s’annida il vero nocciolo della questione: come mai non ha spodestato, effettivamente, Eusebio dall’inscalfibile trono su quale si è seduto e dal quale nessuno, a parte Cristiano Ronaldo, pare in grado di scalzarlo? Quali sono le basi su cui poggia il suo fallimento, sempre se così può essere definito?

Nonostante nella sua ampia parentesi nella Capitale Vitor Baptista abbia messo a segno una cinquantina di reti spalmate su centododici partite, quasi una ad incontro, e contribuito alla conquista di cinque titoli e una Coppa del Portogallo, nella memoria dei diretti interessati, ovvero i portoghesi, il ricordo delle gesta in campo, per quanto entusiasmanti e prodigiose, si diluisce al confronto con quello delle imprese extracalcistiche, dei siparietti goliardici, dell’inesaurbile florilegio di aneddoti pittoreschi inscindibilmente associati alla sua figura. Sarà per l’antico e immarcescibile fascino dell’anticonformistico, o anche per l’innegabile gusto della società consumistica di specchiarsi nella retorica del talento naif, ma la vena da dandy maledetto e scapestrato che sfreccia a bordo di una rombante Jaguar decappottabile, a volte accompagnato persino da uno chauffeur con tanto di cappello d’ordinanza, e se ne va in giro in sandali e camicia hawaiana mentre tutti gli altri sono acchittati in maniera elegante, ha avuto il sopravvento sull’icona calcistica, ed  è sicuramente quella più celebrata, anche senza essere necessariamente incensata. Come un mustang selvaggio, d’altronde, Vitor Baptista, recalcitrante a qualsiasi tipo di gerarchica imposizione, si è preoccupato di rispondere sempre e soltanto alla propria indole balzana : senza ponderarne le conseguenze, è stato capace, ad esempio, di dare del “maluco”, cioè matto, a Juca, allenatore della nazionale portoghese reo di avergli tirato le orecchie per un ritardo in allenamento alla vigilia di una gara con Cipro valida per le qualificazione europee, pregiudicandosi il futuro con la Seleçao, ha avuto l’ardire di rifiutarsi di scendere in campo col Liverpool al debutto delle Aquile nella Coppa dei Campioni ’77-78, replicando un fatto avvenuto qualche anno prima, quando, nel bel mezzo di una tourneè in Russia aveva garbatamente declinato l’invito a scendere in campo, perchè poteva mica abbassarsi a giocare con dei dilettanti, o ancora, ma qui si sconfina nella leggenda, prima di un allenamento, secondo alcuni sotto effetto di sostanze stupefacenti, ha legato goliardicamente un cagnolino al palo della porta, così giusto per vedere che effetto faceva. Tutte cose che, si sa, hanno un certo ascendente sulla gente e che, tramandante di padre in figlio, hanno finito ineluttabilmente per alimentare e modellare il mito di “O Maior”.

A quella stagione, l’ultima peraltro in maglia benfiquista di Vitor, appartiene anche il più famoso degli aneddoti, uno dei pochi legati in un qualche modo alle vicende squisitamente calcistiche, sulla quale è stata edificata e poggia le proprie basi la leggenda di “O Maior“. Il 12 febbraio 1978 in un Estadio da Luz pieno come un uovo il Benfica, in piena lotta per il titolo col Porto, affronta lo Sporting nel Clasico della capitale. Comprensibilmente la partita è tesa, le squadre si studiano oltremodo e il punteggio fatica a sbloccarsi. Il Benfica, che non può concedersi passi falsi, e deve continuare a far sentire il fiato sul collo dei Dragoni, ci ha provato in diversi modi, ma ha sempre incontrato la tenace resistenza dei biancoverdi, rimasti orfani di Jordan, a cui il benfiquista Alberto ha mandato in frantumi una tibia con un’entrata da codice penale. In avvio di ripresa, al cinquantaquattresimo minuto, ci vuole una prodezza di Vitor per far crollare l’apparentemente invalicabile fortino  sportinguista. Cavungi scappa in fuga sulla destra, alza la testa e fa cadere un velenoso spiovente nel cuore dell’area di rigore: “O Maior” addomestica dolcemente la palla col petto, si fa beffe di Inacio e poi dipinge un’opera d’arte, incenerendo un’impotente Botelho con una poderosa cannonata.  A questo punto la storia assume contorni comici, quasi da scenetta cabarettistica.

Preconizzando i tempi, e anticipando una moda che sarebbe deflagrata in maniera dirompente negli anni ’90, oltre alle immancabili e ciondolanti catenine, Baptista sfoggia un orecchino tempestato di diamanti, da cui evita di separarsi e che, più che un vezzo, è qualcosa che ricorda da molto vicino uno status symbol: “non lo toglievo neanche per dormire“, ha ricordato con una certa fierezza molto tempo dopo.

Rinsavito dopo un’esultanza frenetica e scomposta, si passa una mano sul lobo destro e scopre di aver smarrito il prezioso amennicolo: plausibilmente gli è scivolato via quando è stato travolto dai compagni ebbri di gioia. In una foto parecchio divertente, si vede un impanicato Vitor Baptista, aiutato dai compagni Toni e Humberto Coelho, mentre gattona sul prato del Da Luz alla disperata ricerca dell’orecchino perduto, costringendo, tra gli ridolini della gente assiepata sugli spalti, l’imbarazzato arbitro Rosa Santos a sospedere le ostilità per quasi un quarto d’ora. Il Benfica conduce in porto la vittoria, ma il gioiello, nonostante l’alacre ricerca di numerosi volontari, non verrà mai più ritrovato: “l’orecchino valeva otto scudi, e il premio partita ammontava appena ad otto. Insomma ci ho perso lavorando”, commenta con pragmatico sarcasmo all’indomani della sfida.

Sono quelli i giorni in cui discute il rinnovo di contratto con la dirigenza benfiquista. Due anni prima, a rinnovo appena sigillato, e a conferma di una consapevolezza nei propri mezzi sempre più marcata, in un’intervista concessa al giornalista Joaquim Rita del quotidiano “A Bola” si era autocelebrato lasciando trasparire in poche sillabe tutto il proprio ego sconfinato: “Sono il miglior giocatore portoghese. Ci sono altri buoni giocatori, come Chalana, ma io sono il migliore“: aveva dichiarato spavaldo, quasi a voler giustificare il sacrificio economico sostenuto dalla società per tenerselo stretto e a ribadire la centralità nel’universo benfiquista. Proprio per questo senso di onnipotenza, forse, nel 1978, agitando lo spettro dell’addio, pensa erroneamente di poter prendere per la gola i dirigenti, di poter chiedere qualunque cifra, e qualunque cosa, compresa la luna. Si accontenterebbe, si fa per dire, di un ritocco verso l’alto dello stipendio, fino a seicentocinquanta scudi al mese, e delle chiavi di una fiammante Porsche Carrera: vada pure per la vettura sportiva, i dirigenti, inflessibili, non hanno alcuna intenzione di fare figli e figliastri e scollinare oltre i quattrocentocinquanta scudi mensili. La trattativa s’incaglia. Il compromesso non si trova. Orgoglioso, Vitor Baptista ne fa una questione di principio. Dopodiché smonta le tende, e toglie il disturbo tornando mestamente a casa, a Setubal, dove si accontenta di una paga infinitamente inferiore: grazie ad una colletta organizzata dai commercianti del posti, i biancoverdi arrivano ad offrirgli una busta paga da cento scudi mensili. Per uomini intrappolati in un carattere impulsivo e profondamente orgoglioso, per non dire permaloso, come Vitor Baptista, quando qualcuno ti ha manca di riconoscenza non esiste ragione economica che tenga: bastano e avanzano pure quelli.

Piuttosto che il bottino di sette reti spalmate su diciannove partite, comunque lusinghiero, e sintomo di un calciatore ancora performante, se sappiamo con esattezza a quale punto della parabola di Baptista va collocata la seconda e forse pletorica parentesi col Vitoria, che tutti fanno coincidere con la prima tappa del calvario di un declino inarrestabile al quale si è appena avviato, è grazie ad un solo elemento, guardacaso extracalcistico: per ingraziarsi la città, organizza una corrida e sponsorizza l’evento ai quattro venti, dimenticandosi, però, di reperire i tori e rimediando una figuraccia epocale. A Setubal si ritrova a fare i conti con i modi autoritari e la disciplina ferrea dell’inglese Jimmy Hagan, già sperimentata e mal digerita ai tempi del Benfica. I litigi, anche furiosi, non sono infrequenti. Una volta, nel bel mezzo dell’allenamento, Hagan gli scaraventa deliberatamente un pallone sul viso per scatenare la sua rezione. Lui non si scompone, raccoglie un sasso, e poi lo agita abbaiando in faccia all’allenatore: “Se hai corraggio fallo anche con questo“, gli dice a denti stretti nel tentativo di provocarlo. E’ un periodo turbolento anche dal punto di vista personale: stanco dei continui eccessi del marito, compeltamente inghiottito dalla subdola spirale della droga, la moglie Mimi chiede e ottiene il divorzio. L’ancora di salvezza gliela lancia il presidente del Boavista Valentim Loureiro, suo grande estimatore: nello stesso momento in cui arriva a riscattarlo dalle sabbie mobili, gli regala una Volvo azzurro e accetta la richiesta di cambiare l’arredamento dell’appartamento nel quartiere di Foz dove lo aveva mandato a vivere, perchè quello presistente non si sposava con il proprio esigente gusto estetico. Sotto la guida del mentore Pedroto, le Panteras vanno oltre le più rosee aspettative e si piazzano al quarto posto, ma Vitor, ad un certo punto, dopo una stagione comunque buona dal punto di vista individuale, saluta tutti e se ne va: alla base dell’addio, dicono, ci sono delle questioni salariali pendenti evidentemente irrisolvibili. Ma il motivo, quello vero, è un altro. Sul tavolo del fuoriclasse portoghese è giunta in carta bollata la faraonica offerta dei San Josè Earthquakes. Antonio Simoes, il direttore sportivo lusitano della franchigia california, dopo aver convinto gli americani su come Vitor Baptista sia l’uomo giusto al momento giusto, ha messo sul piatto due milioni e mezzo di dollari a cui, sapendo della passione di “O Maior” per le vetture sportivo, ha aggiunto le chiavi di una Corvette bianca decappottabile. Anche se non scoppia di salute come nei primi anni, il circo della Nasl ha ancora delle cartucce da sparare prima di smontare le tende e chiudere i battenti. Il calcio sembra aver fatto breccia nel cuore degli americani, le franchigie assomigliano a una parate di stelle, e dopotutto,  agli occhi del divo europeo un po’ decadente l’universo a stelle e striscie deve sembrare un fascinoso esilio dorato: a San josè, ad esempio, Baptista si ritrova a condividere lo spogliatoio con Guus Hiddink, Milan Mandaric, ma sopratutto, con George Best, il suo alter ego più celebre. E’ un’esperienza mordi e fuggi. Prima di tornare di corsa a Lisbona, gioca solo due partite, ma fa in tempo a battibeccare con l’allenatore Bill Foukes, tacciato di eretismo per averlo mandato a comporre la barriera perchè “As estrelas não vão para a barreira.” Seppur trapiantato all’interno di collettivo come quello, ricco di talento e impregnato di personalità stravaganti, l’ego di Vitor Baptista non è stato minimamente intaccato, e men che meno ridimensionato. Lui si è sempre sentito “o Maior”. Anche se sull’altra fascia furoreggiava un certo George Best.

La parabola di Vitor Baptista, almeno così come ce la raccontano, non si discosta molto dallo stereotipo del tumultuoso declivio del bello e dannato innescato da un’innata vocazione all’autodistruzione seppur inconsapevole. Come se per un bello e dannato, proprio in quanto tale, il destino fosse scritto nelle stelle e un finale diverso non fosse possibile.

Tornato in Portogallo, si guadagna gli ultimi spiccioli nelel divisioni minori lusitane: gioca per Amora, Desportivo Montijo, Uniao de Tomar, Monte Caparica e Estrela do Faralhao, la squadra con cui, ormai acciaccato ed imbolsito, chiude la carriera nel 1984. Dimenticato, o meglio rinnegato dai familiari, vive da clochard nei paraggi dell’Estadio da Luz, un tempo teatro delle sue mirabolanti prodezze, frequenta cattive compagnie, ed è quello il periodo in cui tocca il fondo commettendo una lunga sequela di piccoli di piccoli furti per finanziarsi l’acquisto di droga, da cui è diventato ormai dipendente.

Va a finire pure in prigione, a Sintra, dove scopre di essere ancora una celebrità: firma autografi agli altri detenuti che lo adorano, e al polso fa tatuare un orologio con le lancette ferme alle 12: 15 perchè quella è l’ora della “paparoca”. Alle guardie promette di mettersi a stecchetto per perdere un po’ di chili e tornare in campo nel giro di qualche mese . Ovviamente, non ci crede nemmeno lui.

Gli stanno accanto solo gli amici di una vita. Una volta Toni lo ha visto in condizioni di grave indigenza e ha pensato di fare la cosa giusta regalandogli una divisisa del Benfica. Agli occhi di un’anima divorata dal demone della droga, la tentazione dev’essere sembrata troppo grande per ignorarla: lui se l’è venduta e c’ha ricavato il gruzzoletto sufficiente per un paio di dosi. Qualcuno, mosso a compassione, gli ha offerto un impiego come custode al cimitero di Setubal. Vitor, nel frattempo si è ammalato di cirrosi ed epatite, eredità delle lunghe libagioni, e, seppur controvoglia, ha continuato a ramazzare i viali e curare le aiuole fino al capodanno del 1999, quando un in ictus se l’è portato via a soli cinquant’anni.

Ai tempi del Vitoria, scherzando con Fernando Tomè a proposito del fatto che faticava a superare l’esame di guida e conseguire la patente, aveva detto: “Ce la farò entro il 2012? Ma sanno che il mondo finirà nel 2000?”.  Per lui il mondo sarebbe finito un anno prima. E a noi non rimane altro che un grande senso di incompiuto, perpetuato dalle strofe del componimento-omaggio di Josè Jorge Letria, e alimentato da testimonianze come quella dell’amico fraterno Toni: “Poteva essere ricoperto d’oro, talmente grande era il suo talento. Ma si lasciò distruggere dalla droga e influenzare da persone che sostenevano di essere suoi amici“. Forse un altro finale era davvero possibile. O forse no. Ma alla fine, di preciso, a cosa importa davvero saperlo?

Articolo a cura di Vincenzo Lacerenza

 

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